Ricordando Tina Lagostena Bassi

Tina Lagostena Bassi, nata Augusta Bassi, avvocata italiana, nata a Milano il 2 Marzo 1926.

Nei primi anni Settanta iniziò una collaborazione con il ministero di Grazia e Giustizia e divenne nota per la sua agguerrita difesa dei diritti delle donne nelle aule dei tribunali: rappresentò Donatella Colasanti, vittima del Massacro del Circeo. Nel 1978 rappresentò la 18enne Fiorella nel processo che fu poi raccontato nel celeberrimo documentario  Processo per stupro”, realizzato dalla regista Loredana Rotondo per mostrare all’opinione pubblica cosa poteva accadere a una donna che denunciava abusi sessuali, trattata da colpevole nelle aule giudiziarie. Il documentario, mandato in onda due volte, fu seguito da oltre 10 milioni di spettatori.

difendendo Fiorella, Tina Lagostena Bassi insistette nell’introdurre la parola “stupro“, per imporla alle coscienze al posto della terminologia più generica di “violenza sessuale”, che in quegli anni (e fino al 1996) era ancora un reato solo contro la morale e non contro la persona. L’idea di documentare un processo per stupro fu di una programmista della Rai, dopo il “Convegno internazionale sulla violenza contro le donne”, organizzato dal movimento femminista a Roma quello stesso anno, in cui emerse che ovunque nel mondo, quando aveva luogo un processo per stupro, la vittima si trasformava in imputata. La giovane Fiorella non fece eccezione. In numerose occasioni, mentre veniva interrogata dai difensori dei suoi aggressori (“quattro bravi ragazzi, sposati e con prole”), la ragazza subì degli intollerabili attacchi che miravano a dipingerla come una persona dalla moralità non irreprensibile. Molti interventi degli avvocati miravano unicamente a sottolineare che, se non c’era una dimostrazione di avvenuta violenza fisica o di ribellione, Fiorella doveva essere certamente stata consenziente. Tina Lagostena Bassi dovette ricordare che lei in quell’aula non aveva il ruolo di difendere la parte lesa, ma quello di accusatrice degli imputati. La condanna fu lieve: poco più di un anno, con scarceramento immediato grazie alla libertà provvisoria e una multa di 2 milioni di lire, ma con quel processo non si chiedeva giustizia solo per Fiorella, ma per tutte le donne violentate, costrette a patire in tribunale un prolungamento della violenza già subita.

Ecco l’arringa della Lagostena Bassi: Presidente, Giudici, credo che innanzitutto io debba spiegare una cosa: perché noi donne siamo presenti a questo processo. Per donne intendo prima di tutto Fiorella, poi le compagne presenti in aula, ed io, che sono qui prima di tutto come donna e poi come avvocato. Che significa questa nostra presenza? Ecco, noi chiediamo giustizia. Non vi chiediamo una condanna severa, pesante, esemplare, non c’interessa la condanna. Noi vogliamo che in questa aula ci sia resa giustizia, ed è una cosa diversa. […] Vi assicuro, questo è l’ennesimo processo che io faccio, ed è come al solito la solita difesa che io sento: vi diranno gli imputati, svolgeranno quella difesa che a grandi linee già abbiamo capito. Io mi auguro di avere la forza di sentirli, non sempre ce l’ho, lo confesso, la forza di sentirli, e di non dovermi vergognare, come donna e come avvocato, per la toga che tutti insieme portiamo. Perché la difesa è sacra, ed inviolabile, è vero. Ma nessuno di noi avvocati—e qui parlo come avvocato—si sognerebbe d’impostare una difesa per rapina come s’imposta un processo per violenza carnale. Nessuno degli avvocati direbbe nel caso di quattro rapinatori che con la violenza entrano in una gioielleria e portano via le gioie, i beni patrimoniali da difendere, ebbene nessun avvocato si sognerebbe di cominciare la difesa, che comincia attraverso i primi suggerimenti dati agli imputati, di dire ai rapinatori «Vabbè, dite che però il gioielliere ha un passato poco chiaro, dite che il gioielliere in fondo ha ricettato, ha commesso reati di ricettazione, dite che il gioielliere è un usuraio, che specula, che guadagna, che evade le tasse!» Ecco, nessuno si sognerebbe di fare una difesa di questo genere, infangando la parte lesa soltanto. […] Ed allora io mi chiedo, perché se invece che quattro oggetti d’oro, l’oggetto del reato è una donna in carne ed ossa, perché ci si permette di fare un processo alla ragazza? E questa è una prassi costante: il processo alla donna. La vera imputata è la donna. E scusatemi la franchezza, se si fa così, è solidarietà maschilista, perché solo se la donna viene trasformata in un’imputata, solo così si ottiene che non si facciano denunce per violenza carnale. Io non voglio parlare di Fiorella, secondo me è umiliare venire qui a dire «non è una puttana». Una donna ha il diritto di essere quello che vuole, senza bisogno di difensori. Io non sono il difensore della donna Fiorella. Io sono l’accusatore di un certo modo di fare processi per violenza.” 

Dal 1994 al 1995, ricoprì il ruolo di Presidenta della Commissione Nazionale parità e pari opportunità uomo-donna presso la Presidenza del Consiglio, essendo inoltre componente del gruppo sulle pari opportunità dell’Ue.

Poi ricoprì anche l’incarico di Capo delegazione per l’italia nei lavori preparatori della quarta Conferenza Mondiale Onu sui diritti della donna svoltasi a Pechino nel 95.

Nel 1998 fondò a Roma lo studio associato Lana – Lagostena Bassi, nato dalla fusione tra i due importanti studi legali di Firenze e Genova.

Morì il 4 marzo 2008 per un tumore al seno.

