Sessismo nelle pubblicità… Cos’è cambiato negli anni ? Cosa possiamo fare?

Un Altro Genere Di Rispetto

Il 3 agosto 2016 è uscita la foto del sito rivenditore di scarpe “Eredi Corazza” che per fortuna ha creato moltissimo scalpore.

Qui potete trovarelo scambio delle dichiarazioni tra l’azienda produttrice delle scarpe nella foto, Ixos, e il sito rivenditore, con un approfondimento della “Fashion Dead” che sta prendendo sempre più piede.

Ma questa rappresentazione della donna nelle pubblicità, è qualcosa di recente?

Se no, com’è cambiata nel tempo?

In questi giorni me lo sono chiesta e ho deciso di fare un album sulla nostra pagina su Facebook che raccogliesse tutte le pubblicità più sessiste di sempre e che potete trovare qui.

Questa ricerca mi ha fatto ragionare sul fatto che in realtà è cambiato molto poco dagli anni ’50.

Ovvero, le pubblicità di quegli anni relegavano la donna nell’ambito di moglie/casalinga, le pubblicità di oggi invece rappresentano la donna come un oggetto sessuale.

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Emoji sessiste su whatsapp

La recente campagna #Likeagirl lanciata da Always, compagnia per prodotti di igiene femminile, sostiene che Whatsapp dovrebbe cambiare le emoji dedicate alle donne inserendone di nuove, meno sessiste.

Le emoji dedicate dall’applicazione alle donne sono, in effetti, ancora molto stereotipanti per il genere femminile. Le “emoji donne” si danno lo smalto, si tagliano i capelli, sono spose o assumono posizioni insolite, tipo quella con le braccia incrociate, o la manina civettuola vicino al mento, le mani in testa, o la “secchiona“, che alza la mano come per chiedere il permesso di dire: “lo so io!

Le emoticon legate alle principali professioni o sport sono, invece, tutte al maschile: il poliziotto, il medico, l’investigatore, l’omino che corre o cammina e ancora il ciclista, il nuotatore, lo sciatore.

In un video,, le giovani intervistate dicono che tipo di emoticon vorrebbero avere su Whatsapp chiedendo emoji di donne avvocate, poliziotte, batteriste, chirurghe, cantanti, surfiste. vorrei che ogni donna crescesse con la possibilità di essere qualsiasi cosa voglia essere” afferma una ragazza.

(Fonte: www.gay.it)

 

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La pubblicità della tre è sessista

Con la scomparsa di Belén Rodríguez dalle campagne Tim, credevo che le aziende di telecomunicazioni in Italia avessero finalmente smesso di associare marchio, tariffe e promozioni all’ennesimo corpo femminile, che non sta lì per nient’altro che per la sua bellezza. E invece no: nell’ultimo spot, Tre mette assieme  l’attore napoletano Carlo Buccirosso e la showgirl greca Ria Antoniou, con lui fa che l’uomo sbavante e pagante, e lei che fa la bellona, biondona e desiderante. Ma invece di desiderare («Carletto, è da tanto che avevo un desiderio…») ciò che lui spererebbe (allusione evidente), lei desidera solo un nuovo smartphone, «ma che sia il top… top come lei…» precisa Carletto, mentre le sussurra nun te proccupa’. Poi la bionda insiste con voce suadente: «Ho tanto bisogno di…» (allusione). «Cento giga le bastano?», chiede la commessa Tre.

E via così, per promuovere: se compri un top smarphone hai 100 giga inclusi. Il più trito, abusato e ormai malconcio stereotipo sull’ometto bruttino e un po’ scemo, che si può permettere la biondona mozzafiato solo perché paga lo shopping. Povera donna, povero ometto. E complimenti a Tre per l’originalità della campagna.

Di Giovanna Cosenza

(Fonte: giovannacosenza.wordpress.com)

 

Profumo Moschino e femminilità

Immaginiamo di entrare in una delle farmacie cosmetiche piú importanti del paese e di ritrovarci nella sezione profumi alla ricerca di una nuova fragranza che faccia al caso nostro. Immaginiamo di scorgere al centro del reparto femminile uno stand che sponsorizza un nuovo tipo di mocho della Vileda con secchio ultra-strizzante o un asse da stiro che fará la felicitá di ogni massaia, oppure l’ultima innovativa miscela ultra-pulente e superdisinfettante del Vetril.

