Elisa Claps, per non dimenticare

Articolo del 2011 da http://www.giornalelucano.com

 

“Immaginiamo per un minuto di non conoscere la storia di Elisa Claps. E’ difficile, ovviamente, ma sforziamoci di farlo per un solo minuto. Poi immaginiamo che sia stato pubblicato un romanzo, un thriller-noir, in cui viene narrata quella storia che abbiamo appena dimenticato. Anche il più clemente dei critici letterari darebbe un consiglio all’aspirante Stephen King: guarda, gli direbbe, va bene usare la fantasia, va bene che la realtà letteraria può essere più libera di quella che viviamo ogni giorno, ma c’è un limite a tutto. Non si può immaginare che avvenga davvero una vicenda del genere, che i particolari siano così macabri, che poi ci sia quell’altra storia parallela in Gran Bretagna. Caro aspirante scrittore, direbbe il critico letterario, ci riprovi e sia meno sfrenato nell’uso del suo estro. Passato questo minuto, ci renderemo conto – lo sto scrivendo perché io l’ho fatto – che il caso Claps ci ha assuefatti a un livello altissimo di dolore, orrore, devastanti colpi di scena. Ciò che ha passato la famiglia di Elisa non è minimamente immaginabile. Lo strazio di questa storia ha trasformato delle persone normali in implacabili cacciatori di giustizia e verità. Ma, sotto quella corazza che mamma Filomena ogni volta mostra, sotto l’apparente imperturbabilità di Gildo, dietro la riservatezza di Luciano e l’invisibilità di papà Antonio c’è un universo di angoscia e pena che nessuno potrà mai solo sfiorare con la mente. Potenza ha vissuto questa storia con un’ambivalenza sempre sottolineata dai mezzi di comunicazione o dai protagonisti della vicenda: da una parte la città bianca, che partecipa, che affianca la famiglia, cerca di sorreggerla nei momenti più bui, che lo ha fatto negli anni in cui sembrava non dovesse emergere più nulla di nuovo e che il caso Claps sarebbe finito nell’archivio dell’oblio. Dall’altra parte c’è la città nera, quella che nella migliore delle ipotesi non mostra umanità – prova ne sia, per l’ennesima volta, la partecipazione ai funerali di Elisa non così alta come ci si aspettava – e che nella peggiore ha taciuto o addirittura ha tentato di impedire con ogni mezzo che la verità venisse fuori (e non è detto che emerga in maniera totale).
Pochi giorni fa si è svolto il momento culminante della storia di Elisa: l’addio che le ha dato la città. Per questo, pensiamo che proporre un numero del Giornale Lucano che parli di altro, di frivolezze ma anche di problemi seri, non avrebbe senso. Lo dedichiamo tutto a Elisa.
è stata una storia vissuta dall’intera città, quella di Elisa Claps, e l’ultimo saluto non poteva che essere pubblico. Sabato 2 luglio, di mattina, i funerali di Elisa Claps hanno portato in piazza Don Bosco alcune migliaia di persone, forse cinquemila. Molte di meno di quelle previste: non tutti i cittadini che potevano hanno dato di persona l’addio alla figlia prediletta della città. Certo è che, chi c’era, ha partecipato senza nascondere commozione e amore nei confronti della famiglia. La cerimonia non è stata di quelle intime, ma corale e drammatizzata. La parte centrale, l’omelia di don Marcello Cozzi, ha mantenuto il tono costante tipico del sacerdote, battagliero e molto attento alla comunicazione. Un discorso che ha invitato a “sciogliere la rabbia”, ma che ancora una volta ha mostrato robusti connotati di filippica nei confronti di chi ha celato, nascosto, depistato, coperto. Le testimonianze Il sindaco di Potenza Vito Santarsiero apre la cerimonia, dicendo: “La Città di Potenza, commossa, oggi a lutto, per Elisa L’addio di una città Cinquemila persone danno l’estremo saluto alla giovane uccisa ricorda Elisa e prega per lei. Quel suo dolce sorriso apparterrà per sempre alla nostra storia”. Poi è la volta della cugina della ragazza uccisa, Annamaria, che rammenta alcuni episodi di tanti anni fa, episodi da cui traspaiono la bontà, l’altruismo, l’assennatezza e la voglia di vivere di una giovanissima Elisa. Il finale dell’intervento di Annamaria vira verso l’appello: chiede la confessione piena di chi è colpevole del delitto. dal 5 al 18 luglio 2011 SPECIALE Barbara Strappato, capo della squadra mobile della questura di Potenza, rivolge una preghiera al Signore perché aiuti “le donne e gli uomini che hanno sbagliato” a trovare la retta via. Legge anche Rosario Gigliotti, referente
potentino di Libera, l’associazione di don Luigi Ciotti contro le mafie. Don Ciotti è nella schiera di sacerdoti che concelebrano la messa, guidata da don Marcello Cozzi, il prete che da sempre ha accompagnato la famiglia Claps nel suo percorso di dolore, e che la famiglia Claps ha voluto in questa occasione. Le accuse Ed è proprio don Cozzi che si avvicina al microfono per l’omelia. Dalle prime battute si capisce che si tratta ancora una volta di un discorso da battaglia: ricorda l’esistenza a Potenza di intoccabili, di persone – ufficialmente onorate e rispettate – che hanno brigato perché la verità non emergesse. Parla del “