(Fonti: www.pasionaria.it Wikipedia)

 

I giudici che giudicano

“Signora non sarà mica di primo pelo lei?” Queste sono le parole che un  giudice ha rivolto a una donna, vittima di stupro, colta da un attacco di panico mentre testimoniava.  Eppoi ci sono quei magistrati che giudicano “seduttivi” i comportamenti di bambine, anche di 4 anni, vittime di stupro.

Nel luogo che  dovrebbe  restituire  dignità alle vittime di violenza spesso si consuma il tradimento della fiducia nella giustizia. Vergognose sentenze  girano le spalle alla ragione e alla  legge, lasciando impunito chi si macchia di stupri, perchè sono fondate su  stereotipi e pregiudizi  che appannano la libertà di giudizio di magistrati  non adeguatamente formati e, loro malgrado, portatori sani di sessismo.

Il 15 febbraio scorso  a Firenze, durante il convegno La legge contro la violenza sessuale vent’anni dopo organizzato da D.i.Re donne in rete contro la violenza, in collaborazione con Artemisia e il Cismai, si è fatto il punto della situazione attuale nei tribunali italiani e non c’è da essere molto ottimisti. Avvocate, magistrate, psicologhe, ginecologhe, operatrici dei Centri Antiviolenza, docenti universitarie, assistenti sociali si sono incontrate per riflettere sul rispetto dei diritti delle donne, delle bambine e dei bambini all’interno dei percorsi giudiziari e per domandarsi  perché si è tornati indietro.

Nel 1979 la Rai trasmiseProcesso per stupro, documentario seguito da 9 milioni di spettatori che assistettero alla  colpevolizzazione della vittima (difesa dall’avvocata Tina Lagostena Bassi). Oggi quel filmato è conservato al MoMA di New York  ed appartiene ad un passato che, in un eterno ritorno, abita  ancora i tribunali e le sentenze. Trascorsero quasi vent’anni dalla trasmissione di quel filmato perché nel 1996, finalmente, la legge fortemente voluta dal movimento delle donne (la n. 66), sancisse che lo stupro non  fosse più un reato contro la morale ma un reato contro la persona. Ci si illuse che finalmente si potesse porre fine al processo alle vittime. Non è andata così.

L’apertura del convegno è stata dedicata ai bambini e alle bambine con la presentazione di alcuni dati: su 100mila bambini seguiti dai servizi sociali con problemi di maltrattamento, il 4% ha subito abusi sessuali. Il fatto che l’analogo dato internazionale si aggiri intorno al 7%  fa pensare che il fenomeno sia ancora in gran parte sommerso. Per i minori la legge 66 rappresentò una riforma importantissima nelle aule di tribunale, perché, al diritto di tutela nell’ascolto della testimonianza, si aggiunse il diritto all’accompagnamento psicologico. A questa legge seguì la Convenzione di Lanzarote, un altro strumento di difesa dei minorenni dall’abuso e dallo sfruttamento sessuale. Eppure, ancora oggi, il trauma del bambino e il suo essere testimone della violenza viene messo continuamente in discussione e Gloria Soavi, presidente del Cismai, ha detto che, a volte, viene considerata un’attenuante la presenza della bambina in rete con profili che sono giudicati seduttivi dagli inquirenti e dai giudici.

Se ci sono pregiudizi sulla violenza sui minori con le donne non va meglio. Le vittime finiscono per essere colpevolizzate perché indagate con lo sguardo della cultura moralista e misogina del sospetto “perché lei ci stava”, “perché lei era uscita la sera”, “perché lei era ubriaca”, “perché era disinibita”.  La situazione è  problematica anche per il maltrattamento familiare. Fabio Roia, magistrato, ha  affermato che ancora oggi nei tribunali  non si conoscono le dinamiche e le caratteristiche della violenza domestica ed è emerso un dato inquietante da  una ricerca condotta dalla Seconda Università degli Studi di Napoli:  il 70% delle donne uccise da uomini, aveva sporto denuncia.  E allora cosa non funziona nel sistema?

La giudice Paola Di Nicola ha detto che le donne non sono credute e sono vittime di pregiudizi di genere mentre Fabio Roia ha stigmatizzato la cultura sessista che ancora impera tra i magistrati: “La forza dello stereotipo è una profezia che si autoavvera. La narrazione fondata sul pregiudizio è quella ritenuta più attendibile perché ilpregiudizio è diffuso. In molti casi la vittima è anche unico testimone di quanto avvenuto e dunque è molto importante il modo in cui viene raccolta questa testimonianza, e anche che la sua testimonianza sia tienuta affidabile. Invece spesso viene richiesto che la vittima si discolpi da attteggiamenti considerati troppo disinvolti, o da una vita libera, prima di essere creduta. Questo è un paradosso perché mentre la vittima testimonia sotto giuramento, l’imputato non giura e ha diritto di costruirsi una strategia difensiva volta a screditare la vittima”.

L’approccio alla testimonianza  della parte lesa continua ad essere la ripetizione di un racconto dettagliatissimo fin nei minimi particolari delle violenze subite, esponendo le vittime ad una sorta di prova ordalica (può accadere anche a bambine o bambini) e a ciò si aggiunge l’esperienza terribile di sentire stravolgere nel processo la narrazione di ciò che in prima persona si è vissuto. Eppure ci sono gli strumenti per modificare il modo di condurre le indagini e di valutare la testimonianza delle vittime. Le ricerche scientifiche, per esempio, hanno da tempo scoperto che il trauma impedisce la capacità di memorizzare in maniera lineare gli eventi, e quei “punti oscuri” che vengono usati contro la credibilità delle donne dovrebbero essere letti, invece, come un indizio che il trauma c’è stato.