Una reazione spontanea e lecita sarebbe quella di incazzarsi come faine a caccia: pure nell’unico pomeriggio libero dal lavoro, dai figli, dalla casa, ‘sti screanzati devono provare a convincermi che ho bisogno di tornare a casa a pulire le finestre, che i vetri di casa mia possono essere brillanti e trasparenti come nella pubblicitá, e che se solo spendessi £65 per questo eccezionale prodotto potrei essere felice e figa come Linda Evangelista che fa da testimonial al nuovo Vetril.

Ed é proprio qui che sta la fregatura: perché il prodotto sponsorizzato al centro del reparto profumi femminili é Fresh, l’ultimo profumo femminile di Moschino e non avremmo proprio nessun motivo per incazzarci, no?

Il direttore creativo di Moschino, Jeremy Scott dichiara: «Il concetto di questa fragranza era di giustapporre il piú comune dei prodotti, il detergente per la casa, con qualcosa di assolutamente prezioso… Prendere l’iconografia di una bottiglia che non ha alcuna ambizione ed usarla come contenitore per qualcosa di cosí lussuoso ed haute couture, crea l’ultima dicotomia di alto e basso. Cosa potrebbe essere piú Moschino?».

Un ragionamento ineccepibile e coerente con la filosofia Moschino: la linea Cheap&Chic, una linea a basso costo parecchio produttiva, nel 2012 era associata ad una campagna pubblicitaria che proponeva appunto donne di bellezza inaudita stese su banchi di frutta al mercato, accostando abiti comunque costosi – parliamo di una base di 300€ a capo – e di ottima fattura ad elementi del tutto estranei, come il Fruttaruolo.

D’altronde la casa Moschino non é nuova né a packaging insoliti, come l’orsacchiotto-profumo, né ad ispirarsi a categorie sociali specifiche o oggetti simbolo per i suoi prodotti e le sue campagne pubblicitarie, come avvenuto per i clerks di Mc Donald’s o per la Barbie, alla quale Moschino non si ispiró solo in passerella ma anche per le cover dei cellulari, proponendo l’indimenticabile specchio rosa di Barbie.

Certamente si puó interpretare la scelta dei Clerk o del Fruttaruolo o della Massaia che pulisce il vetro della doccia come la volontá di portare coloro che stanno sull’ultimo gradino della scala in un luogo esclusivo come una passerella, dove possono essere visti dai compratori del primo gradino. Un tentativo di dare voce e risonanza a figure che normalmente non ne hanno e sono escluse dal mondo della moda e, spesso, dal mondo in generale. Moschino é anche la casa di moda che si é distinta per l’impegno nell’ecologismo e nella morale negli anni ’90, ma io comunque diffiderei di una compagnia che dall’altro lato ci propone Kate Perry in versione bagascia da periferia, detto tra noi.

Oppure forse si tratta di un tentativo di rendere appetibile e vendibile l’invendibile: la tua divisa da lavoro puó acquistare un profondo e lussuoso valore iconico, anche se puzzi di fritto e stantio!

Fai una vita di merda e stai sempre a pulire? Vanne fiera, perché il tuo spruzzino é vessillo di un inconfondibile stile haute couture.

Solo marketing, e le vendite lo attestano: nel 2010 l’azienda é passata da 67 a 215 milioni di ricavi, incrementando il fatturato del 14% nel primo semestre del 2011 e cosí via…

Le campagne di marketing di Moschino cioé funzionano e a prescindere dal prodotto stesso; qui Jicky propone una review di Fresh che chiarisce il concetto:

«Si osserva il solito demenziale scollamento tra naming, forma e contenuto. Fresh é infatti un profumo nel trend fruttato (e non molto fortunato) … un profumino tipo Avon. É del tutto evidente che chi ha pensato al flacone e al packaging non ha minimamente pensato al profumo che il flacone avrebbe contenuto. Lo spruzzino in cima alla bottiglia non é l’erogatore, é un tappo rigido, tolto il quale trovasi il solito spray. Almeno avessero finito bene il bussolotto… nemmeno quello.»

Effettivamente se fai sfilare le tue modelle in passerella con la felpa Fresh ed i guanti di gomma per lavare i piatti e pulire i cessi, ci si aspetterebbe almeno un minimo di coerenza nel prodotto.