dolore solitario di una famiglia”, e di “uno Stato” spesso “assente e indegnamente rappresentato”. Se la prende con chi ha preferito “bisbigliare invece che parlare”. Ricorda che “solo la verità ci fa liberi”, una verità che “sempre più spesso è oggetto di baratto”. Ed elenca una serie di nomi noti alla cronaca nera: oltre a Elisa anche Ottavia, Grazia, Annarosa e poi Sara, Yara, Melania. Dolori diversi, ma tutti generati dalla violenza più cieca. Ogni pausa dell’omelia è un applauso. Un paio di volte don Marcello invita le persone a farlo continuare, a evitare i battimani. Ma gli applausi continuano a fioccare. Frase, pausa, applauso. Frase, pausa, applauso. “Elisa – continua – già gode della pienezza di Dio. Qui non si tratta di riesumare un cadavere”. E parafrasa la vicenda riportata, pochi minuti prima, nella lettura, da Ezechiele: il macigno che rotola via dal sepolcro, la liberazione. “Questa è la sfida di una comunità – prosegue – che sente solo odore di putrefazione, che non sa più andare al di là di quel sepolcro. Togliete la pietra. E’ da qui che si riparte”. E poi, rivolto all’assassino di Elisa: “Caino, fratello nostro! Togli il macigno da quel sepolcro di bugie e menzogne in cui ti sei costretto a vivere”. Gli applausi sono sempre più forti. “Convertitevi, per amore di Dio, convertitevi – intima il sacerdote, più avanti – Un giorno arriverà il giudizio di Dio. Fate uscire tutta, tutta, tutta la verità. Ma proprio tutta”. La forza degli applausi sottolinea quanti siano quelli che credono non a un solo colpevole, ma a più colpevoli e più complici.
Le lacrime –  Poi, rivolto alla madre di Elisa, il tono si fa più dolce. E per lei don Marcello crea una vera e propria storia, una “favola di fede”. Le parla di Elisa che arriva in paradiso e trova la Madonna ad attenderla, da cui viene consolata. “Mamma Filomena – è il senso della storia – c’è un giardino in cielo in cui Dio pianta i fiori spezzati troppo presto”. Le cerimonia arriva dopo poco al momento delle lacrime: sulla bara bianca di Elisa, portata in piazza la mattina dalla camera ardente allestita nel liceo classico “Q. O. Flacco” e visitata da centinaia di persone, Elisa viene benedetta. La mamma viene invitata a prendere l’incensiere, a praticare il rito. Lei lo fa, e la piazza esplode di lacrime insieme a lei. Don Marcello prende alcuni fiori bianchi dal feretro e li consegna a mamma Filomena. Sono dedicati ai familiari di Elisa e il primo è destinato al grande assente della cerimonia: il papà di Elisa, Antonio. Gildo e Luciano, i due fratelli di Elisa, assistono commossi. L’estremo viaggio – Terminata la messa, la bara è stata portata via fra lo scroscio dei battimani dei presenti. L’ultimo viaggio è quello verso la tumulazione. Momento di cui nessun giornalista scriverà e nessun cittadino leggerà mai: i familiari hanno chiesto riservatezza e nessuno ha voluto scrivere.
La tv – Quando la bara è già nell’auto, si sentono altri applausi e grida di approvazione. Elisa è andata via, i familiari anche e, da lontano, non si riesce a capire chi sia la signora vestita in nero, accompagnata da un signore corpulento anch’egli in nero e con un cappelo da baseball in testa, che saluta sorridente chi la acclama. Da vicino è facile riconoscerla: Federica Sciarelli, la conduttrice di “Chi l’ha visto?”, insieme al suo cronista di punta Gianloreto Carbone. “Continua così” le urla qualcuno, stentoreo. E lei ringrazia, saluta un assessore, dice “Ciao, sindaco” stringendo la mano a Santarsiero e va via.
La fine –  La gigantografia di Elisa è stata tirata giù, i negozi riaprono. Caffè e gelati cominciano a girare. La città ha salutato Elisa.
Due assenze: il papà & il pastore
Io ve lo dico già: non ci andrò ai suoi funerali. Resterò qui, a piangerla da solo”. Questa la frase di Antonio Claps che Fabrizio Caccia del Corriere della Sera riportò il 20 maggio del 2010. L’intervista al papà di Elisa – che i familiari criticarono poi aspramente, giudicandola non veritiera ma soprattutto rubata – aveva rappresentato la prima e ultima volta in cui si era sentita la voce di Antonio Claps. Vera o non vera l’intervista, ai funerali della figlia papà Antonio non è andato. Ed è stata un’as- per Elisa senza notata da tutti, ovviamente capace di generare riflessioni di segno diverso fra i cittadini. Ma si tratterebbe di pura speculazione: cosa pensi il padre di Elisa, i motivi della rinuncia, sono gelosamente custoditi nella sua mente, a causa della sua totale assenza non solo alle esequie della figlia, ma a qualunque tipo di iniziativa e manifestazione pro Elisa.