Spesso la libertà di giudizio dei magistrati è anche limitata da illazioni o cattive interpretazioni di fatti scollegati dal reato o da aspettative irrealistiche sui comportamenti che dovrebbe avere una vittima dopo la violenza: come il caso della donna che non venne creduta perché il giorno seguente lo stupro aveva avuto un rapporto sessuale col proprio compagno. La lancetta del tempo ci ha riportato indietro anche nella società. Molte donne non sanno riconoscere la violenza anche se avvertono disagio e sofferenza e molti uomini, soprattutto giovani, non sanno nemmeno che ciò che hanno commesso sia un reato e sono stupiti di dover affrontare un processo. Se i comportamenti sessuali delle donne sono cambiati  rispetto a trent’anni fa, non è cambiato il modo di guardare alla sessualità femminile e ai corpi delle donne percepite non come soggetti desideranti che hanno diritto di scegliere come vivere la loro sessualità ma come oggetti che si rendono disponibili e che quindi devono accettare lo stupro come conseguenza dei loro comportamenti.

Quando le porte del tribunale si chiudono davanti alla richiesta di giustizia delle donne restano fuori le loro parole: “Non mi riconosco più, non sarò più la stessa persona che ero, non mi fido nemmeno di chi amo, a volte ho paura anche di loro. In certi momenti non riesco a sentirmi, a provare un sentimento, mi sento sola come in un deserto piatto senza fine. Mi è stato tolto qualcosa che non potrò più riavere, chi me l’ha tolto nega di averlo fatto, o forse nemmeno lo sa. Ho paura che nessuno mi creda, mi sento sporca indegna nessuno potrà più amarmi, a volte io stessa non riesco a credere a quanto è successo, penso di impazzire”.

Chi  subisce violenza, ha spiegato Teresa Bruno, psicologa dell’associazione Artemisia, “si percepisce privo di senso e di valore e, spesso, se ne assume la colpa. E’ un attacco maligno al senso d’identità e ai legami che permettono un pensiero coerente su se stessi e il mondo. L’impunità dei persecutori è garantita dalla vergogna e dal silenzio delle vittime e dal volgere lo sguardo altrove dei testimoni. Studi e ricerche individuano il sostegno socialecome primo fattore di guarigione dal trauma, sia esso collettivo o individuale”.

La comprensione e la solidarietà degli esterni, l’ascolto non giudicante, la capacità di non voltarsi dall’altra parte relegando nella solitudine, nel silenzio e nell’impotenza le vittime e i testimoni coinvolti, sono le prime medicine.

Questo è ciò che dovrebbero trovare le vittime di violenza nei tribunali.

Di Nadia Somma

(Fonte: Il Fatto Quotidiano)

 

Legalizzare lo stupro

Bari, Reggio Calabria, Roma. Sono queste le tre città che ospiteranno un raduno di fan del misogino Daryush Valizadeh che, con lo pseudonimo di Roosh V, pubblica e vende libri che parlano di singolari metodi di seduzione e delle maniere in cui un uomo può forzare la donna quando è fragile, puntando sul suo senso di colpa, meglio se si tratta di una ragazza con disordini alimentari, e mai fermarsi ai “No” approfittando della sua ubriachezza.

Nella fase matura di questo grandissimo scrittore egli è arrivato alla originale conclusione per cui si dovrebbe rendere legale lo stupro, se realizzato “su suolo privato”… “affinché le donne si assumano le proprie responsabilità ed evitino eventi facilmente prevenibili”. Sul post “Come fermare lo stupro” attacca le donne che, secondo questo genio, il giorno dopo aver fatto sesso denuncerebbero per stupro l’uomo con cui hanno fatto sesso perché si sentono in colpa o tristi.

La sua geniale idea sarebbe quella di responsabilizzare le donne affinché sappiano di essere le uniche responsabili dello stupro che subiranno. Al solito si tirano fuori le solite banali tesi per cui una donna stuprata è come un uomo rapinato. Se vai in un quartiere malfamato con un portafogli pieno di soldi ovvio che ti rapineranno. Se vai in giro con la minigonna naturalmente ti stupreranno. A nessuno viene in mente di dire che, se vai in giro a stuprare donne, dovresti aspettarti di essere malmenato. D’altronde lo stupro è un’aggressione. E’ il crimine di cui si parla. Portare la minigonna non è un crimine e la donna aggredita ha tutto il diritto di difendersi e picchiare duro lo stronzo che tenta di stuprarla, anche se molte semplicemente subiscono, in silenzio, sperando che tutto finisca, per non causare reazioni violente nello stupratore che potrebbe ucciderle.

Ora si parla di raduni, organizzati in città di varie, in cui i fan del blogger si riuniranno il 6 febbraio. In Australia e Scozia hanno raccolto molte firme per impedire che i raduni pubblici si svolgano. In Italia preferiamo occuparci del divieto all’unione per coppie gay, e questo si che cambierebbe le cose in meglio, non è vero?

Sarcasmo a parte, approfitterei della news per mollare, gratis, un commento che mi piacerebbe fosse recepito da uomini e donne.

Lo stupro non è paragonabile al furto. Il furto parla di proprietà. La donna non è di proprietà di nessuno, dell’uomo, della famiglia, o del contesto sociale, come si riteneva prima. La donna non è un oggetto che puoi prendere se lo desideri. È una persona, e questa cosa deve entrare in testa a tutti prima o poi. In quanto persona merita rispetto per la sua volontà, la sua scelta, che deve essere sempre rispettata grazie a segnali chiari ed inequivocabili che riguardano il suo consenso. Una donna che è ubriaca non può dare alcun consenso e se è troppo debole per reagire e tu continui, in ogni caso, è stupro. Se da ubriaca non sarà in grado di dire o fare nulla è chiaro che reagirà il giorno dopo o l’altro ancora, quando realizzerà quel che le è successo.

Le donne possono vestirsi come vogliono. Devono poter avere la libertà di girare come e quanto vogliono, da sole o in compagnia, perché gli uomini non sono potenziali stupratori che resistono malamente alle provocazione. Gli uomini sono meglio di così e tuttavia a volte sono interpreti di una cultura, dello stupro, che è alimentata da chiunque giustifichi ogni aggressione colpevolizzando la vittima invece che delegittimare, criminalizzare, il comportamento dello stupratore.

