2 giugno 1996 Luigina Colantonio uccisa dai carabinieri

O capitano! Mio capitano!...

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Era pomeriggio sera del 2 giugno del 1996, quando Luigina Colantonio, 14 anni,  di Montorio nei Frentani (Campobasso) viaggiava con il fratello Michele verso Larino: arrivati alle porte del paese, trovarono un posto di blocco operato da una pattuglia dei Carabinieri della Compagnia frentana.

Intimano l’alt alla vecchia 127 del padre di Luigina (fiat 127 matricolata nel 1971), ma suo fratello, privo di patente di guida, alla vista di quella pattuglia si fece prendere dal panico.

Il 17enne, così, effettuò una manovra d’inversione proprio davanti alla volante e ripartì per tornare a Montorio. I Carabinieri che conoscevano bene il ragazzo lo seguirono.

A metà strada, tra Larino e Montorio, dopo averli seguiti per alcuni chilometri, il carabiniere Ciuffreda decise di mirare verso la lenta utilitaria ancora non raggiunta in salita dalla volate dei Carabinieri con la sua pistola d’ordinanza, in modo da bloccare la fuga.

Nel frattempo, però, la…

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27 maggio 1993: la Strage di via dei georgofili

Nadia Nencioni non aveva ancora nove anni. Sua sorella Caterina cinquanta giorni. Il 27 maggio 1993 la bomba che esplose in via dei Georgofili a Firenze, distruggendo la Torre dei Pulci, le seppelli’ sotto montagne di macerie con il padre Fabrizio e la mamma Angela mentre il giovane studente di architettura Dario Capolicchio mori’ carbonizzato nel rogo del suo appartamento.

Era l’una di notte, tutti dormivano quando si verificò la strage.

Trentotto persone rimasero ferite. Subirono gravi danni numerosi edifici della zona, la Chiesa di S. Stefano e Cecilia e il complesso artistico monumentale della Galleria degli Uffizi. Dipinti di grande valore furono distrutti mentre il 25% delle opere presenti in Galleria subì danni. A determinare l’esplosione fu una miscela ad alto potenziale collocata all’interno di una vettura. I processi hanno accertato che i mandanti e gli autori materiali della strage erano esponenti della mafia e che ad ispirarla era stata l’avvenuta formale deliberazione di «una sorta di stato di guerra contro l’Italia» da attuarsi utilizzando una precisa strategia di tipo terroristico ed eversivo, che andava oltre i consueti metodi e le consuete finalità delle varie forme di criminalità organizzata. Con essa si intendeva «costringere lo Stato Italiano praticamente alla resa davanti alla criminalità mafiosa». Le sentenze hanno ricordato che – dopo i fatti del 1992, che avevano determinato la morte dei magistrati Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e delle persone addette alla loro tutela – lo Stato aveva reagito elaborando normative penitenziarie di rigore a carico degli esponenti di mafia (il noto art. 41-bis dell’ordinamento penitenziario) e normative di favore per quegli esponenti della criminalità organizzata che decidevano di collaborare con gli organi di polizia o giudiziari. Si trattò, come si legge nelle sentenze, di una svolta nell’atteggiamento statale, che servì a intaccare la «presunzione di onnipotenza e di libertà» dei capi di mafia. Da qui, la scelta di tentare di “ammorbidire” lo Stato minacciando i suoi organi che «perseverando nella linea dura intrapresa avrebbero provocato al Paese lutti e distruzioni a non finire». A indurre negli esponenti della mafia l’idea di ricorrere alle nuove forme di attentato contro il patrimonio artistico, fu un trafficante di opere d’arte. Spiegò ai capi di mafia che «ucciso un giudice questi viene sostituito, ucciso un poliziotto avviene la stessa cosa, ma distrutta la torre di Pisa veniva distrutta una cosa insostituibile con incalcolabili danni per lo Stato».

