16 marzo 1994: Angela Costantino uccisa dai parenti perché aveva tradito il marito che era in carcere

Angela

Sospettavano che fosse incinta. Incinta di un altro uomo. Per questo l’hanno uccisa e ne hanno occultato il cadavere. Non lasciano spazio a dubbi le 64 pagine firmate dal Gup di Reggio Calabria, Carlo Alberto Indellicati, per motivare la sentenza, emessa sul finire del 2013, con cui  – in accoglimento dell’impianto accusatorio portato avanti dal pm Sara Ombra – sono stati condannati a trent’anni di reclusione ciascuno Bruno Stilo e Fortunato Pennestrì, ritenuti mandante ed esecutore materiale dell’omicidio di Angela Costantino, moglie del boss Pietro Lo Giudice, fatta scomparire e uccisa nel marzo del 1994 per salvare l’onore del capoclan: Le motivazioni ignobili e disprezzabili che hanno sorretto i responsabili dell’omicidio della Costantino fanno ritenere integrata la circostanza aggravante del motivo abietto, considerato che trattasi di un terribile gesto deciso da componenti una famiglia mafiosa per punire una ragazza ritenuta responsabile di aver tradito un membro della famiglia instaurando rapporti sentimentali extra coniugali; il tutto al fine di punire una persona che non si era piegata alle norme comportamentali della ‘ndrangheta” scrive il Gup Indellicati.

Dalla collazione dei documenti di natura medica agli atti dell’indagine, infatti, emergerà come la situazione della donna “poteva essere compatibile sia con una disfunzione ginecologica, sia con un aborto precoce, a seguito di una gravidanza molto recente”. Ma per la ‘ndrangheta non esiste “garantismo”. Un unico sospetto può bastare per eliminare una giovane donna. Lo scrive il Gup Indellicati: “Non è dunque l’eventuale stato di gravidanza della Costantino, quanto, piuttosto, il sospetto fondato da parte dei familiari del marito della stessa che la donna fosse incinta, condizione che rendeva, comunque, inaccettabile la condotta di vita della ragazza poi scomparsa”.

Angela Costantino, 25enne all’epoca dei fatti, sarebbe stata uccisa per “un accordo di famiglia” a causa della sua relazione extraconiugale con un uomo nel periodo in cui il marito era detenuto. I suoi assassini l’avrebbero raggiunta alle prime ore del giorno del 16 marzo 1994. Da circa un mese abitava a Reggio Calabria in via XXV luglio, in un immobile al piano terra che, per decenni, è stato il feudo storico della cosca Lo Giudice. Lì, infatti, era più facilmente controllabile. A uccidere materialmente la donna sarebbe stato Fortunato Pennestrì. Bruno Stilo – uno dei “vecchi” dello storico clan Lo Giudice di Reggio Calabria – sarebbe invece stato tra i mandanti del delitto.

Non ha dubbi il Gup Indellicati: “Una donna che appartiene ad un clan come quello dei Lo Giudice non poteva permettersi di gettare disonore e fango su tutta la famiglia: unica sanzione possibile, pertanto è la morte(…) E la responsabilità per il gravissimo efferato delitto non può che essere di coloro che dirigevano il clan mentre gli altri componenti erano in libertà ed ossia Bruno Stilo che dava ordini e Fortunato Pennestrì estremamente attivo per conto della cosca, sotto le direttive degli esponenti di vertice non detenuti come lo Stilo, avendo ereditato la gestione in concreto della relativa attività criminosa forzosamente abbandonata dagli esponenti detenuti”.

Un caso che la Procura di Reggio Calabria arriverà a risolvere, finalmente, nel 2012, quando verranno arrestati i presunti responsabili. Per anni, infatti, non si riuscirà ad arrivare alla verità e l’indagine subirà due archiviazioni. Per il resto il fascicolo prenderà polvere.

Sul tema, uno dei magistrati che si occuperà del caso, l’allora sostituto Franco Mollace, metterà in campo un clamoroso dietrofront.