E chi immagina davvero di poter chiamare il direttore della farmacia per lamentarsi o di poter gridare genericamente ad uno scandalo, puó darsi pace: assieme all’advertisement con Linda Evangelista e alle modelle in passerella con guanti di gomma, Moschino ha rilasciato anche la cover per cellulari a forma di Vetril ed é sponsorizzata da uomini. «Una furbata, insomma, perché punta a provocare, ma senza esagerare. Punta a dare fastidio alle persone più refrattarie agli stereotipi di genere, ma ha già pronta in canna la replica politically correct. Lancia il sasso e ritira la mano. E se nasce qualche polemica, ben venga, perché in comunicazione vige la regola «Nel bene o nel male, purché se ne parli». Se invece non nasce nessuna polemica, bene lo stesso: i più troveranno l’idea “ironica”, “divertente”, “irriverente”

Di Jaja

(Fonte: abbattoimuri.wordpress.com).

Donne e pubblicità, la svolta che non c’è

L’analisi è tranchant, senza appello:

«Prende corpo una narrazione neocubista della donna che sembra omaggiare il punto di vista vouyeristico caro a quella corrente di sottobosco del cinema italiano che godette di una discreta fortuna ai tempi della leva obbligatoria».

A supporto della tesi un’analisi empirica sul contenuto degli slogan pubblicitari. Che racconta come le donne siano sessualmente più disponibili rispetto agli uomini secondo un rapporto di 12 a 1. In altri termini: per ogni 100 campagne con donne protagoniste (o co-protagoniste) 12,9 le rappresentano sessualmente disponibili. Per gli uomini la percentuale scende all’1.

Benvenuti nella disparità di genere. Teorizzata dalle agenzie pubblicitarie. Supportata dai centri media. Definitivamente amplificata da tv, giornali e settimanali. L’indagine porta la firma di Art Directors Club Italiano, università Alma Mater e Nielsen Italia. La sensazione è che da settembre 2008 ad oggi sia cambiato poco o nulla.

Dal giorno in cui il Parlamento europeo ha approvato con 504 voti favorevoli la proposta di abolire la pubblicità sessista e degradante per le donne. Già di per sé quel voto sembrò una sconfitta culturale. Come se servisse un legislatore per normare ciò che la società non riesce di sua sponte: superare gli stereotipi di genere. Profondamente radicati. Sedimentati nell’immaginario collettivo.

Come le “grechine”. L’indagine la usa come immagine per testimoniare come la donna viene rappresentata dal mondo ammiccante della pubblicità: le grechine erano quelle decorazioni con cui le maestre di scuola elementare invitavano le bambine a incorniciare e ornare i loro scritti, i loro disegni, i loro quaderni. In altri termini una grechina è una bellezza decorativa che riempie un vuoto, solitamente di idee, con le proprie grazie.

(elaborazione Art Directors Club Italiano, università Alma Mater e Nielsen Italia)

La ricerca aggiunge anche un altro tema interessante: lo stato di alterazione della coscienza che provoca un prodotto pubblicizzato sulla donna. Come se fosse maggiormente incline al potere taumaturgico del consumo. Anche qui la prova di commutazione non regge: se ci fosse un uomo che effetto gli farebbe un prodotto di largo consumo? Opposto. L’uomo governa meglio le proprie emozioni? Ci sono prove di evidenza scientifica?

(Fonte: La 27esimaora)

 

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Nello spot Allessi si “litiga con stile”

È definito un litigio ironico, surreale e divertente” – così recita il comunicato stampa – quello che Alessi mette in scena nello spot in onda in questi giorni sulle reti Mediaset e sui canali digitali da Sky a Fox. Si può scherzare su certe cose? Si può scherzare su (quasi) tutto ovviamente, basta saperlo fare: nel modo giusto, nel contesto appropriato, senza offendere nessuno. In questo caso, però, la (presunta) ironia mi lascia perplessa: non ne trovo il senso, se non perché si immagina, forse, che far svolazzare piatti per un litigio possa catturare più attenzione che farli svolazzare per magia o altre cause.