Esiste anche lo stupro nel contesto privato, in convivenze, matrimoni, e con ciò non capisco perché il misogino vorrebbe legalizzare lo stupro “su suolo privato” (privato di che? Di raziocinio?) come se il suo insegnamento, la sua lezione morale, sputata fuori con codardo paternalismo, potessero significare qualcosa per le donne. Intendiamoci: di lui penso che sia un misogino come un altro che raccoglie attorno a sé gli umori di altri misogini che farebbero di tutto pur di non rimettersi in discussione. Non fosse che sono davvero curiosa di sapere chi sono i fan italioti del sessista non ne scriverei, ma certe cose cominciano così. Prima un incontro, poi due, poi tre. Un po’ come gli eventi degli antiabortisti in cui si parla di prevaricazione delle donne negando loro la libertà di scelta. Di altrettanta prevaricazione parliamo quando si racconta che una donna va violata per diritto, così lei impara e capisce che non dovrà più provocare.

Ne parlo perché so che quel che scrive costui corrisponde a una mentalità diffusa. Orrenda, imperdonabile, oscena, volgare e maschilista. E se siamo fermi a questo, ancora, nel 2016, è chiaro che è necessario parlarne raccontando a certe femministe, per esempio, che elargire norme rigide e sovradeterminare le donne, qualunque sia la loro scelta, personale o professionale, non è fatto diverso da quel che compie un antiabortista o un autore di giustificazioni allo stupro.

Come si risponde a una provocazione di questo tipo? Non mostrando donne con lividi, fragili, impotenti, bisognose di protezione, ma mostrando le donne per quel che sanno fare per salvarsi da sole. Io penso che quando subisci un’aggressione prima o poi dovrai reagire. Che so: in India le donne girano con i bastoni. Serve un linguaggio che non vittimizzi le donne ma ne rafforzi la capacità di reazione, la grinta, la forza, la capacità di resistere e sovvertire tutto quello che le imprigiona, dentro e fuori casa.

Guardatevi. Guardate le vostre vite. Se siete riuscite a liberarvi da contesti maschilisti, da padrini e padroni. Se avete rimesso in discussione i vostri contesti familiari, relazionali, amicali, professionali, sapendo che vi avrebbero comunque fatto pagare un prezzo. Sapendo che la propria personale rivoluzione si paga con l’esclusione, la malafede, la colpevolizzazione, a volte anche con la vita. Se vi siete guadagnate il diritto di poter essere fiere di voi o se ancora siete subordinate a contesti dei quali non potete o non riuscite a liberarvi. Tutto questo fa di voi delle potenti partigiane, pioniere che reinventano vita, cultura e mentalità, per voi stesse e le figlie che verranno. Per uomini, donne, per chiunque. Tutto questo vi rende delle combattenti capaci di mettere in discussione norme e ruoli di genere imposti e di tenere testa a chiunque, in qualunque circostanza. E’ questo che siete: delle combattenti, e chi decide di farvi violenza dovrà sapere che, a prescindere dal fatto che vincerete o perderete, si troverà di fronte una donna che riassume le tante lotte fatte da tutte le donne del mondo, in ogni età, secolo, contesto, nazione. Ogni minuscolo frammento della vostra pelle è ispessito dalle lotte di altre donne come voi.

Uno stupratore invece non è altro che un codardo misogino che riassume in sé la parte più ignobile che alcuni uomini insistono nel mantenere in vita. Sono dei miseri fantasmi del passato. Stupidi strascichi di un patriarcato che scompare e lascia in giro nostalgici di un’epoca in cui sopraffare una donna, negarle il diritto alla libera scelta, poteva essere non solo più facile ma addirittura un diritto di tutti gli uomini sulla faccia della terra. Sono fantasmi di quelli che sulla nostra pelle hanno costruito recinti fatti di privilegi dei quali le donne non potevano usufruire. Uno stupratore non è nessuno. Non è niente. Non è che immondizia che si deposita ai lati delle strade, assieme al fango e alla polvere, e che altre persone, uomini e donne, sapientemente spazzano via. Sarete spazzati via, tutti, perché altri sanno che il piacere sessuale deriva dalla consensualità, dal godimento reciproco, dal sesso praticato da chi non nega alle donne di mostrare la propria forza e capacità di iniziativa.

Non siete voi, le donne, a essere inadeguate e a dovervi rinchiudere. Sono loro, gli stupratori, a dover fuggire da voi perché il tempo per le parole è finito da tanto, ormai, e perché per ogni stupratore c’è una donna che merita il diritto alla legittima difesa. Legalizziamo l’autodifesa collettiva. Da parte delle donne, perché si rendano conto di quanta autostima e sicurezza derivi dalla capacità di salvarsi da sole. Per ogni donna stuprata e offesa siamo tutte parte lesa. Alla provocazione rispondiamo con un’altra provocazione. Nessun invito al linciaggio o alla vendetta. Solo, ricordate, noi siamo qui. Pronte. Qualunque cosa voi proviate a fare.

Perché lo stupratore commette una violenza. La violenza di genere non si può giustificare. Mai.

Update: nelle ultime ore pare che gli incontri, viste le reazioni, siano stati annullati. Intanto i contenuti che costoro vorrebbero diffondere stanno però sempre lì.