Escusso in aula in qualità di testimone nel processo contro il clan Lo Giudice, Mollace (sollecitato per i propri rapporti con Luciano, considerato l’anima imprenditoriale della famiglia) ricorderà con fermezza la propria azione contro la famiglia originaria di Santa Caterina: “Assieme al collega Palamara chiedemmo ordinanza di custodia cautelare sia per la scomparsa della cognata, Angela Costantino o Cosentino, non so come si chiamava”. Rispondendo alle domande del procuratore capo di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho, e del sostituto Beatrice Ronchi, l’ex magistrato di Reggio Calabria, Francesco Mollace, aveva enumerato alcune attività svolte contro gli ambienti della cosca Lo Giudice. Un passaggio di rilievo, nel racconto dell’ex sostituto procuratore generale, dato che sia il procuratore Cafiero de Raho, sia il pm Ronchi lo incalzavano sulla natura della conoscenza portata avanti con Luciano Lo Giudice. Mollace ricorderà l’attività che avrebbe svolto diversi anni prima: “Un fascicolo relativo alla scomparsa, è una vicenda molto delicata questa, che io ho fatto un’attività presso Villa Aurora. Si sosteneva, praticamente, di un ricovero della signora presso Villa Aurora, ricovero che celava altre ragioni, cioè ricoverata per A, ma invece la patologia era B. E di questo ne ha parlato Maurizio Lo Giudice, ne parlò diffusamente. Poi ne hanno parlato altri collaboratori, ma non li ho trattati io e sulla base di tutta una serie di attività, il sequestro di cartelle cliniche, interrogatorio di persone, ripeto, non posso ricordare tutto perché il GIP praticamente liquidò con poche battute la consistenza della cosa, ha respinto la nostra richiesta, perché le dichiarazioni di Maurizio Lo Giudice non avevano trovato riscontro”. A distanza di un mese e mezzo, però, l’ex sostituto procuratore generale si schiarirà le idee e farà pervenire una lettera al Collegio presieduto da Silvia Capone e chiamato a decidere le sorti del clan Lo Giudice (seppellito da decine di anni di carcere). Una lettera in cui Mollace ritirerà le affermazioni rese, ammettendo di aver fatto confusione o comunque di aver ricordato male, rispetto alle attività portate avanti negli anni in Procura. Tra la testimonianza e le “precisazioni” di Mollace diversi passaggi: il pm Ronchi svolgerà degli accertamenti volti a dimostrare l’incongruenza dei fatti riferiti da Mollace rispetto alla realtà. Carte, quelle presentate dal pm Ronchi, che indurranno il presidente del Collegio a verbalizzare “la falsità delle affermazioni di Mollace”. Da qui, dunque, il dietrofront del magistrato.

Dalla lettura delle carte, comunque, emerge come il materiale indiziario su cui si muoverà l’inchiesta sarà – per lo più – composto dai medesimi elementi: le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e l’escussione delle persone che, a vario titolo, avrebbero condiviso gli ultimi mesi di vita di Angela Costantino.

Ad aprire squarci di luce su una vicenda oscura, che finirà anche sulla tv nazionale tramite “Chi l’ha visto?” è il collaboratore Maurizio Lo Giudice, fratello di Nino “il nano” e di Luciano. Già in un interrogatorio del 1999, anno di inizio della sua collaborazione, Maurizio Lo Giudice, indica Pennestrì come un esponente di spicco della cosca Lo Giudice, insieme a Bruno Stilo: “Dopo l’arresto dei miei fratelli che era … che prendeva in mano tutta … tutta la famiglia nel … nel periodo dei soldi … cioè dopo che sono stati arrestati … Natino Pennestrì prendeva … andava pure a chiedergli i soldi a quella che … che li avanzavano, cioè lui aveva preso tutta questa, tutta questa … dell’usura … sì, perché le estorsioni erano fino all’arresto dei miei fratelli, che dopo non siamo andati più a Santa Caterina, dopo c’è stata la pace lì e allora non siamo andati più […] All’arresto dei miei fratelli era Bruno Stilo, mio cugino Domenico e mio fratello … mio nipote Fortunato…”.

E proprio nel 1999, Maurizio Lo Giudice, racconta agli inquirenti della scomparsa di Angela Costantino, parlando, fin da subito, di una possibile eliminazione. Ed è proprio Maurizio Lo Giudice a parlare, per la prima volta, di una possibile relazione extraconiugale con un giovane, Pietro Calabrese, trasferitosi a Roma, forse per evitare ripercussioni mortali: “Aviva perdutu a testa, dottori!” dirà al pm che lo interrogherà. E sarebbe stato proprio Natino Pennestrì, colui il quale avrebbe strangolato la giovane Angela, a esercitare su di lei un controllo ossessivo nel periodo in cui Pietro Lo Giudice era detenuto. Pennestrì sarebbe arrivato addirittura a “interrogare” i quattro figli piccoli della donna sui comportamenti della madre.

Non solo Calabrese, comunque, anche un altro giovane, Domenico Megalizzi, scomparso proprio nel medesimo periodo in cui sparì nel nulla Angela Costantino, avrebbe potuto avere una relazione con la giovane E scoperti dunque questi presunti rapporti, i Lo Giudice avrebbero preso la decisione di “risolvere la questione”, senza però informare il detenuto Pietro Lo Giudice: “Pietro, mio fratello – dice Maurizio Lo Giudice – che era carcerato non doveva sapere nulla … omissis … si doveva solo fare la galera in pace, mio fratello Pietro, perché era carcerato, dottore”. E sarebbe stato proprio Pennestrì a informare Maurizio Lo Giudice dell’accaduto, alcuni giorni dopo la scomparsa e nel corso dell’ennesima, fasulla ricerca: “I fatti … così confessandomi che Angela era morta, dottore, che nella nostra famiglia non esisteva il verbo tradimento e che non abbiamo potuto fare niente per non macchiarci del nostro stesso sangue …”.