L’altra grande assenza dei funerali – su cui è possibile fare qualche riflessione è invece quella dell’arcivescovo di Potenza, Agostino Superbo. La messa è stata celebrata da don Marcello Cozzi che – formalmente – ha rappresentato l’arcivescovo perché da lui delegato con lettera debitamente firmata. La decisione è stata presa per rispettare “le volontà della famiglia Claps e in modo particolare, di mamma Filomena, in ordine alla celebrazione delle esequie di Elisa Claps”. I familiari di Elisa avevano chiesto che a celebrare la funzione fosse appunto don Marcello. Formalmente, dunque, tutto a posto. I cittadini, però – e in questo caso i fedeli – non hanno certamente commentato la forma, l’aspetto liturgico, dell’assenza del vescovo. In tanti hanno considerato la mancata presenza di Superbo come un errore, una grave svista, l’abbandono del gregge quando si ha più bisogno del pastore. Una riflessione appena più approfondita deve portare anche a ipotizzare cosa sarebbe accaduto in caso di arrivo del vescovo, sia nella camera ardente del primo luglio, sia ai funerali del giorno dopo. Facile immaginare tensione, gelo, situazioni imbarazzanti; magari anche la contestazione, la disapprovazione pubblica, urla scomposte di qualche presente con meno freni inibitori, inviti a lasciare la cerimonia. Il vescovo invece – lo riferiscono fonti della Diocesi – ha pregato, nelle ore in cui cinquemila persone presenziavano all’officio funebre di piazza Don Bosco, da solo in una cappella del Vescovado, per Elisa e i suoi familiari. E’ facile anche pensare a cosa voglia dire, per un vescovo, sentirsi costretti a mancare nel momento in cui si vuole indicare al proprio popolo di fedeli la strada; di sicuro c’è dolore nel non poter esprimere fino in fondo il senso del proprio ruolo proprio quando quel ruolo t’imporrebbe di esserci. Le fonti della Diocesi assicurano però che il vescovo “garantirà ancora alla famiglia di Elisa tutta la collaborazione possibile per giungere alla verità”.
Perché manca tanta gente? La risposta in una domanda Perché manca tanta gente? Te lo chiedi mentre, dalla gradinata del cinema Don Bosco, abbracci con lo sguardo l’intera piazza. E noti dei buchi. Delle grandi macchie di non-presenza. Cinquemila persone – non di più – sono senz’altro tante per un funerale. Ma a Potenza si è sempre detto che i funerali di Elisa Claps sarebbero stati l’avvenimento per il quale si sarebbe incontrata l’intera città. Che non si sarebbe mai trovato un posto abbastanza grande per contenere tutti i partecipanti. E invece non è così. Allora provi a chiedere in giro, a fare la domanda: secondo te, perché manca tanta gente? C’è chi ricorda che ai funerali di Carmelo Azzarà la chiesa e la piazza straripavano di persone. Altri parlano d’insensibilità. Chi sottolinea che molta gente si dà il cambio, viene e va, sciama, torna e poi va via di nuovo. E ancora, chi assicura che è colpa del solleone (“Vedi? Molti stanno pressati sotto i porticati, all’ombra”), della bella giornata (“Ma è ovvio: tutti al mare”), dei negozi rimasti aperti nonostante il lutto cittadino (“Oggi tutti dietro ai saldi”). La domanda resta. per Elisa Dovunque siano tutti quelli che non sono in piazza, la questione di fondo è: perché non sono in piazza? Perché non hanno sentito il desiderio di fare i conti con la storia più brutta della storia cittadina, e di dare un segno di affetto alla famiglia di Elisa? Poi squilla il cellulare. E’ un conoscente. Una persona come tante. Ti chiede dove sei, forse vuole prendersi un caffè. Sono ai funerali di Elisa, rispondi. E quello ti dà la spiegazione che hai cercato per tutta la mattinata. Ti chiede solo: perché? Cioè: tu gli dici “Sono ai funerali di Elisa”, e quello si e ti domanda: “Perché?”. C’era bisogno di tante parole? Di tante elucubrazioni? Quella veloce congiunzione interrogativa è la risposta. SPECIALE Le emozioni attirano i sentimenti impegnano Come mai non era presente tutta la città? Una domanda legittima da porsi perché in quella piazza apparentemente piena mancavano migliaia di persone, di potentini, di lucani; mancavano tutti quelli che hanno seguito ogni singola puntata dei programmi in cui il “caso Elisa Claps” è stato trattato, erano assenti tutti quelli che erano orgogliosi di conoscere le ultime novità sulle indagini del “caso Elisa Claps”, non c’erano molti di quelli che hanno manifestato la propria rabbia verso le ingiustizie che man mano sono emerse nel “caso Elisa Claps”. Perché tutte queste assenze? Forse perché era sabato, era luglio, era bel tempo? Sì, forse ma la risposta sarebbe incompleta e aprirebbe un nuovo quesito: perché preferire il mare al funerale di Elisa? Personalmente credo che la cultura dei media basata sulla propaganda del “caso Elisa Claps”, sulla spettacolarizzazione del dolore, sui dibattiti urlati degli esperti, sulla fabbricazione di miti e personaggi, sulla frammentazione delle notizie per creare l’effetto soap opera, ci abitui a ricercare l’emozione forte, l’attivazione rabbiosa, la scarica adrenalinica. Sabato invece in quella piazza non c’era nulla da scoprire, nessuna novità da poter raccontare, non un personaggio da vedere, nessuna scarica emotiva da provare. Sabato non c’era il “caso Elisa Claps”, in quella piazza c’era Elisa! C’era Elisa da salutare, c’era il silenzio da sopportare, c’era un sentimento da attraversare: il dolore. C’era umanità da condividere e un pensiero sincero da sussurrare a Elisa. Dopo tanto torbido, c’era un momento di pace e di dolore da vivere insieme, con lei come persone, come comunità. E i sentimenti sono più densi e più impegnativi rispetto alle emozioni.