Di Eretica

(Fonte: abbattoimuri.wordpress.com)

 

Segui Blog delle donne anche su http://www.facebook.com/blogdonne e su http://www.twitter.com/Blogdelledonne

 

Oltre seicento condanne per stupro nei confronti di ragazzi minorenni

La violenza sessuale in Italia è perpetuata anche – e incredibilmente – da molti minorenni. Le cifre lasciano senza parole: il ministero di Giustizia minorile ci dice (al 31/12/2014, ultima data aggiornata) di avere in carico ben 532 ragazzi condannati per stupro e 270 per stupro di gruppo. A questi si aggiungono alcune condanne per altri reati a sfondo sessuale (ad esempio abuso su minore e detenzione materiale pornografico attraverso sfruttamento di minori in cui sono coinvolti maschi e femmine) per un totale di 973 ragazzi. Di questi il 25 per cento ha tra i 18 e i 21 anni, il 29% ha dai 14 ai 15 anni e il 44 % ha tra i 16 e i 17 anni.

Per continuare con i numeri dei 973 del totale 235 sono stranieri e 738 italiani: 40 sono ragazze (10 straniere e 30 italiane).

Nel solo anno 2014 sono stati presi in carico 303 (ma di questi 303 soggetti non abbiamo sentito parlare in nessun talk show, perché anziché affrontare i nostri fantasmi preferiamo concentrarci unicamente sulla violenza che ci arriva da lontano). Se consideriamo che ancora oggi in Italia il 90% delle violenze sessuali non viene denunciato, allora è chiaro che viviamo in una paese parallelo a quello che conosciamo. La violenza sessuale è suddivisa in quattro fasce, fino ai 21 anni di età. Sorprende la suddivisione in percentuale (come ci racconta il grafico di apertura).

Per quanto riguarda la provincia di residenza dei ragazzi tra le prime dieci ci sono città del sud come Bari e Napoli ma anche città del nord come Bergamo e Trento e le regioni più interessate sono la Puglia con 131 casi e l’Emilia Romagna con 129.

Questi numeri ci dimostrano come ci sia trasversalità territoriale, come la violenza di genere si manifesti già in giovanissima età e come il silenzio sulla questione culturale che ancora affligge il nostro paese non faccia che ostacolare un cambiamento soltanto apparente.

Solo nel 1996 l’Italia ha riconosciuto lo stupro come reato contro la persona (e non contro la morale), ma una legge non basta se non vi è un percorso culturale ed educativo che l’accompagni.

Dati veramente molto allarmanti, che devono farci riflettere e agire.

(Fonte: La 27esimaora)

 

 

Segui Blog delle donne anche su http://www.facebook.com/blogdonne e su ww.facebook.com/Blogdelledonne

“Ho raccontato il mio stupro ma ho ricevuto solo censure e critiche”

Dopo stupro

Questa è la foto che Amber Amour, attivista 27enne della campagna “Stop Rape, Educate” ha pubblicato su Instagram oltre un mese fa per denunciare di essere stata stuprata. Era accompagnata da un messaggio in cui la ragazza spiegava di aver accettato di fare la doccia con un amico ubriaco in un ostello a Cape Town, in Sudafrica: quando è entrata in bagno, lui l’ha violentata. L’attivista ha ricevuto lettere di solidarietà ma anche molti insulti e  accuse di essersela cercata. Pubblichiamo con il suo consenso un articolo che ha scritto in inglese sull’huffington Post.

 

L’altro ieri Amber Amour ha denunciato che Instagram aveva rimosso (per due volte) la foto qui sopra (insieme alla didascalia che raccontava la violenza subita): la notizia è rimbalzata su diversi siti di informazione. Poi ieri notte le è arrivata una lettera di scuse del sito di photo-sharing che spiegava che si era trattato di un errore. 

In quanto sopravvissuta a diverse violenze sessuali e in quanto attivista pacifista, mi vergogno ad ammettere che anche io all’inizio ho messo in dubbio la validità delle accuse contro Bill Cosby,  sentendole per la prima volta.  Ma quando sono stata stuprata a Cape Town, sei settimane fa, mentre lavoravo per la campagna umanitaria #StopRapeEducate, mi sono ricordata di quelle donne coraggiose e ho deciso di parlare.

Che cos’è che ci fa dubitare che le storie dei sopravvissuti agli stupri siano vere? Perché la gente ha tanta paura di affrontare questo argomento e queste conversazioni? C0s’è dello stupro che lo rende così “incredibile”?

Quasi ogni uomo o donna che racconta le violenze subite viene vittimizzato dai media, dagli amici e/o dai familiari. Pochi minuti dopo essere stata violentata, dopo che lo stupratore aveva lasciato la scena del crimine, io sono rimasta. Ho scattato una foto di me stessa sconvolta e ho documentato l’intera vicenda con dettagli precisi, dall’inizio alla fine. Allora avevo 20 mila followers su Instagram, sostenitori della mia campagna #StopRapeEducate. Non sapevo che cosa la polizia avrebbe detto o quale sarebbe stato il risultato finale, perciò ho deciso di dire ai miei followers quello che era successo, era la mia piccola forma di giustizia. Sarebbe stato incredibilmente ipocrita da parte mia restare in silenzio mentre guidavo un movimento che incoraggia i sopravvissuti a parlare.

Ho raccontato la storia del mio stupro con più dettagli possibile. Sapevo che avrebbe scioccato il mondo. Non mi interessava che cosa avrebbe detto la gente. Ho detto la verità, perché volevo trasmettere il messaggio che “non importa cosa faccia una persona, non c’è giustificazione per lo stupro”. Non tutti hanno recepito il messaggio, però. Migliaia di persone mi hanno risposto attaccandomi violentemente, dicendomi che sono disgustosa, una puttana, una bugiarda, una frode. Mi sono sentita subito nella stessa barca delle donne violentate da Bill Cosby: svergognate pubblicamente per il loro gesto di coraggio.