E così Angela Costantino scomparirà, lasciando i figli piccolissimi in completa solitudine, con il fuoco acceso sotto la pentola e tutti i documenti in casa. Scatterà inoltre la delegittimazione del personaggio. Dal racconto di Maurizio Lo Giudice: “In quei giorni Natino prese la palla al balzo che Angela si lamentava con tutti noi che si buttava dal porto, dai ponti, così creò un po’ di pubblicità che era pazza, dei falsi ricercamenti, che portarono per… la credibilità che Angela era veramente malata”.

Dichiarazioni, quelle di Lo Giudice, che per anni resteranno solo parole. Poi, però, il pubblico ministero Beatrice Ronchi riaprirà le indagini e gli uomini della Squadra Mobile incroceranno le affermazioni di Lo Giudice con quelle di almeno altri due collaboratori di giustizia: Paolo Iannò e Domenico Cera.

Il primo è un collaboratore di giustizia ritenuto molto attendibile grazie al ruolo, elevatissimo, svolto nell’ambito della sua “carriera” criminale, come braccio destro e armato di Pasquale Condello, il “Supremo” arrestato dal Ros il 18 febbraio 2008. Iannò, riferendo delle attività della cosca Lo Giudice, indicherà gli affiliati come responsabili del destino di Angela Costantino: “Loro sono responsabili della cognata. È stato, era la moglie di Pietro, è stato perché aveva la relazione extraconiugale ed è scomparsa”. E questa volta la fonte diretta non sarebbe Pennestrì, ma lo stesso Bruno Stilo, uno dei soggetti più importanti della cosca Lo Giudice che, in un incontro in cui era presente proprio lo stesso Condello aveva “specificato” che l’uccisione, era una decisione presa da “loro i familiari tutti”, “con un accordo di famiglia”, e che l’uccisione era dovuta al fatto che la donna, “la moglie di Pietro”, “aveva sbagliato” e che, dunque, non era vera “la notizia uscita sui giornali” che Angela fosse “pazza”, “fatta” o se ne fosse andata volontariamente per le “preoccupazioni”.

Angela Costantino non era scappata e non era pazza. Era stata uccisa.

Di Claudio Cordova

(Fonte: http://ildispaccio.it/dossier/52283-ecco-perche-e-stata-uccisa-fatta-scomparire-angela-costantino) Foto di www.inquantodonna.it

 

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18 marzo 1994: tre donne uccise per questioni d’onore