Finalmente sei tornata a casa
Il sole di inizio luglio ha riaccolto con calore il rientro a casa di Elisa, il cui corpo mancava da Potenza dal 18 marzo 2010, quando una fredda bara di alluminio ne portò via i resti dal luogo che si è rivelato essere per 17 anni la sua prigione: il sottotetto della SS. Trinità. Seppellita, abbandonata. Murata viva in una chiesa, per di più a pochi passi da casa. 18 lunghi anni sono trascorsi da quel maledetto 12 settembre 1993. Anni di attesa, di dolore, di rabbia. Per 18 lunghi anni una madre coraggio ha continuato ad urlare a gran voce la sua sete di “verità e giustizia”, accompagnata e sostenuta dall’intera città, che si è fatta sentire tramite i manifesti affissi per le strade, e che lo ripete ancora meglio fissando uno striscione davanti all’ingresso dell’istituto scolastico che recita: “ELISA CLAPS, PER TRASFORMARE LA MEMORIA IN FAME E SETE DI GIUSTIZIA”. E’ questo lo scenario che si presenta davanti agli occhi dei tantissimi potentini accorsi per dire addio alla loro cara, dolce Elisa. L’arrivo del feretro è stato preceduto da un cesto di rose bianche, inviate dai parenti di Heather Barnett, che hanno così espresso il proprio affetto ed il proprio sostegno alla famiglia Claps. Applausi e lacrime hanno accolto il tanto atteso ritorno a casa di Elisa, per poi cessare quasi all’istante e tramutarsi in un doloroso, triste silenzio, quasi doveroso, nei confronti di una vicenda talmente tragica che non può essere espressa per mezzo di nessuna parola. E’ un grande abbraccio quello riservato alla studentessa dalla sua città, da tutti i potentini che attendono con ansia il momento per poterla salutare per l’ultima volta. L’ingresso del liceo inizia a mostrarsi affollato già dalle 15.30, e fino a tarda sera sarà meta di un susseguirsi di gente, comune e non. Tra i volti conosciuti, saltano all’occhio quelli del sindaco di Potenza, Vito Santarsiero, del sindaco di Matera, Salvatore Adduce arrivati quasi contemporaneamente,dell’avvocato della famiglia Claps Giuliana Scarpetta, di don Marcello Cozzi, di don Franco Corbo e di Don Ciotti, il fondatore di “Libera”, una rete che da anni coordina oltre 1500 gruppi locali e nazionali nella lotta contro la mafia, e ancora del presidente della regione Vito De Filippo e di Federica Sciarelli, la conduttrice di “Chi l’ha visto?” e coautrice del libro “Per Elisa”, scritto a quattro mani insieme a Gildo Claps. Ma sono molte, molte di più le persone comuni ad essere presenti. Giovani, bambini, anziani, persone di ogni età anche con serie difficoltà motorie, hanno voluto a tutti i costi rendere omaggio ad un’anima dolce e gentile, strappata alla vita con una ferocia inaudita. C’è chi porta fiori in segno di rispetto, chi versa lacrime silenziose, chi prega “Finalmente sei tornata a casa” L’ultimo saluto della città alla sua amata figlia “è ora che sia fatta giustizia anche qui e non solo in Inghilterra” SPECIALE e recita il rosario. Tutti i pensieri della comunità potentina sono rivolti alla famiglia, che si è vista portare via un fiore sorridente e delicato in così tenera età, e in modo a dir poco orrendo. Si pronunciano parole strazianti nei confronti del saluto riservato da mamma Filomena alla sua amata figlia, che ne ha accolto l’arrivo con queste parole: “Finalmente sei tornata a casa”. I volti sono bassi, gli occhi gonfi. Ci si appresta a dire addio per sempre a colei che è diventata la figlia e la sorella di tutti noi. Ed è per questo che i pochi commenti che stralciano il silenzio quasi religioso, non possono che essere che duri. “Quella chiesa è da demolire, vorrei metterci una bomba io personalmente”. “L’unica cosa certa di questa faccenda è che Elisa non è scomparsa, ma è stata uccisa come la Barnett. E’ ora che sia fatta giustizia anche qui, non solo in Inghilterra!”. E in attesa di questa giustizia, che si spera verrà fatta a novembre, quando Danilo Restivo sarà interrogato (con rito abbreviato) dalla procura di Salerno per l’omicidio della nostra Elisa, non resta che chiudersi tutti in un dolore senza pari, entrato con forza nel cuore dell’intera città, ed elaborare il lutto insieme durante i funerali celebrati da Don Marcello Cozzi, da sempre vicino alla famiglia Claps, in piazza don Bosco. All’aperto dunque, come ripete giustamente da sempre mamma Filomena, perché “Elisa è stata chiusa per troppo tempo, e non entrerà mai più in una chiesa”. E finalmente il suo desiderio più grande, quello di poter portare un fiore sulla tomba della sua amata figlia, sarà esaudito.