Che il sopravvissuto a uno stupro appaia sui media oppure no, il prezzo di difendere i tuoi diritti può essere devastante quanto la violenza stessa. Pensavo che il dolore sarebbe scomparso una volta finito lo stupro. Ma era solo l’inizio. Non ho mai capito perché il mondo sia così crudele con le persone che più di tutte le altre hanno bisogno di compassione: i sopravvissuti agli abusi. Anche io, che sono una attivista dei diritti umani e una femminista, sono stata colpevole di misoginia istintiva sentendo le notizie sul caso Cosby. Questo mi ha fatto capire che il patriarcato e la cultura dello stupro sono profondamente dentro ciascuno di noi, più di quanto non crediamo. Possiamo prendere le distanze dalla cultura dello stupro promuovendo una cultura del consenso. Anziché concentrarmi sul problema, mi sono spostata su un attivismo più basato sulle soluzioni, ed è così che è nato il movimento “Creating Consent Culture”. In una cultura del consenso, crediamo ciò che ci dicono i sopravvissuti allo stupro e li sosteniamo, chiediamo ai nostri partner se vogliono essere toccati o baciati e creiamo il mondo in cui sogniamo di vivere.

Non ho alcun dubbio che possiamo rendere questo mondo un posto migliore e sono pronta a lavorare per questo, ma non posso farlo da sola. Ogni persona deve fare la sua parte per creare una cultura del consenso. Dobbiamo insegnare il consenso a tutti, specialmente ai bambini, ai medici, agli avvocati, ai poliziotti in modo che il nostro sistema giudiziario possa meritarsi tale nome. Se volete creare una cultura del consenso, iniziate appoggiando i sopravvissuti agli abusi senza condizioni. Aiutateli a sentirsi meglio. Ascoltateli. Credete a quello che vi dicono. Aiutateli a trasformare il dolore in potere, in modo che tutti possiamo vivere delle vite migliori.

(Fonte: La 27esimaora)

 

Segui Blog delle donne anche su http://www.facebook.com/blogdonne e su http://www.twitter.com/Blogdelledonne

 

Dopo Colonia al di là dell’etnia tutti gli uomini si schierino con le donne

Pubblichiamo un estratto dall’articolo del poeta e scrittore africano Musa Okwonga, apparso sulla rivista inglese The New Statesman. Secondo J. K. Rowling, che lo ha condiviso con un tweet, è “il miglior commento sui fatti di Colonia”:

Le molestie sessuali devono stimolare il dibattito sui diritti delle donne, anziché su questioni razziali”, ha scritto l’autrice della saga di Harry Potter.

Il dibattito sui fatti di Colonia sarà inevitabilmente dominato dalla questione razziale, per cui tanto vale non girarci attorno. La Germania non è un Paese particolarmente eterogeneo dal punto di vista razziale, e la maggior parte della popolazione nera e araba appartiene al cosiddetto proletariato. Il che si spiega con una lunga serie di motivi di ordine economico, come il fatto che chi è arrivato dall’Africa e dal Medio Oriente incontra grosse difficoltà a ottenere i documenti o trovare un lavoro. A Berlino, dove vivo, la stragrande maggioranza dei neri che si incontrano ogni giorno per strada è povera e senza dimora, e magari spaccia droga a Görlitzer Bahnhof o sulla Warschauer Strasse, due delle stazioni ferroviarie più trafficate della città. E quando dico la stragrande maggioranza, intendo qualcosa come l’80 per cento, se non di più. E, a rischio di sembrare impietoso, penso che le persone interessate a cogliere le sfumature socioeconomiche della povertà in cui versano i neri non siano tante – o almeno non tante quante io vorrei. Penso invece che ci sia la tendenza, più diffusa di quanto molti di noi siano disposti a riconoscere, a considerare la gente di colore intrinsecamente inaffidabile o criminale.

Dico questo anche alla luce delle mie esperienze personali, e dopo aver parlato con diversi amici non bianchi. Uno di loro, venuto dall’Africa occidentale a visitare la città, ha avuto così tanta difficoltà a trovare un appartamento su AirB&B che è dovuto ricorrere a un prestanome. Non si contano i casi di gente di colore che non riesce a trovare una camera o un appartamento – non che sia facile trovare una casa in affitto in una meta popolare come Berlino, intendiamoci, ma gli episodi di discriminazione cominciano ad accumularsi in modo preoccupante. Più banalmente, resto colpito dalla frequenza con cui – anche sui treni più affollati – i berlinesi bianchi lasciano un posto vuoto tra me e loro, come se temessero la prospettiva di sedersi accanto a un uomo dalle sembianze africane. E se tutto ciò vi sembra paranoico, sappiate che ho cominciato a rendermene conto solo quando un simpatico signore bianco me lo ha fatto notare, scuotendo il capo con un sorriso incredulo.

Qualcuno potrebbe pensare che io sia un tipo troppo suscettibile, ma quella che sto raccontando è la semplice realtà dei fatti. Amo Berlino, e questi inconvenienti sono poca cosa rispetto alla possibilità di viverci. Ma certi episodi mi portano a pensare che in diverse zone della Germania le aspettative culturali nei confronti della gente di colore sono già in partenza pericolosamente basse. E ora dobbiamo fare i conti con le aggressioni di Colonia, uno dei peggiori incidenti nel suo genere che io ricordi. Quali conclusioni possiamo trarne? Beh, la risposta è molto semplice. Non dovremmo fare altro che stare dalla parte delle donne.

In Germania e altrove, i razzisti odiano i neri di origine africana come noi a prescindere. Ci hanno sempre considerato degli stupratori, dei pervertiti e dei potenziali molestatori. A loro non importa delle donne aggredite a Colonia e ad Amburgo, se non come pretesto per dimostrare che siamo delle bestie, come hanno sempre pensato – o sperato – che fossimo. D’altro canto, a me non importa di loro. Né mi disturba più di tanto che qualcuno non voglia sedersi accanto a me sul treno. La paura di ciò che non si conosce è difficile da superare. Sono di gran lunga più preoccupato per la sicurezza delle donne che oggi, probabilmente, hanno ancora più paura a frequentare luoghi pubblici. Non credo che queste donne si siano mai sentite particolarmente a loro agio camminando di notte tra orde di uomini ubriachi e aggressivi, a prescindere dalla loro razza. Ma di sicuro guarderanno i gruppi di giovani di origine araba e nordafricana, indipendentemente dalle loro intenzioni, con molta più diffidenza e apprensione che in passato.