Fra l’altro, il litigio e la casa vagamente chic in cui avviene sottraggono simpatia a oggetti d’uso quotidiano che, viceversa, sono stati disegnati proprio per suscitarla (sono colorati, tondeggianti, a volte buffi) e per rendere ludiche funzioni che in sé non lo sarebbero (fare il caffè, estrarre tappi, contenere frutta, ecc.). Bah. Infine mi chiedo come vedano lo spot persone che vivano o abbiano vissuto con angoscia e tensione conflitti domestici duri e reali, magari violenti e traumatici. La risposta mi viene da Claudia (nome di fantasia), che nei giorni scorsi mi ha scritto una bella mail per commentare lo spot:

«Se non ce li avessi quei piatti (“Alessi”) e quegli utensili da cucina (“Alessi”), come potrei lanciarteli addosso? Come farei a litigare con te?

Come potrebbe dirsele-e-darsele una coppia in una situazione di conflitto? Perché in una situazione di conflitto si combatte, non è vero? Anche con piatti, posate e stoviglie alla mano. Anche, non necessariamente. Vero è che qualcuno lo fa. E senza elmetto sulla testa. Il campo di battaglia potrebbero essere due stanze contigue oppure frontali, ai lati opposti di un corridoio. Potrebbe essere perfino una stanza sola. Per esempio, la cucina. A casa mia era proprio la cucina.

I piatti di guerra li ho visti sparare a distanza corta, quattro o cinque metri al massimo. Ho visto anche coltelli piroettare ad altezza d’uomo. Coltelli da cucina, quelli dalla punta arrotondata che la fettina di carne la tagliano a fatica se non è battuta e ben cotta su entrambi i lati. Ecco, ho visto piatti volare. A distanza corta. A distanza corta e a velocità feroce. Certo, erano oggetti ordinari, acquistati alla bisogna, tutti spaiati. Di servizi completi — di piatti, posate — non ce n’erano dietro le mensole della credenza. Né ci ho visto mai caffettiere o portafrutta di design. Quelli stavano dentro la vecchia televisione in salotto. Erano oggetti animati di design dentro una scatola parlante. Erano i piatti, le caffettiere, gli apribottiglia della pubblicità. E lo sono ancora oggi, “quelli della pubblicità”.

Oggi che sono passati almeno 20 anni dalle ultime guerre casalinghe tra i miei genitori. Nondimeno, per combattere in cucina, stoviglie spaiate e lame arrotondate andavano benissimo. Forse gli arnesi di design volteggiano più leggiadri ed eterei. Forse sono più aerodinamici. Forse all’epoca, quando in cucina sfrecciavano piatti e coltelli, c’era ben poco da (sor)ridere, se non il mio rannicchiarmi sulla sedia, a tavola, mentre la fondina di spaghetti al burro si raffreddava indifferente, e io mi coprivo gli occhi con le ginocchia. Avrei voluto sparire. Sospendere il senso dell’udito. Polverizzare quei dischi volanti di finta ceramica Limoge. Ricomporne le schegge affilate in un puzzle monocolore. Riavvolgere ogni fotogramma di quei ricordi neonati. Fermare la mano che estrae la prima pallottola dallo scolapiatti. Avrei voluto fermare la guerra.

Non capisci o fai finta di non capire”. Per“farglielo capire” basta un bel servizio di munizioni, pardon, di stoviglie “Alessi”. “E non ti spostare quando ti tiro le cose”. E che cose?! Mica chicchi di riso o batuffoli di cotone. Strumenti da cucina “A-l-e-s-s-i”. Pur nel dolore sanguigno di tagli e contusioni, si dovrebbe apprezzare il valore di quelle cose mitragliate sulla pelle, infilate nella carne.

“Siete sempre così voi uomini”. Eh già, sempre uguali a loro stessi. Chissà se quei piatti volanti serviranno a cambiarli. Se non li avessi (cit.) non potresti nemmeno tentare di scoprirlo.

Sei tu che non capisci l’ironia di fondo, i giochi di parole, di coppia, di piatti, di pentole. Sei tu che non capisci o fai finta di non capire (cit.) i messaggi di Alessi. Sapete che vi dico? Cambio canale.» Claudia.

Potete guardare lo spot Alessi cliccando qui

Di Giovanna Cosenza

(Fonte: giovannacosenza.wordpress.com)

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Ora anche i sindaci pubblicizzano i loro comuni coi corpi delle donne

Non solo la pubblicità commerciale continua ad offendere le donne. Ora anche le istituzioni fanno a gara tra chi relega la donna ad un mero orpello per rappresentare il proprio comune.