(Fonte: http://www.vittimemafia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=275:27-maggio-1993-firenze-strage-via-dei-georgofili-galleria-degli-uffizi-unautobomba-provoca-la-morte-di-cinque-persone-angela-fiume-il-marito-fabrizio-nencioni-le-figlie-elisabetta-di-8-anni-e-caterina-di-50-giorni-e-lo-studente-dino-capolicchio&catid=35:scheda&Itemid=67)

 

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9 maggio 1978: l’uccisione di Peppino Impastato

O capitano! Mio capitano!...

Nella notte tra l’otto e il nove maggio 1978, il corpo di Peppino Impastato, posto sulla linea ferroviaria Palermo – Trapani, è dilaniato da una carica di tritolo. Il suo funerale, partecipato da centinaia di giovani provenienti da tutta la Sicilia, viene aperto da uno striscione con la scritta “Con le idee e il coraggio di Peppino, noi continuiamo”.

E proprio dalle idee che lo spinsero a schierarsi apertamente contro la “borghesia mafiosa” della provincia palermitana è bene cominciare, per comprendere a pieno il profilo di un compagno per lungo tempo dimenticato e attualmente riciclato in uno dei tanti santini dell’antimafia da salotto.

Giuseppe Impastato nasce a Cinisi il 5 gennaio 1948 da Felicia Bartolotta e Luigi Impastato, quest’ultimo ben inserito nel contesto mafioso della provincia di Palermo (era stato inviato al confino durante il periodo fascista, mentre una delle sorelle aveva sposato il capomafia Cesare Manzella, ucciso con una…

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La storia di Piera Aiello, testimone di giustizia

Oggi ho iniziato a leggere il libro “maledetta mafia scritto da Piera Aiello e il giornalista Umberto Lucentini. Sapete chi è Piera Aiello? È una testimone di giustizia.

È la cognata di Rita,(la cui storia potete leggere su https://stopviolenzadonne.wordpress.com/2015/07/21/la-storia-di-rita-atria-morta-per-la-giustizia/) (non mi faceva inserire il link al testo), la 17enne, anch’essa testimone di giustizia, che dopo una settimana dall’uccisione di Paolo Borsellino(che loro 2 chiamavano affettuosamente lo zio Paolo) si tolse la vita. Le 2 donne erano legatissime.

Pubblico il testo da “la vita viva di Piera Aiello” articolo di Don Luigi Ciotti

 