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“Uccidere o morire. Una legge inesorabile per un aspirante ‘ndranghetista, chiamato a macchiarsi dei delitti più gravi. È una vera e propria strage nel nome dell’onore quella che si compie sull’asse Rosarno-Genova a cavallo tra il 1993 e il 1994. Un vero e proprio giallo, rimasto irrisolto per la giustizia italiana. Maria Teresa Gallucci in Alviano ha quarant’anni ed è una bella donna. Ha vissuto una vita difficile, fatta di sacrifici e di sofferenze. A venticinque anni resta vedova: il marito muratore è volato dal quarto piano di un edificio in costruzione perché un tavolaccio di un’impalcatura ha ceduto sotto il suo peso. E Maria Teresa rimane a Rosarno e va avanti da sola, crescendo i suoi tre figli. Solo madre, premurosa e attenta, e non più donna. Almeno fino alla soglia degli anta. I suoi ragazzi sono ormai cresciuti, e lei all’improvviso riscopre l’amore. Inizia una storia con un commerciante del paese, Francesco Arcuri, più giovane di lei di qualche anno. Ufficialmente è una storia segreta, ma presto in paese tutti sanno della relazione. Non si tratta di privacy violata, ma del giudizio del tribunale della ‘ndrangheta. Francesco Alviano ha ventitré anni, senza il padre da quando ne ha cinque. È un ragazzo cresciuto in fretta, con la responsabilità di sostituirlo il più presto possibile. È il primogenito e su di lui la madre confida per dare un futuro alla famiglia. Magro, longilineo, con i capelli rasati, la fronte alta e occhi verdi penetranti, Francesco ha un carattere difficile, si fa prendere dall’ira. Per questo, o forse perché mal sopporta la vita di caserma, riesce a scansare il servizio di leva, dopo solo quattro giorni di naia e una lunga convalescenza nell’ospedale militare per una crisi di nervi. Ma Francesco è anche un ragazzo intelligente: ottiene il massimo dei voti alla maturità, al professionale per l’agricoltura, e poi si iscrive all’università, Economia e commercio a Messina. Forse la voglia di bruciare le tappe, forse il peso della responsabilità, forse il desiderio di prendersi quello che la vita gli ha negato, forse il fascino del crimine, fatto sta che Francesco coltiva amicizie di «alto rango» e aspira alla carriera ‘ndranghetista. Nessuno ha la forza di impedire a quel ragazzo di fare la sua scelta di vita. Quella che segue è una storia verosimile, la ricostruzione fatta dagli investigatori per dare un perché a una strage terribile, ma si tratta solo di un’ipotesi, bocciata dalla magistratura. Una verità che tutti conoscono ma che nessuno può invocare. Quel che è certo è che ci sono quattro cadaveri a cui la Repubblica non ha saputo dare giustizia. Si chiacchiera tanto nei bar di Rosarno. Ogni parola ha un senso, ogni gesto è una sfida che non si può non raccogliere. A Francesco tocca l’offesa più profonda: le risatine, le mezze frasi, gli sguardi dall’alto in basso per uno che s’atteggia a malandrino ma non sa «guardare» nemmeno le femmine di casa sua. Gli hanno messo la pulce nell’orecchio: «Tua madre se la tiene uno del paese, e tuo padre si rivolta nella tomba». È un’accusa gravissima, l’indegnità massima per un uomo d’onore. Forse qualcuno ci marcia pure sopra, per mettere i bastoni tra le ruote a quel ragazzo che vuole fare strada. Il rispetto, la reputazione, la fiducia dei boss, il futuro, tutto è compromesso. Francesco non ha voglia di ripartire da zero, costi quel che costi. Deve riparare all’affronto subito, deve recuperare il suo onore. Prima di prendere la decisione interroga la madre Maria Teresa, la incalza, la minaccia. Lei non si azzarda a rivendicare il suo diritto di essere donna, nega tutto, si nasconde dietro il suo ruolo di madre e di vedova devota. Un ruolo che, sa bene, non ammette vie d’uscita. La sera del 4 novembre 1993 Francesco Arcuri viene ferito barbaramente. Nove colpi di pistola, diretti al basso ventre. Coi genitali spappolati e un’emorragia deflagrante, l’uomo muore dopo un’agonia di undici giorni. Il messaggio è chiaro. Tutti lo colgono. Soprattutto i parenti della vittima che, si dice, siano vicini alla ‘ndrangheta. E anche tra le cosche serpeggia il nervosismo. Sulla tomba di Arcuri, dicono gli investigatori bene informati, qualcuno ha giurato vendetta. C’è tensione in paese, è chiaro che qualcosa deve accadere. Ma il giovane Francesco Alviano non è un malandrino qualunque, da poter fare fuori senza disturbare. È ormai organico alla cosca Pesce, i padroni di Rosarno. Il locale della ‘ndrangheta emette il suo verdetto: chi uccide per onore non può essere punito, neanche se a morire è uno ‘ndranghetista. Ma la salvezza del vendicatore passa per la morte della donna infedele, come vuole la legge d’onore. A Francesco, per tener fede al giuramento mafioso, evitare la vendetta e diventare un uomo di tutto rispetto, tocca uccidere la madre con le proprie mani. Ma prima Francesco fa in tempo a sfuggire alla giustizia – lo interrogano sull’omicidio di novembre, ma non emergono prove a suo carico – e a dimostrare la fedeltà ai Pesce, finendo in cella per favoreggiamento. Ha nascosto alcune pistole del boss Antonio, fratello di «zi Peppi», il capobastone Giuseppe Pesce, morto da qualche tempo. È il 28 febbraio 1994. La prova non è sufficiente, il tempo stringe e la vendetta va compiuta. Francesco patteggia otto mesi, la pena è sospesa e viene scarcerato, ma ha l’obbligo di firma: ogni martedì e venerdì deve presentarsi ai carabinieri di Rosarno. Il 15 marzo assolve il suo compito, poi parte alla volta di Genova. È lì che Maria Teresa Gallucci si è rifugiata insieme alla madre ultrasettantenne, Nicolina Celano. La morte del suo amante l’ha terrorizzata. Sa bene cosa l’aspetta nel suo paese, e ha deciso di cambiare aria. In Liguria vivono tantissimi parenti, tanti emigrati calabresi pronti a sostenerla. Pensa che è solo questione di tempo e, passata la bufera, anche la ‘ndrangheta dimenticherà. Si tratta solo di non farsi vedere. Le donne trovano ricovero in una casa popolare in Via Scarpanto sulle alture di Pegli, nel ponente genovese. Lì abita al primo piano di un palazzone rosa Concetta Gallucci, sorella e figlia delle due. Arrivano prima di Natale, e si chiudono in casa. Una vita ritiratissima, diranno i vicini. Per qualche mese ci si stringe un po’ – sono in sette: Concetta con il marito e i tre figli e le due nuove arrivate – ma la vita procede tranquilla e attorno alla famiglia si stende una rete di protezione grazie agli altri tre fratelli di Maria Teresa, ormai da tempo di stanza nei carruggi. La mattina del 18 marzo gli uomini sono via, il più piccolo dei ragazzi è ospite da parenti, la padrona di casa è già al suo lavoro di collaboratrice domestica. In Via Scarpanto ci sono solo le donne: Maria Teresa e la vecchia Nicolina Celano, insieme alla nipote Marilena Bracaglia, che ha ventidue anni, studia da architetto e non ne vuole sapere di svegliarsi, ancora sotto le coperte del divanoletto del soggiorno, che la ospita ormai da diverse settimane. Tra le nove e le dieci si compie la strage. Suonano alla porta e Maria Teresa s’accosta all’ingresso. Di certo conosce il nuovo venuto, e lo accoglie senza nemmeno indossare la vestaglia. I primi colpi sono per lei. Al capo. Poi tocca alla giovane Marilena, fulminata nel sonno con due pallottole alla testa. Ultimo atto della tragedia l’uccisione della nonna, accorsa in soggiorno in pigiama e a piedi nudi, con il cuore che galoppa e già teme il peggio visto il trambusto. Ancora dei colpi alla testa. Una carneficina, un lago di sangue che di lì a poco accoglierà i parenti delle vittime.”