Ecco allora cosa propongo di fare. Perché non partiamo dal semplice presupposto che una donna, in qualunque parte del mondo si trovi, ha il diritto fondamentale di camminare per strada e non essere palpeggiata? E perché noi uomini, indipendentemente dall’etnia di provenienza, non approfittiamo di quello che è un momento perfetto per ribellarci sul serio al modo in cui le donne sono trattate nei luoghi pubblici – e per rifiutare con sdegno l’idea che siamo in qualche modo inevitabilmente indotti dalla società a trattare le donne come oggetti, e condannati dai nostri desideri sessuali a saltar loro addosso se solo ci passano davanti?

Dovremmo sforzarci in ogni modo di sfidare la misoginia che da sin troppo tempo imperversa nel mondo, e di opporci a qualsiasi principio di repressione sessista che ci sia stato impartito. Perché le donne sono stanche di ripeterci tutte queste cose, e sfinite da una battaglia che troppo a lungo è passata inosservata.

Traduzione di Enrico Del Sero

(Fonte: La 27esimaora)

 

Segui Blog delle donne anche su www.facebook.com/blogdonne e su http://www.twitter.com/Blogdelledonne

 

Colonia, donne stuprate la notte di capodanno

Un caso senza precedenti, almeno in Germania. Nella notte di San Silvestro decine se non centinaia di donne sono state molestate a Colonia da gruppi di uomini nella zona della stazione centrale e del duomo. Lo ha riferito la polizia di Colonia che sta indagando su «delitti pesanti di tipo sessuale».

La cancelliera Angela Merkel ha chiamato la sindaca per esprimerle la propria indignazione su quanto accaduto e che il governo farà di tutto affinché «i colpevoli siano puniti al più presto, di qualsiasi origine siano». Il sindaco della città tedesca, Henriette Reker (da poco tornata al lavoro dopo l’attentato di cui era rimasta vittima durante la campagna elettorale), ha riunito un’unità di crisi che dovrà studiare le misure da prendere per evitare che fatti simili si ripetano. Ha anche dichiarato: «Non c’e’ nulla che indichi che le persone coinvolte in queste aggressioni siano dei rifugiati».
Sulla vicenda è intervenuto anche il ministro dell’Interno, Thomas de Maiziere: «Il fatto che un gran numero di persone che sono apparse essere immigrati abbia commesso questi attacchi costituisce un fatto nuovo – ha detto – ma questo non deve portare alla situazione in cui i rifugiati che cercano protezione vengano visti in generale in modo sospetto».
«Reati di una dimensione completamente nuova», ha detto il presidente della polizia di Colonia Wolfgang Albers.

Un migliaio di uomini, tra i 15 e i 35 anni, «dall’aspetto originari di regioni arabe o nordafricane» secondo i filmati e alcune testimonianze oculari, si è radunato nella piazza della stazione centrale per poi frantumarsi in più gruppi che hanno circondato, molestato e derubato diverse donne. Un’ottantina di persone si è rivolta alla polizia mentre sono state sporte 60 denunce per molestie sessuali. Quel che è certo in attesa delle indagini è che la notte di San Silvestro la situazione è sfuggita a ogni controllo. La massa di uomini ha esploso una quantità enorme di petardi e fuochi d’artificio e ha agito senza alcuna preoccupazione dell’intervento della polizia, che è stato via via sempre più massiccio nel corso della serata. Gli agenti stessi si dicono scioccati da quanto accaduto.
Episodi simili, anche se di portata minore, si sarebbero inoltre verificati anche ad Amburgo nel quartiere a luci rosse di St.Pauli e a Stoccarda.

(Fonte: Corriere della sera)

 

Segui Blog delle donne anche su www.facebook.com/blogdonne e su http://www.twitter.com/Blogdelledonne

 

“Non l’ho stuprata, sono caduto e l’ho penetrata”: i giudici gli credono e lo assolvono

La corte gli ha dato ragione, secondo i giudici è davvero “caduto penetrando accidentalmente la ragazza”. Uno dei processi più strani e discussi di questi ultimi giorni in Inghilterra era quello che vedeva imputato Ehsna Abdulaziz, milionario 46enne accusato di aver stuprato una 18enne. L’uomo, nell’udienza presso la Southwark Crown Court, disse più volte di non aver violentato nessuno:”Sono caduto e l’ho penetrata per sbaglio”.

Dopo aver raccolto prove e dettagli la Southwark Crown Court, in soli 30 minuti, lo ha scagionato dalle accuse di stupro. La ricostruzione di quel che avvenne nell’agosto del 2014, quando il milionario era uscito per una serata e aveva incontrato una giovane donna e una sua amica di vecchia data in un nightclub londinese, è che l’uomo avesse sì fatto sesso, ma soltanto consensuale e con una delle due donne (la più grande di 24 anni).

Dopo aver concluso il rapporto – in una situazione di alterazione dovuta dall’alcol – l’uomo si sarebbe preoccupato per la 18enne, che dormiva sul divano, andando da lei per vedere se aveva bisogno di “una coperta, un taxi o qualcosa”. A questo punto, è la tesi di Abdulaziz, la giovane gli avrebbe messo le mani dietro la nuca per avvicinarlo a lei e l’uomo sarebbe caduto e l’avrebbe accidentalmente penetrata. Lo sperma rinvenuto all’interno della vagina di lei sarebbe dunque dovuto dal precedente rapporto. “Sono fragile…e sono caduto…ma non è successo nulla fra noi” assicura l’uomo.

Sta di fatto che la corte lo ha comunque scagionato. La stampa inglese sottolinea però come, in maniera anonala, il giudice Martin Griffiths abbia acconsentito a una testimonianza privata da parte di Abdulaziz durata oltre 20 minuti.