“«Piera, tu cosa vedi allo specchio?». «Una ragazza con un passato turbolento, un presente inesistente e un futuro con un punto interrogativo grande quanto il mondo». Lui mi guarda fisso negli occhi e dice: «Io vedo una ragazza che si è ribellata a un passato turbolento che non ha mai accettato. Vedo una ragazza che ha un presente e avrà un futuro pieno di felicità. Non per altro: ha diritto ad avere felicità per tutto quello che sta facendo». Ci vedeva lontano, Paolo Borsellino, mentre incoraggiava Piera Aiello a proseguire sulla sua strada, superando gli inevitabili momenti di paura e di smarrimento. Piera è una cara amica. Ma non è solo l’affetto e la stima che ci legano ad avere reso la lettura di questo libro emozionante. È la storia di una donna coraggiosa che ha detto no a una schiavitù sottile, fatta di mentalità, codici e abitudini tramandate negli anni e nei decenni. La mafia è innanzitutto questo: una prigione dell’anima. La rassegnazione a non pensare e a non sperare. La resa a un’idea disumana di società, dove o si ha il “privilegio” di appartenere alla schiera dei potenti e dei violenti, oppure bisogna servirli, contribuendo ai loro soprusi o fingendo di non vederli, accontentandosi delle briciole con cui viene ripagata la tua complicità e il tuo silenzio. Piera si è ribellata a tutto questo. Lo ha fatto perché ha avuto la fortuna di crescere in una famiglia onesta, un padre e una madre che le hanno voluto bene e insegnato che la dignità è il bene più prezioso, da cui discendono tutti gli altri. E lo ha fatto – viene da aggiungere – perché è una donna, e le donne, per loro specifica sensibilità, sembrano meno attratte dal potere, grande corruttore della natura umana. Sono queste qualità che permettono a Piera, adolescente, di guardarsi attorno, di farsi delle domande, di non dare per scontato quello che le scorre davanti agli occhi. Ecco allora l’inquietudine che le provoca la deferenza da cui è circondato Vito Atria, il padre del futuro sposo, boss di Partanna, e certi atteggiamenti e amicizie del figlio Nicola. Sospetti e inquietudini che verranno tragicamente confermati dal fiume di violenza che le si abbatte addosso, giovane sposa e madre della piccola Vita Maria. Dopo l’assassinio del marito, avvenuto sotto i suoi occhi, a pochi anni di distanza da quello del suocero, Piera decide di sottrarsi a un destino che non ha mai sentito suo. Sceglie di collaborare con la giustizia, di diventare testimone di giustizia. È allora che avviene l’incontro con Paolo Borsellino, cui Piera si affeziona come a un padre, e con tante persone che in quel frangente sanno starle vicino: giovani magistrate capaci d’immedesimarsi nel suo dramma, carabinieri che circondano d’attenzioni lei e la piccola Vita Maria, fino ad allestire per la bambina un piccolo parco giochi nel cortile della caserma. Piera entra nel programma di protezione e viene trasferita a Roma, dove poco tempo dopo viene raggiunta dall’amica Rita, la sorella del marito, a sua volta decisa a collaborare con la giustizia. Le pagine in cui Piera racconta della vita a Roma con Rita sono tra le più belle del libro. Due giovani donne – Rita ancora minorenne – che si fanno forza l’una con l’altra e cercano in quella situazione terribile di vivere anche momenti di relativa spensieratezza, sapendo di poter contare su Paolo Borsellino, lo “zio Paolo” che, sia pure a distanza, non manca mai di farsi vivo, di informarsi, di intervenire quando c’è da sbrogliare qualche piccolo problema burocratico, di far sentire la sua ferma e affettuosa tutela. Ma la tragedia è ancora lì, in agguato. Rita, che a Roma si è appena innamorata di Gabriele, militare della marina in missione in Albania, non regge alla notizia della strage di via D’Amelio. E mentre Piera è momentaneamente assente dalla città, si getta dal balcone. Piera ripiomba in una solitudine che pare senza sbocco, ora che non c’è più nemmeno Rita ad alleviarla. La mafia, con la sua micidiale capacità di espandere violenza, morte e disperazione, le ha fatto terra bruciata attorno. Ma c’è Vita Maria, c’è la sua famiglia, ci sono quelle parole che lo “zio Paolo” le rivolse quel giorno nella caserma, davanti a uno specchio: «Vedo una ragazza che ha un presente e avrà un futuro pieno di felicità. Non per altro: ha diritto ad avere felicità per tutto quello che sta facendo». Piera trova la forza di rialzarsi, procedere per quella strada incerta eppure illuminata da altri nuovi incontri. Ecco quel direttore didattico («un uomo buono») che non esita a iscrivere alla scuola elementare Vita Maria sotto falso nome, capendo che in certe circostanze la forma della legalità va subordinata ai bisogni profondi delle persone. E che anni dopo, quando Piera otterrà il diploma di maestra elementare, le permetterà sempre con un nome di copertura di svolgere nella sua scuola il necessario tirocinio.