di Danilo Chirico e Alessio Magro – Dimenticati (14/02/2012)

(Fonte: http://www.stopndrangheta.it) Foto da La Stampa

 

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12 marzo 1981: Francesca Moccia uccisa durante un conflitto tra clan rivali

(Foto non reperibile)

Francesca, 48 anni, faceva la fruttivendola.. stava scaricando le cassette della frutta quando fu colpita da diversi colpi di pistola.. era un regolamento di conti tra clan, e lei si trovò in mezzo.

Oltre alla donna morì anche Mariano Mellone, che era andato dal meccanico che si trovava proprio difronte al negozio di frutta di Francesca e morì anche lui sotto i colpi.

(Fonte: http://www.vittimemafia.it)

 

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7 marzo 1946: Masina Perricone uccisa durante un attentato contro il candidato sindaco

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Vi sono tante vittime innocenti che non hanno più un volto ed un nome solo perchè un frettoloso dattilografo ha trascritto i loro dati anagrafici con disattenzione e senza fare alcuna verifica. Una disattenzione denunciata dallo storico Giuseppe Cassarrubea già negli anni Settanta, ma in cui la Regione è incorsa anche un ventennio dopo. Come dimostra il caso di Masina Spinelli. L’ elenco della Regione la pone come vittima di mafia assassinata il 16 maggio del 1946 a Favara. E per la stessa data cita anche Gaetano Guarino, sindaco e farmacista, ucciso mentre parlava con alcune persone. La legge accomuna le due storie e, coincidendo la data del decesso, sembra volerli morti nello stesso agguato.

Nulla di più falso. Perchè la signora non era di Favara, e sicuramente non era in quel paese nel giorno indicato dalla legge per la semplice ragione che era già morta due mesi prima a Burgio. Ma c’è di più. La legge la chiama Marina, e commette un ulteriore errore. Perchè lei si chiama Tommasa, per gli amici e parenti Masina: Masina Perricone per l’esattezza. Spinelli era il nome del marito.

Lei, 33 anni, appena sposata, stava rientrando a casa nello stesso istante in cui un commando stava cercando di eliminare il candidato sindaco di Burgio, Antonio Guarisco. I colpi sparati furono tanti. Uno colpì a morte la casalinga. Guarisco si salvò. Fu ferito solo ad un braccio.

Uccisa a Burgio, ma per la legge lo è stata in un altro posto, col nome alterato e per di più sconosciuto. Dunque dimenticata. Con il risultato che pur essendo stata dichiarata vittima innocente della mafia i parenti non hanno potuto ottenere alcun aiuto e beneficio dall’amministrazione pubblica. Ed ancor oggi non sanno di aver avuto in casa una martire di Cosa nostra sancita dalla legge.