Una donna in lacrime, abbracciata dal figlioletto di tenera età che la consola con dolci baci sulla guancia, pur non capendo bene cos’è che sta scatenando nella madre una tale reazione, perché troppo piccolo per sapere. Una donna come tante presenti nell’aula magna del liceo classico “Quinto Orazio Flacco”, dove è stata allestita la camera ardente in memoria di Elisa Claps. Una scena straziante e commovente, che esprime meglio di ogni parola qual è lo stato d’animo con cui l’intera città si appresta a salutare per l’ultima volta la sua amata Elisa. Come richiesto dai familiari, non ci sono immagini ad illustrare l’interno dell’aula magna, nonostante sarebbe stato fin troppo facile catturarne una. Mostrare rispetto e solidarietà nei confronti di una famiglia distrutta dal dolore, è a dir poco doveroso. Sarà affidato a “carta e penna” il compito di trasmettere le mille emozioni emanate dall’intera comunità potentina. All’entrata dell’istituto, dopo aver attraversato un corridoio composto da transenne, si viene pregati di spegnere il cellulare, di fermarsi solo pochi secondi davanti alla bara, e di non effettuare fotografie. Il feretro bianco si trova immediatamente alla destra dell’ingresso, adagiato su un palchetto; al di sopra è stata posta una foto di Elisa, sorridente e con gli occhiali. Gli studenti del liceo hanno voluto indossare una maglietta con una scritta in greco che significa “sei sempre dentro di noi” immagine presente sul finestrino posteriore della station wagon grigia che ha condotto i resti della ragazza nella sua amata scuola. Innanzi alla bara, cosparsa di molti fiori e qualche peluche portati da alcuni dei visitatori, si trova un cuscino di stoffa e delle rose bianche candide proprio come quell’anima strappata così terribilmente alla vita, che recita la scritta: “PER SEMPRE INSIEME”: un dolce pensiero dedicatole dai suoi adorati fratelli Gildo e Luciano. Un proiettore mostra una grande immagine di Elisa, una delle più riprodotte in questi anni, con “quegli occhi così dolci e quel sorriso così radioso”, come è stata definita da una donna seduta sulla panca a pregare e a piangere, rigorosamente in silenzio. Occhi talmente dolci che non li si riesce a guardare per più di pochi secondi, perché sostenere quello sguardo limpido è per tanti, forse per tutti, impresa ardua. Sul retro del feretro si trovano alcuni studen- ti del liceo, sicuramente non ancora nati quando Elisa scomparve. Hanno il capo chino, e indossano una maglietta che recita la scritta greca. Tra i molti visitatori, c’è chi decide di fermarsi a pregare, e chi invece porta solo un saluto veloce, forse per tentare di vincere la commozione. Ma molti di loro, dopo aver salito le scale che conducono alla stanza superiore, in direzione dell’uscita, si fermano nuovamente a guardare di sotto. Perché dire addio per sempre a quel sorriso dolce e limpido, è davvero troppo difficile.
L’ultima casa
La tomba di Elisa è quella in fondo alle scale, sotto la chiesa. Di mattino presto non c’è ancora nessuno. Sopra, un giornalista sta intervistando il parroco. Senti la domanda mentre passi, “Si può avere pietà anche per Danilo Restivo?”, e pensi a quante volte l’hai ascoltata. Scendi le scale. Elisa è là dietro, dopo un sentiero di fiori. Il sorriso è quello che tutti conosciamo. Il cemento ormai è quasi solidificato. Manca poco. Manca giusto quel po’ di verità.
Ricostruzione
Tanti anni son passati da quel 12 settembre 1993; L’inizio non è il 12 settembre del 1993, ma la sera prima. Elisa dice ad Eliana De Cillis, la sua “migliore amica”, che il giorno dopo avrebbe visto Danilo Restivo. “Domani ti spiego”, dice, senza dettagliare. Conosce Restivo perché gliel’ha presentato Luciano, suo fratello. E’ considerato un ragazzo strano. Taglia ciocche di capelli, segue le ragazze, è una specie di rappresentazioneadolescenziale della goffaggine mista a un folletto. Ma nessuno ha paura di lui, anzi, ne ridono tutti. Il giorno dopo, Elisa va all’appuntamento con Danilo. Lei deve dargli un regalino per la promozione. Forse vuole farle la “confessione”, forse vuole invece parlarle di un’altra ragazza che gli piace. Entrano nella chiesa della Ss Trinità. per Elisa La verità cercata per 18 anni Il buio più fitto avvolge quello che è accaduto intorno a mezzogiorno di quella domenica. Restivo dirà che Elisa se ne va, mentre lui resta a pregare. Eliana, tornata dai telefoni pubblici di piazza Prefettura, non la trova più. Quando andrà a citofonare a casa Claps per chiedere se per caso c’è Elisa, qualcosa d’insolito già si percepisce nell’aria. Il fratello di Elisa, Gildo, si rende subito conto che