Ecco l’incontro con Nadia, caparbia studentessa che anima un’associazione intitolata a Rita. Ecco l’umanità indimenticabile di un uomo come Antonino Caponnetto, “nonno Nino”, che dopo gli anni alla guida del pool di Palermo e dopo aver perso due collaboratori come Falcone e Borsellino, cui voleva bene come a dei figli, passa gli ultimi anni della vita a tener viva una memoria che deve farsi impegno incontrando i giovani e gli studenti di ogni parte d’Italia, conscio che «la mafia teme la scuola più della giustizia». Incontri illuminanti che danno a Piera molta forza, ma pure fanno risaltare con evidenza maggiore certe manchevolezze del programma di protezione. Non manca di denunciare, Piera – sia pure in modo rispettoso – un certo eccesso di burocrazia, di “distanza” istituzionale che caratterizza in certi casi l’accompagnamento dei testimoni di giustizia. Comportamenti che trovano magari ragione nel “protocollo”, ma che non tengono conto dell’esigenze e dei bisogni di chi imbocca per ragioni di coscienza, e a beneficio di tutti, un cammino così delicato. Nel 1997 Piera esce così dal programma, decisa a rifarsi una vita, e la vita le riserverà tante cose belle. È la gioia di avere finalmente in mano un documento d’identità, un “nome”. È la possibilità di poter votare, di sentirsi di nuovo «una cittadina italiana». È la gioia di rimettersi a lavorare, di vedere Vita Maria crescere e studiare, d’incontrare un uomo di cui innamorarsi e con cui sposarsi una seconda volta. Ma è anche la voglia di proseguire la sua strada, alimentare quella coscienza critica e quella responsabilità che l’hanno portata a scelte così difficili. Coscienza e responsabilità che Piera vorrebbe vedere diffuse attorno a sé, a partire dai giovani, affinché la giustizia si regga sempre meno su singole scelte coraggiose e sempre più su un impegno quotidiano e collettivo. Cara Piera, aveva davvero ragione Paolo Borsellino quando incoraggiava quella giovane donna a resistere. Ragione nel prospettarti una vita certo difficile, ma vera e intensa. Una vita viva.”

(Da Repubblica)

 

Se ne avete tempo e voglia, comprate il libro e leggetelo. È commovente e bello.

 

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Ricordando Felicia Bartolotta Impastato