Stralcio tratto dal Blog di Benny Calasanzio

(Fonte: www.vittimemafia.it)

 

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16 febbraio 2011: Barbara De Marco e Rosellina Indrieri uccise per vendetta

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Le due donne, Rosellina Indrieri, 45 anni, e la figlia Barbara, 26 anni, sono la cognata e la nipote di Aldo De Marco, un commerciante che il 17 gennaio aveva assassinato a Spezzano Albanese Domenico Presta, 22 anni, figlio di Franco, considerato il boss della zona e attualmente latitante. Nell’agguato, portato a  termine in un alloggio popolare del piccolo comune cosentino, è rimasto ferito in maniera grave alla spalla e al bacino anche Silas De Marco, nipote del commerciante-assassino. Sfuggito all’agguato anche il marito dell’Indrieri. I killer si sono presentati intorno alle 21 davanti a casa della Indrieri con il volto coperto. Hanno buttato giù la porta d’ingresso a calci e hanno iniziato a sparare all’impazzata. A nulla sono valsi i tentativi delle due donne di sottrarsi al fuoco dei due fucili, caricati a pallettoni. Madre e figlia hanno tentato di buttarsi dal balcone, inutilmente. Per i carabinieri il duplice omicidio e il ferimento  del ragazzo hanno una matrice mafiosa e sarebbe la risposta all’assassinio di Domenico Presta.

(Fonte: http://www.vittimemafia.it)

 

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9 gennaio 2009: Felicia Castaniere muore dopo aver subito un furto

Felicia

Articolo del 10 gennaio 2009

E’ CACCIA APERTA AI DUE BALORDI ASSASSINI CHE HANNO RAPINATO E CAUSATO LA MORTE DI FELICIA CASTANIERE, LA 50ENNE DISABILE DI CASANDRINO

Ancora nessuna traccia degli assassini che ieri non si sono fatti scrupolo di trovarsi dinanzi ad una donna indifesa e disabile, che si muoveva su una sedia a rotelle, per rapinarla e dunque causarne la morte. Le hanno sottratto i soldi che poco prima aveva prelevato all’ufficio postale. Poi sono scappati via. Ma il cuore di Felicia Castaniere, 50 anni, da sempre su una sedia a rotelle, non ha retto allo spavento. La donna è morta poco dopo. Una tragedia che ha scosso Casandrino, un paese di 12mila abitanti alle porte di Napoli. Felicia Castaniere, invalida da quando aveva nove mesi a causa della poliomelite, ieri mattina è uscita dalla sua abitazione di via Milano 1, nella quale viveva con i suoi anziani genitori. Si è recata all’ufficio postale di corso Borsellino dove ha prelevato i soldi della sua pensione ed ha pagato alcuni bollettini postali. Poi con la sua carrozzella elettrica rossa si è diretta a casa di una amica in Falcone, a circa un chilometro di distanza. Ma a qualcuno non è sfuggito che Felicia aveva prelevato del denaro. Forse è stata seguita. Quando la donna è giunta nel cortile del civico 76 di via Falcone, la strada che porta verso Sant’Antimo, dove le rapine sono frequenti, è stata affrontata da due uomini che erano in sella ad un moto. “Fai presto, dacci i soldi’, hanno urlato. Forse Felicia ha provato a resistere. Ma uno dei due malviventi non ha esitato ad allungare le mani, a frugare nel camicia della donna che era sulla sua sedia a rotelle. Hanno afferrato il denaro, sembra un migliaio di euro, e sono scappati via a tutta velocità. Per Felicia lo spavento è stato enorme. Ha provato a urlare. Nel cortile sono giunte alcune persone, hanno dato a Felicia un bicchiere d’acqua. Sono stati chiamati i soccorsi e in pochi minuti sul posto e’ giunta una autoambulanza del “118” dal vicino ospedale di Frattamaggiore. E’ stata stesa sul lettino ma e’ morta poco: il referto parla di arresto cardio circolatorio anche se le cause della morte saranno definitivamente accertata dall’esame medico-legale che verrà eseguito nelle prossime ore al policlinico dell’universita’ “Federico II” di Napoli. Sul posto sono giunti carabinieri e polizia per i rilievi del caso. Una morte assurda, che pero’ ha riacceso le polemiche sulla sicurezza nell’hinterland a nord di Napoli. La morte di Felicia Castaniere ha scosso l’intera comunità anche perchè la vittima era molto conosciuta per il suo impegno in favore dei disabili. Infatti era la responsabile della locale sezione dell’associazione provinciale disabili: uno sportello che fornisce assistenza ai disabili per pratiche burocratiche. E poi provvedeva alla distribuzione di generi di prima necessita’ alle famiglie indigenti grazie alla collaborazione con il banco alimentare.