qualcosa non va. Scattano le prime ricerche, nei luoghi di solito frequentati dalla giovane. Ricerche infruttuose. Intanto, nella Trinità la messa è terminata. E’ quasi l’ora di pranzo, sacra per la domenica potentina. Danilo Restivo torna a casa con una ferita alla mano. Dice di essersela procurata ruzzo- lando nel cantiere delle future scale mobili. La sorella lo accompagna in ospedale, con il fidanzato Gianni Motta. Uno dei perni della storia è la testimonianza di Giuseppe Carlone, un ragazzo che abita nello stesso palazzo dei Claps. Dirà di aver visto Elisa mentre imboccava le scale che collegano via IV Novembre a via Mazzini. Quella scalinata è stata temuta per anni. Da questo momento, la storia personale di Elisa Claps diventa “il caso Claps”. La sua vita si dissolve e si dirama in una miriade di direzioni diverse. Ad esempio, due testimoni diranno di aver visto Elisa entrare nell’auto di Eris Gega, un giovane venuto dall’Albania, per lungo tempo sospettato come e più di Danilo Restivo (poi scivolato fuori dall’inchiesta per non farvi più ritorno). Alle 15, intanto, don Mimì Sabia, sacerdote della Trinità, chiude la chiesa e parte per andare alle Terme di Fiuggi. Gildo entra in chiesa con le chiavi fornite da una delle persone che gravitavano attorno al Centro Henry Newman. Vi tornerà quando è sera, e cercherà di effettuare una visita più completa della chiesa. Ma le chiavi per accedere ai locali superiori – fra cui il famigerato sottotetto in cui il 17 marzo del 2010 verrà trovato il corpo – non ci sono: ce l’ha con sé Sabia. Le ricerche partono subito con la diffusione di un volantino segnaletico realizzato dalla famiglia. Restivo, più volte interpellato dal fratello Luciano, dice di non saperne nulla. Il giorno dopo, alcuni agenti di polizia sono già sulle tracce di Elisa. Vanno a casa di Danilo per perquisirla. Ma l’autorizzazione, da parte del dirigente di polizia Aurelio Grimaldi, non arriverà mai. Da qui si dipanano una serie di critiche nei confronti del sostituto procuratore Felicia Genovese, negli anni scorsi pubblicamente accusata dai familiari di Elisa e dalla trasmissione “Chi l’ha visto?” di non aver condotto le indagini come avrebbe dovuto e potuto fare. La notizia che Grimaldi, qualche tempo dopo, fosse divenuto un dipendente del marito della Genovese, Michele Cannizzaro, direttore generale dell’ospedale San Carlo, aveva infiammato nuove polemiche. Il tutto confluirà nel gran calderone di Toghe Lucane, che terminerà con un nulla di fatto. La Genovese era stata indagata anche nel 2001 dalla procura di Salerno, perché il pentito di mafia Gennaro Cappiello l’aveva accusata di aver insabbiato le indagini su Elisa in cambio di soldi. Accuse mai dimostrate, anzi archiviate su richiesta degli stessi magistrati. In città, negli ultimi anni, era montato un clima di veleni e sospetti – oggi sgonfiatosi – che aveva legato, nell’immaginario collettivo, il caso Claps con storie e storiacce di ogni tipo. Ma nel frattempo, in questi diciotto anni si era detto ed era accaduto di tutto. Un vigile urbano di Policoro, Nicola Sozio, sempre nel 1994 dice di aver visto la ragazza in Albania. E’ una falsa speranza. Ce ne saranno anche altre nel corso degli anni. Nel 1995 Restivo viene processato e condannato – la pubblica accusa rappresentata proprio dalla Genovese – per false dichiarazioni rese al pm. Nel 1999 arriva ai Claps un messaggio per posta elettronica. Dice, più o meno: sono Elisa, sono in Brasile, sto bene, non preoccupatevi per me. Ma è una bufala. E il fratello, Gildo, dirà di aver scoperto che l’ha mandato proprio Restivo da un internet point di Potenza. Nel frattempo, ogni anno, il 12 settembre, c’è chi ricorda Elisa Claps e chiede che sia scoperta la verità. Nei primi anni la speranza che la giovane fosse ancora viva era forte, Poi, man mano, si affievolisce. Fino al 2000, quando Restivo viene indagato dalla procura di Salerno per violenza carnale, omicidio e occultamento di cadavere (dunque ipotizzando, per la prima volta ufficialmente, che Elisa sia stata uccisa). Quell’inchiesta finirà in un nulla di fatto. Nel 2004 gira voce – sulla base di deposizioni ai magistrati antimafia – che il corpo della giovane, uccisa a Palazzo Loffredo, sia stato disciolto nell’acido procurato da esponenti criminali locali con la mediazione di uomini di contatto con la ‘ndrangheta. Notizia, come si è visto, infondata. Restivo intanto si è trasferito in Inghilterra. Di fronte a casa sua, il 12 novembre del 2002, viene uccisa barbaramente una donna, Heather Barnett. Per questo motivo è stato condannato a un super-ergastolo (il giudice gli ha detto: “Lei non uscirà mai più di prigione”). Il 17 marzo del 2010 viene trovato – ufficialmente – il corpo di Elisa nel sottotetto della chiesa della Trinità. I familiari arrivano così a una dolorosa certezza, la città sprofonda di nuovo nell’orrore.”