Felicia Bartolotta nasce in una famiglia di piccola borghesia con qualche appezzamento di terreno di proprietà, coltivato ad agrumi e ulivi. Il padre era impiegato al Municipio, la madre casalinga, come sarà anche Felicia.
Si sposa, nel 1947, con Luigi Impastato, di una famiglia di piccoli allevatori legati alla mafia del paese: «Io allora non ne capivo niente di mafia, altrimenti non avrei fatto questo passo» (così racconta nella sua storia di vita pubblicata nel volume La mafia in casa mia, da cui sono tratte anche le citazioni successive). In effetti Felicia sceglie di sposarsi con Luigi per amore, dopo avere preso una decisione non usuale a quei tempi nelle famiglie come la sua. Era stata fidanzata con un uomo scelto dal padre, mentre lei avrebbe voluto un giovane di un altro paese che le piaceva di più, ma non era benvoluto dalla sua famiglia. Ma poco prima del matrimonio, quando già era tutto pronto, disse al padre che non voleva più sposarsi e che non dovevano permettersi di prenderla con la forza (cioè, come si usava, non dovevano rapirla per la tradizionale fuitina).
Il 5 gennaio 1948 nasce Giuseppe; nel 1949 nasce Giovanni che morirà nel 1952; nel 1953 nasce il terzo figlio, anche lui Giovanni.
Luigi Impastato, durante il periodo fascista, aveva fatto tre anni di confino a Ustica, assieme ad altri mafiosi della zona, e durante la guerra aveva fatto il contrabbando di generi alimentari. Dopo non ebbe più problemi con la giustizia.
Uno dei suoi fratelli, soprannominato “Sputafuoco”, era impiegato come gabelloto (affittuario) in un feudo. Il cognato di Luigi, Cesare Manzella, marito della sorella, era il capomafia del paese. Manzella muore nel 1963, ucciso assieme al suo campiere (guardia campestre) dall’esplosione di un’auto imbottita di tritolo, durante la guerra di mafia che vide contrapposte la cosca dei Greco, con cui era alleato, e quella dei La Barbera. La morte dello zio colpisce profondamente Peppino, che aveva quindici anni e da tempo aveva cominciato a riflettere su quanto gli dicevano il padre e lo zio. Felicia ricorda che le diceva: «Veramente delinquenti sono allora».
L’affiatamento con il marito dura molto poco. Lei stessa afferma: «Appena mi sono sposata ci fu l’inferno. Attaccava lite per tutto e non si doveva mai sapere quello che faceva, dove andava. Io gli dicevo: ‘Stai attento, perché gente dentro [casa] non ne voglio. Se mi porti qualcuno dentro, che so, un mafioso, un latitante, io me ne vado da mia madre’». Felicia non sopporta l’amicizia del marito con Gaetano Badalamenti, diventato capomafia di Cinisi dopo la morte di Manzella, e litiga con Luigi quando vuole portarla con sé in visita in casa dell’amico. Il contrasto con il marito si acuirà quando Peppino inizierà la sua attività politica.
Per quindici anni, dall’inizio dell’attività di Peppino fino alla morte di Luigi, avvenuta otto mesi prima dell’assassinio del figlio, la vita di Felicia è una continua lotta, che però non riesce a piegarla. In quegli anni non ha più soltanto il problema delle amicizie del marito. Ora c’è da difendere il figlio che denuncia potenti locali e mafiosi e rompe con il padre, impegnandosi nell’attività politica in formazioni della sinistra assieme a un gruppo di giovani che saranno con lui fino all’ultimo giorno.
Felicia difende il figlio contro il marito che lo ha cacciato di casa, ma cerca anche di difendere Peppino da se stesso. Quando viene a sapere che Peppino ha scritto sul giornale ciclostilato «L’idea socialista» un articolo sulla mafia fa di tutto perché non venga pubblicato: «…fece un giornalino e ci mise che la mafia era merda. Quando l’ho saputo io, salgo sopra e vedo… E dissi: “E dài, Giuseppe figlio, io ti do qualunque cosa se ti mi consegni quel giornalino. Tu non lo devi pubblicare quel giornale”…Andavo da tutti… dicendo di non presentare quel giornalino». E quando l’attività politica di Peppino entra nel vivo, non ha il coraggio di andare a ascoltare i suoi comizi, ma intuendo di cosa avrebbe parlato chiede ai suoi compagni di convincerlo a non parlare di mafia. E a lui: «Lasciali andare, questi disgraziati».
Morto il marito (in un incidente che può essere stato un omicidio camuffato), la cui presenza era in qualche modo una protezione per il figlio, Felicia intuisce che per Peppino sono aumentati i pericoli: «Guardavo mio figlio e dicevo: ‘Figlio, chi sa come ti finisce’. Lo andai a trovare che era a letto, gli dissi: ‘Giuseppe, figlio, io mi spavento’. E come apro quella stanza, ché ci si corica mia sorella là, io vedo mio figlio, quella visione mi è rimasta in mente».
La mattina del 9 maggio 1978 viene trovato il corpo sbriciolato di Peppino. Felicia dopo alcuni giorni di smarrimento decide di costituirsi parte civile (allora era possibile chiederlo anche durante la fase istruttoria). Una decisione che nelle sue intenzioni doveva servire anche per proteggere Giovanni, il figlio che le era rimasto e che, al contrario, in questi anni si è impegnato assieme alla moglie (anche lei Felicia), per avere giustizia per la morte di Peppino. Felicia ricorda: «Gli dissi: ‘Tu non devi parlare. Fai parlare me, perché io sono anziana, la madre, insomma non mi possono fare come possono fare a te’». Per questa decisione ha dovuto fare ancora una volta una scelta radicale, rompere con i parenti del marito che le consigliavano di non rivolgersi alla giustizia, di non mettersi con i compagni di Peppino, con i soci del Centro siciliano di documentazione di Palermo, successivamente intitolato a Peppino, di non parlare con i giornalisti.
Al contrario, da allora Felicia ha aperto la sua casa a tutti coloro che volevano conoscere Peppino. Diceva: «Mi piace parlarci, perché la cosa di mio figlio si allarga, capiscono che cosa significa la mafia. E ne vengono, e con tanto piacere per quelli che vengono! Loro si immaginano: ‘Questa è siciliana e tiene la bocca chiusa’. Invece no. Io devo difendere mio figlio, politicamente, lo devo difendere. Mio figlio non era un terrorista. Lottava per cose giuste e precise«. Un figlio che: «… glielo diceva in faccia a suo padre: ‘Mi fanno schifo, ribrezzo, non li sopporto… Fanno abusi, si approfittano di tutti, al Municipio comandano loro’… Si fece ammazzare per non sopportare tutto questo».
Le delusioni, quando sembrava che non si potesse ottenere nulla, e gli acciacchi di un’età che andava avanzando non l’hanno mai piegata. Al processo contro Badalamenti, venuto dopo 22 anni, con l’inchiesta chiusa e riaperta più volte grazie anche all’impegno di alcuni compagni di Peppino e del Centro a lui intitolato, con il dito puntato contro l’imputato e con voce ferma lo ha accusato di essere il mandante dell’assassinio.
Badalamenti è stato condannato, come pure è stato condannato il suo vice.
Entrambi sono morti, e Felicia, che aveva sempre detto di non volere vendetta ma giustizia, a chi le chiedeva se aveva perdonato rispondeva che delitti così efferati non possono perdonarsi e che Badalamenti non doveva ritornare a Cinisi neppure da morto. E il giorno in cui i rappresentati della Commissione parlamentare antimafia le hanno consegnato la Relazione, in cui si dice a chiare lettere che carabinieri e magistrati avevano depistato le indagini, esprime la sua soddisfazione: «Avete risuscitato mio figlio».
Felicia ha accolto sempre con il suo sorriso tutti, in quella casa che soltanto negli ultimi tempi, dopo un film che ha fatto conoscere Peppino al grande pubblico, si riempiva, quasi ogni giorno, di tanti, giovani e meno giovani che desideravano incontrarla. Rendendola felice e facendole dimenticare i tanti anni in cui a trovarla andavamo in pochi e a starle vicino eravamo pochissimi. E ai giovani diceva: «Tenete alta la testa e la schiena dritta».