(Fonte: Paolo Chiarello Blog) Foto da napoli.cronacacitynews

 

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8 gennaio 1982: Rosa Visone uccisa da mentre passava dove c’era uno scontro a fuoco

(Foto non reperibile)

Articolo del 9 gennaio 1982:

Decine di colpi sparati all’impazzata mentre tutt’attorno la gente scappa cercando disperatamente un riparo. Un violento scontro a fuoco tra carabinieri e malviventi con un bilancio pesantissimo: un maresciallo ucciso, una ragazza (appena 16enne) che passava di lì per caso ammazzata sul colpo, due ufficiali dei carabinieri ricoverati in ospedale per ferite d’arma da fuoco, un altro passante raggiunto alla schiena da uno dei proiettili. È accaduto tutto in pochi attimi, ieri sera poco prima delle 20,30, in una delle strade principali di Torre Annunziata, popolosissimo centro costiero a qualche chilometro da Napoli. Pochi attimi di fuoco contribuiscono ad allungare la lista dei morti ammazzati a Napoli: 13 dall’inizio dell’anno ad oggi. Una media folle, che sembra voler lanciare questa città e la sua gigantesca provincia verso tragici record. La dinamica dello scontro a fuoco è ancora avvolta — al momento in cui scriviamo — da alcune zone d’ombra. Ma è possibile,  comunque, tentare una prima ricostruzione. Sono le 20,15 ed il maresciallo Luigi D’Alessio — comandante della stazione dei CC di Torre Annunziata — è a bordo della Fiat 500 guidata dal capitano Sensales. Con loro c’è anche il maresciallo Santulli. Sono tutti e tre in borghese. Non si sa ancora se fuori per servizio o se diretti a casa finito il turno. Stanno percorrendo lentamente via Roma, una delle più importanti strade di Torre Annunziata che congiunge la città con il suo grande porto, ormeggio prediletto degli scafi blu dei contrabbandieri di sigarette. Ad un tratto i tre carabinieri avvistano una Simca Horizon targata Milano con a bordo quattro pregiudicati. Due di questi vengono riconosciuti dai carabinieri. La Fiat 500 si affianca, quindi, all’auto sospetta. Alla guida è il capitano Sensales. Accanto a lui il maresciallo D’Alessio, dietro è seduto l’altro maresciallo, Santulli. Pare che, a questo punto, la Simca dei banditi tenti la fuga. Il maresciallo D’Alessio esce dall’auto ma appena fuori, senza nemmeno il tempo di difendersi, viene colpito in pieno da una scarica di lupara esplosa dall’interno della Simca da uno dei malviventi. Lo scambio di colpi è fittissimo. I carabinieri sparano con le pistole d’ordinanza; i banditi rispondono al fuoco con lupara, pistole e fucile. È a questo punto che un proiettile raggiunge al petto una passante, Rosa Visone. La ragazza, 16 anni, casalinga, stava fuggendo alla ricerca di un riparo. Il proiettile la colpisce in pieno, la giovane cade al suolo.

(Fonte: L’unità)

 

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La squadra di calcio a 5 di serie A femminile di Locri chiude per minacce

Dopo sei anni di attività, nonostante l’entusiasmo e i risultati eccellenti di questi anni, l’Asd Sporting Locri, società di calcio femminile a 5, ha annunciato il ritiro dal campionato nazionale di serie A Elite e la fine di ogni attività. La decisione del presidente, Ferdinando Armeni, di gettare la spugna assieme alla dirigenza, arriva dopo una serie di avvertimenti in stile mafioso, con frasi e inviti minacciosi a farsi da parte, contenuti in alcuni biglietti anonimi fatti recapitare allo stesso Armeni alla famiglia e ad altri dirigenti dello Sporting Locri. Anche nell’ultimo messaggio rinvenuto sull’auto del presidente, trovata con il pneumatico sfasciato, c’era scritto: “Forse non siamo stati chiari. Lo Sporting Locri va chiuso”. Gli episodi sono stati denunciati a carabinieri e polizia, che hanno avviato accertamenti per vagliare la natura delle minacce e risalire agli autori. “Siamo senza parole – dice Armeni – il nostro è solo un hobby, una passione per lo sport calcistico. Non è accettabile che si possa correre il rischio di essere colpiti anche nei nostri affetti più cari. Certo, può darsi che si tratti di una bravata, ma davvero non ce la sentiamo di andare avanti. Inutile nasconderlo, c’è rammarico nel dover chiudere dopo anni di successi che ci hanno consentito quest’anno di diventare la squadra rivelazione del campionato nazionale di serie A. Non riusciamo a capire, tuttavia, quali interessi ci possano essere da parte di chi vuole ostacolare un’attività sportiva come questa”. Lo Sporting Locri è ritenuta, anche per il suo attuale quinto posto in classifica, la squadra rivelazione della serie di calcio femminile a 5, l’unica calabrese in nazionale di categoria. Il sostegno al presidente, alla squadra e alla dirigenza è giunta da tutta l’Italia insieme alla solidarietà delle altre società presenti nel campionato nazionale. Il presidente della Commissione contro la ’ndrangheta del Consiglio regionale Arturo Bova e il sindaco di Locri Giovanni Calabrese ha anche invitato i vertici del club a non ritirare la squadra dal campionato. Il presidente del Consiglio regionale Nicola Irto ha espresso vicinanza – con l’invito alla società ad andare avanti – insieme al segretario regionale del Pd Ernesto Magorno.