Così oltre a dare patrocinio ad iniziative discutibili, ci sono comuni come Berceto, un paese di appena 2mila anime in provincia di Parma, che pubblicizza le bellezze territoriali con la foto di una ragazzina bionda appena maggiorenni in perizoma, pubblicata su Facebook dal sindaco Luigi Lucchi (che potrebbe essere suo padre) ad insaputa della proprietaria.

Lo immagino il sindaco, un ipocrita che magari non ci penserebbe mai a proporre a sua moglie, sua madre o sua figlia di rappresentare col suo culo la città. Ciò che riguarda le prorie donne rientra nella questione d’onore. La moralità delle proprie donne va salvaguardata. Magari è uno di quelli che giustificherebbe lo stupratore di una ragazzina sulla base dell’abbigliamento che indossava la vittima.

Supposizioni perché conosco benissimo gli uomini italiani, specie se sessisti. Come quando il sindaco tuona sulla questione del burqa, postandoli provocatoriamente, come se nella vita di una donna ci fosse solo una strada col bivio senza aspirazioni personali: o ti mostri per farti guardare o ti copri!

E ovviamente l’islam assume sempre il solito significato nella società italiana: religione dell’oppressione femminile. Non è oppressione invece relegarla ad ornamento, dirle che deve avere un culo liscio come solo una diciottenne può avere o dirle che nasce solo per farsi bella o che la cellulite è peggio di un cancro?

Gli stessi ignoranti e razzisti sterotipi sull’Islam, quando le istituzioni marocchine hanno appena approvato una legge contro casi come questi.

Ci si chiede perché sempre donne svestite. Immaginatevi avesse scelto un uomo, avremmo sentito subito le voci dei veri bigotti, quelli che parla,o di “ideologia del genere” e dell’imminente pericolo di rendere l’Italia un paese di “froci”.

Così la donna nuda, diventa uno strumento anche per mantenere alta la nomea eterosessuale e maschile dell’istituzione e della comunità.

La stessa comunità piccole e provinciali additerebbero come puttana una concittadina che beve, fuma o veste in modo succinto. Libertà concessa solo virtualmente, se ovviamente non appari irriconoscibile. Certamente solo lì è concesso fumare, bere e vestire in modo succinto, mica vogliamo essere barbari come gli islamici!

Gli uomini dunque decidono quando dobbiamo spogliarci, in quali contesti, perché, con chi dobbiamo uscire o da chi dobbamo essere attratte e via dicendo ma si lamenta che si è parlato di volgarità, classico di chi vorrebbe indurre a pensare che le femministe sono bigotte. Caro sindaco la volgarità è solo nella tua testa.

Di Mary

(Fonte: comunicazionedigenere.wordpress.com)

Ancora pubblicità sessiste

Si riparano gli smartphone ma sulla pubblicità del negozio appare il fondoschiena di una donna in succinti minishort. Il cartellone choc è apparso ieri mattina lungo la via Appia Nuova e subito è scoppiata la rivolta delle donne che hanno invaso di critiche i sociale fatto sì che il Comune avviasse le procedure di rimozione del gigantesco cartello. Accanto al “lato b” in bella vista sono comparse le scritte «Rotto?!» e più in piccolo «telo ripariamo noi». E ancora: «Agosto sempre aperto». Dopo le segnalazioni, l’assessore alle Attività produttive Marta Leonori ha subito inviato i controlli e avviato le sanzioni. «Le norme che questa amministrazione ha varato contro la pubblicità sessista ci consentono di intervenire in maniera diretta ed efficace – ha detto Per questo l’Ufficio Affissioni e Pubblicità di Roma Capitale ha subito reagito alla segnalazione della pubblicità che contravviene all’articolo 12-bis del Regolamento approvato lo scorso anno. Con il verbale dei vigili provvederemo a diffidare la società a rimuovere la pubblicità entro 24 ore, trascorse le quali il messaggio sarà non solo sanzionato, ma anche oscurato».