(Fonte: Enciclopedia delle donne)

 

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Ma la Commissione di Vigilanza della Rai su chi vigila? Se lo chiedono i parenti delle vittime di mafia

Il Quotidiano di Palermo

rai.jpgSi sa, la rete amplifica con una velocità, che pochi anni fa non potevano neanche immaginare, qualunque notizia, opinione, commento. Era, dunque, inevitabile che anche all’annunciata presenza di Salvo Riina a “Porta a Porta toccasse la stessa sorte. Specialmente, poi, dopo il rifiuto di Bruno Vespa a sospendere tutto. Come detto poche ore fa, a scendere sul piede di guerra e levare alta la loro voce sono soprattutto i familiari delle vittime di mafia, i parenti di quelle stesse persone che il boss dei boss  non ha avuto alcuna riserva a “fare fuori”.

«Si, siamo fortemente indignati – grida forte Flora Agostino, sorella di Nino, ucciso insieme alla moglie Ida Castelluccio il 5 agosto del 1989   -. Siamo offesi e amareggiati perché una TV pubblica si permette di invitare certi individui. Ma poi, per dire cosa? Che gli manca la vicinanza di suo padre? Ma…

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26 marzo 2004: Matilde Sorrentino uccisa per aver denunciato gli aggressori del figlio

(Foto non reperibile)

Aveva smascherato, 7 anni prima, gli aggressori del figlio che facevano parte di una banda di pedofili.