(Fonte: http://www.noidonne.org)

23 dicembre 1984: strage rapido 904–

O capitano! Mio capitano!...

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Il 23 Dicembre 1984 viene ricordato per la “Strage del rapido 904“, anche detta “Strage di Natale“.

Verso le 19 di sera ci fu una violentissima esplosione. L’ordigno, collocato sul treno durante la sosta alla Stazione di Firenze Santa Maria Novella, era stato posto su una griglia portabagagli, pressapoco al centro del convoglio. La detonazione fu causata da una carica di esplosivo radiocomandata.

Al contrario del caso dell’Italicus, però, questa volta gli attentatori attesero che il veicolo penetrasse nel tunnel, in modo da massimizzare l’effetto della detonazione.

L’esplosione causò 15 morti e 267 feriti. I soccorsi però arrivarono con difficoltà, dato che l’esplosione aveva danneggiato la linea elettrica e parte della tratta era isolata. Inoltre il fumo bloccava l’accesso dall’ingresso sud dove si erano concentrati inizialmente i soccorsi. Ci volle più di un’ora e mezza perchè i primi aiuti riuscissero a raggiungere il luogo dell’esplosione. Nel conto…

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19 luglio 1992, strage di Via d’Amelio: in ricordo di Emanuela Loi

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«È il mio lavoro, non posso tirarmi indietro». Lo ripeteva come un mantra a mamma e papà Emanuela Loi, 24 anni, agente di scorta morta mentre proteggeva Paolo Borsellino nella strage di via D’Amelio. Doveva tornare a breve nella sua Sestu, in provincia di Cagliari. Qualche giorno in più, prima di sposarsi finalmente, lasciare Palermo e quel caldo luglio del 1992. Non è tornata viva nella sua isola Emanuela, così precisa ed innamorata del suo lavoro. Emanuela era una tiratrice scelta. Era brava. Dopo il diploma entrò nella Polizia di Stato nel 1989 e frequentò la Scuola Allievi Agenti di Trieste. I genitori erano preoccupati per il suo nuovo incarico. Da un mese era entrata nella squadra del servizio scorte ma Emanuela non si è mai tirata indietro. Perché quella era la sua missione, la missione che amava.

«Eravamo giovani, io avevo 23 anni, lei 24. Amava la vita, e il suo obiettivo era quello di rientrare in Sardegna, non certo in quel modo», la ricorda su Rainews la collega Claudia Cogoni, anche lei sarda. Loi è la prima agente donna della Polizia di Stato uccisa mentre lavorava. Poteva scegliere un incarico di ufficio, una mansione minore. E invece no. Manu c’era sempre. «Avevamo creato un gruppo – racconta Claudia – una famiglia, per sostituire quella che avevamo lontana. Manuela, due giorni prima della sua morte, faceva la scorta per il mio capo Barbera del reparto mobile di Palermo. Due giorni prima che morisse era passata in ufficio da me. A posteriori penso che fosse stato un modo per salutarci. Le chiesi: “Manuela che ci fai qui?”. “Volevo solo salutarvi”. È stato l’ultimo momento in cui l’ho vista. Sfortunatamente il destino mi ha portato a salutarla ancora. L’ho accompagnata all’aeroporto militare, su quel volo che l’ha riportata in Sardegna».

Sorrideva Emanuela, sorrideva sempre. Una risata che conquistava chi le stava accanto. Teneva la sua segreta missione per sé. Non voleva far preoccupare i suoi. Non aveva detto alla famiglia chi aveva iniziato a scortare. Quel 19 luglio il cellulare squillava a vuoto. La madre continuava a chiamarla, vedeva davanti a sé, in tv, le immagini di via D’Amelio. Emanuela, quando morì Falcone, si precipitò al telefono per rassicurarli. Stavolta no. Non c’era. Non rispondeva nessuno. Quando la madre capì quello che era successo sì sentì male. «Mi hanno dato per scorta una ragazza che con un soffio cade a terra», scherzava il giudice Borsellino con la madre qualche giorno prima che una bomba cancellasse tutto. Una battuta, per stemperare quella condanna che Paolo sentiva già scritta addosso. Quel 19 luglio sono caduti tutti, Emanuela, Paolo, l’Italia intera.

Con Emanuela e il giudice Borsellino, morirono altri 4 agenti di scorta: Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

(Fonte: Giornalettismo) Foto da La donna Sarda

 

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