Il Patriarcato fascista: come Mussolini governò le donne italiane (1922 – 1940)

Al di là del Buco

storiadelledonneIl programma degli ultimi governi sulla famiglia non è affatto nuovo. E’ stato già attuato in epoca fascista. Perciò vi propongo un capitolo tratto dal volume “Il Novecento” de “La Storia delle donne” di Georges Duby e Michelle Perrot. L’intera fantastica opera – composta da cinque volumi: L’Antichità, Il Medioevo, Dal Rinascimento all’età moderna, L’Ottocento e infine Il Novecento – è nel catalogo della Laterza Edizioni. Ho chiesto alla casa editrice se per motivi militanti, per informare sul passato che tante analogie, tenendo in debito conto le ovvie differenze, ha con il presente, potevo pubblicare interamente il capitolo: “Il Patriarcato fascista: come Mussolini governò le donne italiane (1922-1940)” di Victoria de Grazia tratto dall’ultimo volume. Mi hanno detto di si, che aderivano alla “Pregevole iniziativa” con l’unica raccomandazione di non modificare nulla.

Ringrazio quindi la Laterza e vi propongo il capitolo che può davvero essere utile per capire da dove veniamo…

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Identità di genere e detenzione parte 2

L’istituzione carceraria dovrebbe mirare alla rieducazione del detenuto e non alla privazione della sua dignità, come dispone anche l’articolo 277 della Costituzione Italiana in cui viene prescritto che la pena assegnata al detenuto non debba avere una finalità afflittiva, bensì debba mirare alla rieducazione del condannato.

Ciò spesso non accade a causa di una serie di fattori quali strutture carcerarie poco idonee, sovraffollate o degradate che non permettono ai detenuti di scontare la loro pena in maniera dignitosa, come denuncia L’Associazione Antigone, che individua un tasso di affollamento carcerario del 113,2% in Italia[1]: “Ogni detenuto non dispone neanche di quei 3 mq di spazio personale previsti dalla legge. Già nell’ultimo rapporto si era posta l’attenzione sul ritorno del sovraffollamento con tassi di crescita che, se continuassero all’attuale ritmo, potrebbero portare l’Italia ai livelli che costarono la condanna da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Nel gennaio 2013, infatti, questo Paese veniva denunciato per violazione dei diritti dei detenuti. La Corte europea dei Diritti Umani di Strasburgo condannava l’Italia per trattamento inumano di 7 detenuti, per i quali Strasburgo dispose che lo Stato li risarcisse di 100 mila euro per danni morali.” Anche la salute psicofisica è compromessa poiché in alcuni casi i detenuti sono impossibilitati ad incontrare familiari e questo provoca in loro stati depressivi che possono portare ad atti di autolesionismo o addirittura al suicidio.

Inoltre non è raro che la funzione rieducativa del carcere venga a mancare in quanto non è presente un numero sufficiente di educatori, (ad esempio, come dimostrato dalle statistiche di “Antigone”: “l’Italia è uno dei paesi dell’UE con il più basso numero di detenuti per agenti (in media 1,7), mentre ciò che manca sono gli educatori: a Busto Arsizio, per esempio, ce n’è uno ogni 196 detenuti e a Bologna uno ogni 139.”) ma soprattutto di assistenti sociali all’interno delle strutture carcerarie.

 

[1]Marta Rizzo (31 Luglio 2017) “Carceri in Italia: crescono pericolosamente sovraffollamento e suicidi.”

Identità di genere e detenzione parte1

Sono tornata! dopo un periodo di assenza da questo blog, ma non dalle mie pagine social, rieccomi..

Ho deciso di proporre qui alcuni stralci della mia tesi a tema Lgbt, “Identità di genere e detenzione”. L’argomento trattato nel mio elaborato è la condizione delle persone transgender nei luoghi di detenzione..

Ecco la prima parte

“L’uguaglianza sarà forse un diritto, ma nessuna potenza umana saprà convertirlo in un fatto.”

(Honorè de Balzac)

Riflettendo su questa citazione di Balzac, possiamo renderci conto che per quanto si parli di uguaglianza, si organizzino convegni e manifestazioni a riguardo, di concreto, negli atti altrui, c’è ben poco.

Spesso infatti l’essere umano tende ad aver paura della diversità e ad emarginare coloro che non rientrano nei canoni sociali.

Basta uscire per strada, avere un colore di capelli o di pelle diversi, una menomazione fisica o sensoriale, per sentirsi osservati e giudicati.

Prendendo in esame il mio caso di ragazza non vedente, mi sono trovata, mio malgrado, più volte in situazioni in cui sono stata messa da parte per paura della mia “diversità”.

Posso dire a tal proposito di aver appreso per esperienza personale, che la gente tende a concentrarsi su ciò che vede in superficie, piuttosto che fermarsi un istante a riflettere su quanto potrebbe celarsi dietro le apparenze.

Non bisogna dimenticare che ognuno di noi percorre un cammino fatto di gioie e difficoltà, di esperienze belle e brutte e forse dovremmo fermarci una volta in più a riflettere su quanto dice Luigi Pirandello in una delle sue più celebri citazioni: “Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io. Vivi i miei dolori, i miei dubbi, le mie risate. Vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io.”

Essendo io quindi sensibile alle tematiche di genere, ho deciso di occuparmi, su consiglio del mio relatore, di una questione ancora oggi poco trattata soprattutto in Italia dove il percorso per raggiungere una parità di diritti è ancora lungo.

La condizione dei detenuti transessuali nelle carceri non è molto documentata, non esiste una letteratura al riguardo e le poche nozioni che mi è stato possibile reperire provengono in alcuni casi addirittura da fonti estere, dove comunque l’argomento continua a rappresentare per la società una sorta di tabù, ma esiste una apertura più profonda al riguardo.