Fu uccisa con un colpo di arma da fuoco sulla porta di casa a 49 anni. Solo per aver fatto il suo dovere di madre e di testimone.

 

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23 marzo 1988: Marirosa Andreotta trovata morta insieme al fidanzato nel bagno di casa sua

(Foto non ce ne sono perché in rete c’erano solo quelle che ritraevano la scena del crimine)

Accadde la notte tra il 23 e il 24 marzo del 1988: un delitto che si è tentato in tutti i modi di far passare per incidente domestico.Non sono bastati più di venti anni a chiarire il giallo sulla morte di Luca Orioli e Marirosa Andreotta:quello dei fidanzatini di Policoro è un giallo sempre vivo,e quando sembra che non abbia più niente da dire,da rivelare,ecco che produce di nuovo un’impennata che lo riporta in primo piano,rimettendolo al centro di passioni e sofferenze mai sopite.

Lina Giannotti,la mamma di Marirosa,rientra a casa dopo un concerto e trova sua figlia in compagnia del suo ragazzo Luca Orioli privi di vita nel bagno. Luca è disteso supino vicino alla vasca da bagno, mentre Marirosa all’interno della medesima coperta dall’acqua e con una gamba fuori. A terra alcuni vestiti. Nella stanza vicina vengono trovati alcuni vestiti bagnati : i jeans di Luca e una camicia  e una t-shirt.

Ciò che si prospetta agli occhi dei genitori,del parroco,degli amici di famiglia e del medico legale nel bagno di casa Andreotta è la scena “ufficiale” depositata agli atti dai Carabinieri del Comando di Policoro quella sera. La porta del bagno è socchiusa, il cadavere della ragazza nella vasca con il capo e il corpo sommersi, mentre Luca è supino sul pavimento, con i palmi delle mani rivolti verso l’alto e un fungo schiumoso fuoriuscire dalla bocca e ha segni di percosse sul corpo. A terra un “caldo bagno”-stufetta elettrica -DeLonghi, acceso e funzionante. Anche i termosifoni dell’impianto dell’abitazione sono accesi, così come la madre li aveva lasciati prima di uscire.

le indagini vengono subito chiuse attribuendo il decesso dei ragazzi ad una scarica elettrica proveniente dal caldobagno acceso per riscaldare l’ambiente ma trovato regolarmente acceso con la spina attaccata. Successivamente si è ipotizzata l’asfissia da monossido di carbonio causata dallo scaldabagno a metano installato al di sopra della vasca da bagno, Luca vedendo la ragazza accasciarsi avrebbe tentato di salvarla ma nel frattempo avrebbe subito anche lui gli effetti del monossido.Una tesi avvalorata anche dal Professor Introna,dalla presenza di carbossiemoglobina allo stato gassoso,rimasta imprigionata nel tessuto muscolare dei due ragazzi.Pare che le quantità rilevate non siano particolarmente consistenti ,anche se maggiori nei tessuti di Luca,che “sarebbe” stato il secondo a morire.

Ma entrambe le ipotesi non hanno mai convinto le famiglie dei giovani.

Secondo alcune testimonianze però ,circa una mezz’ora prima che la Giannotti rincasasse e trovasse i due cadaveri nel bagno,un gruppo di cinque o sei persone si erano già intrattenute sulla scena del crimine : fra questi tre carabinieri e il Maresciallo di Montalbano Jonico,Giovanni Pagano,e un fotografo convocato da questi ultimi. Non del tutto certa la presenza inoltre del Vice-Pretore Ferdinando Izzo.

Il gruppetto di persone,non ci è dato sapere avvisati da chi ,escono dall’abitazione appena qualche minuto prima che la madre di Marirosa rientri a casa.