(Fonte: l’huffington Post)

 

Segui Blog delle donne anche su www.facebook.com/blogdonne e su http://www.twitter.com/Blogdelledonne

 

Le chiavi di casa le hanno permesso di reagire evitando di essere stuprata

Non voleva essere l’ennesima vittima di uno stupro. Per questo una 21enne inglese, residente a Sheffield, ha deciso di reagire e di punire il suo carnefice con l’unica arma a sua disposizione in quei terribili momenti: le chiavi di casa.

Secondo le ricostruzioni, il 35enne Johnathon Holmes avrebbe seguito la giovane donna mentre stava tornando a casa. Questa, accortasi di essere seguita, avrebbe quindi cambiato strada più volte e, spaventata, avrebbe sistemato le chiavi di casa fra le dita della mano, chiuse in un pugno. Poi, proprio mentre la ragazza tentava di contattare il compagno al telefono, l’aggressione: Holmes avrebbe spinto la donna in un cespuglio tentando di girarla di schiena e sussurrandole “Ti piacerà”.

La ragazza a quel punto ha reagito: l’ha colpito al volto e allo stomaco e poi ha iniziato a urlare. 2 passanti sono intervenuti e lo stupratore è stato costretto a scappare.

“Se quell’uomo mi avesse violentato la mia vita sarebbe finita, tanto valeva farmi uccidere lì”, ha raccontato la donna alla Corte di Sheffield, “Ero così terrorizzata, ma così arrabbiata”.

Holmes è stato catturato e condannato a quattro anni e mezzo di carcere. Il suo avvocato l’ha difeso, dicendo che non era in sé al momento della violenza, perché troppo ubriaco e adesso non ne ha più ricordo, ma ne è “molto dispiaciuto”.

(Fonte: l’huffington Post)

 

Segui Blog delle donne anche su www.facebook.com/blogdonne e su http://www.twitter.com/Blogdelledonne

 

Stupri in uniforme

Trina McDonald aveva 18 anni quando ha subito il primo stupro. Era in servizio con l’aeronautica militare in Alaska da due mesi. Nei nove successivi, è stata drogata e violentata ripetutamente dai suoi superiori. Hanno minacciato di ucciderla se avesse mai raccontato qualcosa.

“Una volta mi hanno scaraventata nel mare di Bering per cercare di affogarmi. Mi hanno lasciata lì a morire, sperando di tapparmi la bocca per sempre”, racconta Trina.

La sua storia non è unica. Ogni giorno 70 soldati dell’esercito americano subiscono violenze sessuali. Tre ogni ora. Nel 2012, secondo un sondaggio anonimo effettuato dal Dipartimento della difesa statunitense che prendeva in considerazione sia gli uomini che le donne, ci sono stati complessivamente 26mila casi di “contatti sessuali indesiderati”.

Le donne rappresentano il 15% delle unità attive dell’esercito americano. Ma costituiscono il 47% delle vittime di molestie sessuali totali nelle forze armate statunitensi. Il problema non è nuovo: già nel 2008 l’allora membro del Congresso americano Jane Harman aveva dichiarato che “una donna arruolata per servire il suo Paese ha più probabilità di essere stuprata da un commilitone che non di essere uccisa dal fuoco nemico”.

Gli uomini che hanno subito violenza nel 2012 sono 13.900 circa. Si stima che quando un soldato si arruola nelle forze armate, le probabilità di essere stuprato aumentino di 10 volte.

Indipendentemente dal sesso della vittima, circa 3 abusi su 4 non vengono riportati alle autorità. Ci sono diverse ragioni per questo, basti pensare che fino al 2011 un uomo vittima di stupro da parte di un altro poteva essere congedato per “atti omosessuali”.

Il motivo più diffuso per cui uomini e donne non denunciano le violenze subite è che gli stupratori solitamente sono i loro superiori, e per questo rimangono impuniti nella maggior parte dei casi.

Katie Weber aveva 18 anni ed era arrivata da pochi giorni in una base militare in Germania vicino a Norimberga. La prima sera di libera uscita è andata in un locale con degli amici. Un soldato che già conosceva e che si trovava nello stesso club in compagnia della moglie incinta, l’ha attirata all’esterno con una scusa. Poi l’ha picchiata, stuprata e fatta precipitare dal secondo piano.

“La prima volta che ho provato a denunciare lo stupro al sergente della mia divisione, lui mi ha detto di stare zitta e di non raccontarlo a nessuno”, dice Katie. Quindi si è rivolta a una donna nella speranza che fosse più comprensiva, ma senza fortuna. “Lui lo conosco”, le ha detto la donna, “è sposato e non farebbe mai una cosa del genere. E poi tu non sei proprio il suo tipo. Sei una puttana bugiarda”.

Nel frattempo gli altri soldati si tenevano alla larga dalla Weber, perchè ormai lei era stata etichettata come una che accusava la gente di stupro.

Ma negli ultimi anni sempre più uomini e donne hanno deciso di parlare. Anche per questo, l’America sta cominciando a realizzare che non si tratta esclusivamente di singoli casi, ma di un vero e proprio cancro sociale

Trina McDonald ha lanciato una petizione in cui chiede al Congresso statunitense di cambiare le procedure legali con cui vengono investigati i casi di violenza sessuali in ambito militare, in modo che non siano più gli stessi accusati a dover giudicare se il fatto sussista o meno. McDonald propone che a investigare sugli stupri sia un gruppo civile, e non uno militare.

L’appello di Trina McDonald è stato accolto dalla Senatrice Kirsten Gillibrand, e il Senato americano sarà chiamato a esprimersi in materia nei prossimi mesi.

(Fonte: The Post Internazionale)

 

Segui Blog delle donne anche su www.facebook.com/blogdonne e su http://www.twitter.com/Blogdelledonne