Le motivazioni di tale mancanza di fonti sono certamente dovute, come dimostrerò più avanti, ad una chiusura da parte delle popolazioni ma anche delle istituzioni, le quali spesso non sono pronte ad accettare o a gestire la diversità, che dunque viene trattata in maniera negativa quando potrebbe rappresentare nient’altro che una ricchezze per le società.

La comunità LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) e in particolare i transessuali, si trovano in situazioni non sempre facili, sono maggiormente soggetti a discriminazioni e violenze e quando si tratta del carcere le circostanze peggiorano.

Non bisogna innanzitutto dimenticare che il DSM (Diagnostic and Statistical Manual of MentalDisorders) definisce la persona transessuale come un soggetto che soffre di un disturbo di identità di genere (DIG) e questo già basta per rendere “anormale” la condizione del transessuale.

All’interno delle carceri poi, i transessuali, nella maggior parte dei casi, non godono di un trattamento equo rispetto agli altri detenuti.

Il fatto più rilevante è che i FtM (Female to Male, ovvero coloro che sono nate donne, ma hanno deciso di diventare uomini) vengono reclusi nelle carceri femminili, mentre i MtF (Male to Female, ovvero coloro che sono nati uomini ma hanno deciso di diventare donne) si trovano nelle carceri maschili.

Inoltre, prendendo in esempio l’istituto penitenziario di Poggioreale a Napoli, vediamo che le persone transessuali vengono ospitate, per motivi di sicurezza, in un padiglione a parte, il padiglione Roma, insieme ai “sex offenders”, ovvero ai colpevoli di reati sessuali.

Spesso vengono loro concesse meno ore di passeggio, viene loro negata la partecipazione alle varie attività dell’istituto e a volte subiscono violenze.

In altre carceri, a molti transessuali non viene concesso di continuare la terapia ormonale per mancanza di fondi e la stessa cosa vale per la terapia psicologica o psichiatrica.

Un altro aspetto da analizzare è quello del reinserimento nella società. Nella gran parte dei casi, le persone transessuali versano già in condizioni di solitudine, povertà e ignoranza, molte sono straniere e senza permesso di soggiorno e non intravedendo altra via d’uscita finiscono per commettere reati.

Una volta scontata la loro pena però, non vengono tutelati né supportate e l’inserimento nel mondo del lavoro è un miraggio.

Anche se negli ultimi anni, rispetto al passato, la situazione è decisamente migliorata, la società in generale resta impregnata di una mentalità patriarcale e maschilista che è difficile da debellare.

Finché non verrà attuato un cambiamento nella cultura e nell’educazione delle nuove generazioni, il risultato sarà sempre lo stesso.

 

 

Concertone. Discriminazione e sessismo, pane quotidiano di una invisibilizzazione

Nuvolette di pensieri

@Pat Carra – Annunci di lavoro -Ediesse


Il concertone del primo maggio è solo la rappresentazione plastica, a livello macro, di una l’invisibilizzazione delle donne che avviene ogni giorno. Un mucchio di escamotage e di motivazioni rocambolesche a giustificare una assenza, una dimenticanza che viene da secoli in cui si è fatto sempre così. D’altronde Renga aveva già magnificamente espresso la sua opinione (maschiocentrica per usare un eufemismo) sulle voci femminili.

Le voci e i contributi femminili ancora messi in secondo piano, perché quando c’è da mostrare talenti, bravura, impegno e anche solo il valore che è racchiuso in ciascuno di noi, non si riesce mai a pensarlo anche declinato al femminile. Siamo retroguardia, nelle retrovie, manovalanza, andiamo bene nella massa indistinta, per far numero e decorare la scena. E si fa di tutto per allontanare quel ‘di fatto’ tanto strenuamente voluto da Teresa Mattei per l’art 3 della nostra…

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Vivere la vita, nei suoi colori e nelle sue profumazioni

Nuvolette di pensieri


L’esperienza di Barbara Bartolotti è la storia di una sopravvissuta, una donna che si è aggrappata alla vita con tutte le sue forze. Sopravvissuta a una crudele aggressione dalla violenza inaudita e inaspettata da parte di un collega. Un percorso di rinascita che le ha permesso di intraprendere una vera e propria nuova vita. Le abbiamo chiesto di raccontarcela.

Barbara all’epoca dei fatti aveva 29 anni, un marito, due bambini e da poco aveva scoperto di aspettarne un terzo.

Ci racconti cosa ti è accaduto quel 20 dicembre 2003?

Incontro Giuseppe Perron, mio collega dello studio edile in cui lavoravo come contabile. Credevo dovesse parlarmi di lavoro, visto che tra di noi non c’era mai stato altro. Scesa dalla macchina mi ha colpita con quattro martellate alla testa e poi mi ha accoltellato all’addome, uccidendo anche la vita del mio bambino che portavo in grembo. Poi non contento, mi ha…

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Dellitto d’onore

il ricciocorno schiattoso

“Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni.
Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona, che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella. Se il colpevole cagiona, nelle stesse circostanze, alle dette persone, una lesione personale, le pene stabilite negli articoli 582 e 583 sono ridotte a un terzo; se dalla lesione personale deriva la morte, la pena è della reclusione da due a cinque anni.
Non è punibile chi, nelle stesse circostanze, commette contro le dette persone il fatto preveduto dall’articolo 581”.

Questo l’articolo soppresso il 5 agosto 1981 grazie al n. 442, che ha abrogato la rilevanza penale della “causa d’onore”.

Un…

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