(Fonte: Il Messaggero)

Basta con le pubblicità sessiste!

segnalano un annuncio pubblicitario diffuso su Youtube e sulla pagina Facebook dell’azienda Intimissimi in cui si annuncia la volontà di reclutare un’altra modella per la prossima campagna. Il vero problema è la forma dell’annuncio. L’attuale modella annuncia “il mio sogno era quello di diventare ricercatrice, ma ora sono il volto di Intimissimi”. Dopo di che viene lanciato l’hashtag #iamastory.

La frase ha scatenato molte polemiche sul web

lo spot suggerisce che le belle donne dovrebbero abbandonare gli studi o i loro sogni ambiziosi per pubblicizzare lingerie”. E ancora “promuove ancora una volta l’idea di una donna relegata alla mera contemplazione del lato estetico ad un ruolo palesemente passivo”, mentre su Twitter qualcuno lancia l’hashtag #iamMystory per sottolineare il pensiero “io sono quello che voglio e non quello che mi suggeriscono i media”.

C’è chi chiede che “L’Italia approvi immediatamente una legge contro la pubblicità sessista, proprio come è accaduto di recente in Marocco e chi vorrebbe lanciare un’altra petizione dopo il successo ottenuto con Huggies, recentemente bocciata dallo IAP attraverso

un’ingiunzione di desistenza.

E’ veramente assurdo che l’Italia continui a promuovere un’immagine femminile stereotipata, molto affine al modello della Velina, le cui ambizioni sono solo quelle di avere soltanto un bel fisico da mostrare in copertina. E’ assurdo che la pubblicità continui a ripetere come un leitmotiv che le donne devono pensare solo a farsi belle.

Questi spot purtroppo riflettono un problema di genere fortemente radicato nella cultura italiana. Molte donne non scelgono facoltà scientifiche perché è molto forte l’idea che non siano cose da donna.

I ricercatori, specie se donne, lavorano in una condizione di sfruttamento e precarietà. Alle donne non è riconosciuta nemmeno la possibilità di poter fare carriera in Italia. Il tasso di occupazione femminile in molti settori è bassissimo, dieci punti in meno rispetto alla media europea.

Nulla di strano in una società che continuamente annuncia quali siano i ruoli delle donne, esprimendo perfino la volontà di “

ricacciarci indietro” rispetto alle poche conquiste effettuate, come afferma uno degli utenti indignati.

PS: La modella recita un copione poiché non era assolutamente una laureanda in fisica ma una soldatessa dell’esercito israeliano

Di Mary

(Fonte: comunicazionedigenere.wordpress.com).

Il comitato di controllo emette un’ingiunzione contro la Huggies

Lo spot Huggies bimbo-bimba trasmesso sulle reti rai e mediaset nell’ultimo mese non dovrà più essere diffuso in quanto non conforme al codice di autodisciplina della comunicazione commerciale. Lo ha deciso il comitato di controllo, organo preposto alla tutela del cittadino consumatore.

Il comitato, infatti, in seguito alle numerose segnalazioni, ha esaminato e emesso un’ingiunzione di desistenza nei confronti di Kimberly-clark S.R.L per la violazione degli articoli 10 e 11.

Secondo l’art.10 la comunicazione commerciale non deve offendere le convenzioni morali, civili e religiose; essa deve rispettare la dignità della persona in tutte le sue forme ed espressioni e deve evitare ogni forma di discriminazione, compresa quella di genere.

Secondo l’art.11 una cura particolare deve essere posta nei messaggi che si rivolgono ai bambini(minori fino a 12 anni) e agli adolescenti; questi messaggi non devono contenere nulla che possa danneggiarli psichicamente, moralmente o fisicamente e inoltre non devono abusare della loro naturale credulità o mancanza di esperienza, o del loro senso di lealtà.

In particolare, questa comunicazione commerciale non deve indurre a: violare norme di comportamento sociale generalmente accettate, ritenere che il mancato possesso del prodotto oggetto della comunicazione significhi inferiorità, compiere azioni o esporsi a situazioni pericolose, sminuire il ruolo dei genitori o di altri educatori nel fornire valide indicazioni dietetiche, adottare l’abitudine a comportamenti alimentari non equilibrati, o trascurare l’esigenza di seguire uno stile di vita sano, sollecitare altre persone all’acquisto del prodotto oggetto della comunicazione.

Continua a leggere su http://ilreferendum.it/2015/06/23/pubblicita-huggies-bimba-e-bimbo-il-comitato-no-alla-diffusione-e-discriminatoria/