La tacita accettazione

“Le violenze personali subite dalla moglie, ove non denunciate tempestivamente dalla stessa, risultano tollerate e mancano quindi del nesso causale con l’intollerabilità della convivenza, di conseguenza non si può procedere alla dichiarazione di addebito in capo al marito violento.” È scritto sul sole 24 ore.

Premessa: ai sensi dell’articolo 151 secondo comma del codice civile, il giudice, pronunziando la separazione, può dichiarare – nel caso una delle parti ne faccia richiesta – a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio, una volta dimostrato che tale condotta abbia reso la convivenza intollerabile. Gli effetti dell’addebito hanno conseguenza esclusivamente sul piano patrimoniale.

Nel caso discusso dall’Avvocato Giorgio Vaccaro su Il Sole 24 Ore, “la ricorrente madre e moglie insisteva per la dichiarazione di addebito, rinunciando alla domanda risarcitoria, s’immagina per l’evidente impossibilità di ottenere un qualsivoglia ristoro in quel senso, dato lo stato detentivo del coniuge e l’incapienza dei redditi del predetto.

Questa donna, che per anni ha subito gli insulti e le percosse del marito, non voleva ricavare dalla sua richiesta nessun vantaggio economico. Soltanto chiedeva che venisse riconosciuto che la convivenza era divenuta intollerabile a causa della violenza.

Ma il Giudice ha deciso che l’addebito non poteva essere dichiarato, perché la donna aveva troppo a lungo sopportato quelle violenze, dimostrando così che esse non erano affatto così intollerabili da giustificare la sua decisione di porre fine a quella situazione:

“avendo peraltro essa stessa ammesso, in sede di udienza presidenziale, che tali condotte sono iniziate nell’anno 1991, subito dopo la celebrazione del matrimonio.”

L’ignoranza di questo Giudice in materia di violenza domestica è tale da lasciarmi sgomenta.

Alla domanda che spesso accompagna la narrazione della violenza quando questa è perpetrata nel contesto di una relazione sentimentale fra uomo e donna, la domanda “Perché lei è rimasta?”, il Giudice ha deciso di dare la più semplicistica delle risposte: “Perché evidentemente le andava bene così”, dimostrando di non sapere nulla di anni ed anni di studi sul fenomeno che è chiamato a valutare, e di non aver letto un rigo dei fiumi di parole delle coraggiose sopravvissute, fra le quali vorrei ricordare Leslie Morgan Steilerche nel corso di un Ted Talks ha cercato di raccontare il suo inferno privato:
Perché sono rimasta? La risposta è semplice. Non sapevo che lui stesse abusando di me. Anche se mi puntava quelle pistole cariche alla testa, mi spingeva giù per le scale, minacciava di uccidere il nostro cane, toglieva la chiave di accensione mentre guidavo lungo la statale, mi versava caffè macinato in testa mentre mi vestivo per un colloquio di lavoro, mai una volta ho pensato di essere una moglie maltrattata. Al contrario, ero una donna molto forte innamorata di un uomo profondamente problematico, ed io ero l’unica persona al mondo che poteva aiutare Conor ad affrontare i suoi demoni. L’altra domanda che tutti fanno è, perché non se n’è andata? Perché non me ne sono andata? Avrei potuto farlo in mille occasioni. Per me, questa è la domanda più triste e dolorosa che la gente possa farmi, perché noi vittime sappiamo qualcosa che voi di solito non sapete: è pericoloso lasciare un violento. Perché l’ultima fase nello schema della violenza domestica è l’omicidio.

Ma soprattutto sia il Giudice che chi scrive l’articolo ignorano completamente quel contesto culturale che imprigiona le vittime di violenza, un contesto nel quale ha un peso enorme l’enfasi posta sull’importanza della bigenitorialità – come dimostra proprio la considerazione conclusiva dell’Avvocato Giorgio Vaccaro, che scrive:

“Una ultima annotazione si impone in tema di Responsabilità genitoriale e di corretto esercizio della stessa, nel valutare questo aspetto della ricorrente la Giudice così riassume : “la stessa non sempre risulta avere dei comportamenti adeguati verso la figlia, riversando sulla stessa i propri vissuti emotivi, così caricandola di un eccessivo peso nonché, addirittura (!ndr) in una occasione chiedendole se voleva incontrare il padre, provocando nella minore “rabbia e sconcerto per l’accaduto” (cfr. relazione dei servizi). Dimenticando che la figura dell’altro genitore, costituisce comunque una presenza nella mente dei figli e che lo “sconcerto o la rabbia” non sono certamente reazioni sufficienti a negare verso la figlia l’esistenza del padre, per quanto questi sia ristretto in un istituto di pena.”

Molte vittime di violenza domestica hanno interiorizzato quella narrazione pubblica (della quale questo articolo è un esempio) che descrive la buona madre come colei che è capace di mantenere una relazione fra i suoi figli e il loro padre, a prescindere da che genere di padre egli sia, e descrive la madre single come una persona incapace di crescere dei figli sani e felici.

Non è solo la donna ad essere vittima di violenza domestica, lo sono anche i suoi figli, sottoposti ad anni ed anni di violenza assistita.

Siamo ancora lontani dalla consapevolezza che un bambino che assiste a una violenza su una persona per lui fondamentale come la madre vive un trauma e avrà delle conseguenze uguali a quelle di un bambino che abbia subito direttamente maltrattamento e violenza.

Siamo ancora tanto, tanto lontani dalla consapevolezza che il bambino ha il diritto di essere ascoltato.

Siamo ancora lontani dalla consapevolezza che “Non si può essere allo stesso tempo un buon padre e un partner violento – non è possibile“, e che non può produrre nessun beneficio nel costringere un bambino traumatizzato e terrorizzato a frequentare quello che è a tutti gli effetti un genitore maltrattante.

E’ questo il genere di Tribunali e di professionisti che dovrebbero tutelare le vittime che si rivolgono alle istituzioni in cerca di tutela e di giustizia?

Di Il Ricciocorno Schiattoso

(Fonte: ilricciocornoschiattoso.wordpress.com)

Segui Blog delle donne anche su www.facebook.com/blogdonne e su http://www.twitter.com/Blogdelledonne

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...