Per vent’anni questo gravissimo retroscena è rimasto nell’ombra più totale,probabilmente perchè i militari erano stati avvisati da qualcuno che indirettamente o direttamente aveva avuto a che fare con il duplice assassinio: sta di fatto che quattro lustri dopo qualcuno parla,e lo fa senza troppi giri di parole,pur essendo a conoscenza dei rischi a cui sarebbe andato incontro:”Le foto che scattai io raffiguravano una scena molto diversa da quella depositata agli atti”-

afferma Salvatore Cerabona,il fotografo arrivato a casa Andreotta durante il primo sopralluogo.

Le prime persone che la madre di Marirosa  ha avuto modo di allertare erano una vicina di casa amica di famiglia ed il Parroco di Policoro-Don Salvatore De Pizzo,che a sua volta chiamò il comando dell’Arma:è a questo punto che i militari tornano “ufficialmente” sul luogo del delitto.E’ l’una di notte.Un inquietante buco temporale sottovalutato e ignorato nel corso delle indagini;a ragione di quest’importante inadempienza le foto del Cerabona che svaniscono nel nulla e non entrano mai a processo.

Lo scenario che si prospetta agli occhi del fotografo è sconcertante:l’uomo viene accompagnato dai Carabinieri a bordo di un pulmino e quando giungono di fronte a casa Andreotta è presente già una volante come se non bastasse uno dei Carabinieri apre il portone della casa con delle chiavi.

Gli insabbiamenti cominciano quella notte stessa e proseguono anche il giorno dei funerali dei ragazzi,quando il Parroco Don Salvatore De Pizzo si preoccupa di telefonare agli amici dei fidanzatini per consigliare loro di “distruggere lettere e biglietti scritti da Luca e Marirosa”:altro particolare agghiacciante che la dice lunga sul tipo di personaggi che orbitavano intorno alla comunità jonica.

Sorvolando di netto l’ipotesi assurda dell’incidente domestico è chiaro come il delitto sia stato premeditato da chi conosceva  i due fidanzatini.

I due ragazzi sono stati dapprima tramortiti,picchiati da più di una persona e successivamente annegati (al fine di simulare la morte da elettrocuzione).

Luca Orioli presentava importanti ematomi ai genitali e nel basso ventre in particolare ad un testicolo gonfio in maniera spropositata.L’osso ioide del ragazzo era fratturato andando ad avvalorare l’ipotesi dell’annegamento con strangolamento.

La ragazza presentava una ferita molto seria sulla nuca,di carattere lacero contuso,che sicuramente ne ha determinato il decesso; un buco profondo dieci centimetri provocato da un corpo contundente sconosciuto.

Luca e Marirosa presentavano inoltre macchie e puntini rossastri in diverse zone del corpo,di natura non ipostatica e interpretabili come segni di violenza per azione di pressione,afferramento e trascinamento esercitata sui due corpi e infine , un evidente fungo schiumoso dalle inequivocabili caratteristiche(colori,aspetto,continuità di presenza) che lo rendevano segno patognomonico di sicura interpretazione,ovvero l’annegamento.

A oggi non si sa cosa sia veramente accaduto quella notte ai 2 ragazzi.

(Fonte: http://casidiscomparsa.blogspot.it/2014/06/luca-e-marirosa-i-fidanzatini-di.html)

 

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20 marzo 1994: l’omicidio della giornalista Ilaria Alpi

Ilaria

Ilaria Alpi aveva 32 anni ed era un’inviata del Tg3.

Fu uccisa in Somalia, a Mogadiscio, insieme all’operatore Miran Rovatin. Era lì per seguire la guerra civile somala e per indagare sul traffico d’armi e di rifiuti tossici illegali in cui probabilmente la stessa Ilaria aveva scoperto che erano coinvolti anche l’esercito e altre istituzioni italiane.

Per l’omicidio fu condannato un uomo, Hashi Omar Hassan, ma dopo 16 anni si è scoperto che non era stato lui a uccidere la giornalista e il cameraman.

Dopo 22 anni, sono state desecretate tredicimila pagine che riguardano propro questa vicenda.

(Fonte: Wikipedia)

 

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