Lettera all’ordine dei giornalisti

Le attiviste di Rebel Network, hanno scritto una lettera all’ordine dei giornalisti a cui tutt* possiamo aderire.

 

“Le Attiviste di Rebel Network, chiedono all’Ordine Nazionale dei Giornalisti di intervenire con una potente azione di moral suasion affinché nel dare le notizie relative ai femminicidi si abbandonino espressioni fuorvianti e sminuenti della gravità del reato quali “delitto passionale”, “raptus”, “pista sentimentale”, “gelosia”. Questa terminologia induce di fatto a giustificare azioni criminali e violenze reiterate, non solo ostacolando il superamento di una cultura misogina ma rendendosene inconsapevolmente complice. Chiediamo inoltre che l’Ordine inserisca tra i suoi obiettivi prioritari del 2017 la scrittura e ratifica di una “Carta del Rispetto della dignità delle donne”. Una carta che sappia, come la “Carta di Treviso” per i minori (si pensi all’ uso del termine “baby-squillo”), dare indicazioni deontologiche definitive su come rispettare l’immagine e la dignità delle donne. Crediamo che questo documento potrà essere una fondamentale dimostrazione di quanto l’Ordine vorrà contribuire, con tutte le donne e gli uomini di questo Paese, a fare la sua preziosa parte in quel cambiamento culturale necessario e non più rinviabile per contrastare il femminicidio e porre fine alla violenza maschile contro le donne. Rebel Network, con le giornaliste associate, è a disposizione dell’Ordine per eventuali confronti e approfondimenti in merito, nonché per contribuire a giornate formative sul linguaggio e le modalità di comunicazione.”

Per aderire all’appello, inviate una mail a rebelnetworkitaly@gmail.com oppure scrivendo un commento sotto il post su facebook andando al link https://m.facebook.com/rebelntw/photos/a.1855556434674548.1073741829.1854926931404165/1875577132672478/?type=3&_rdr#1876035245960000

 

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#nonunadimeno i media non parlano della manifestazione che ha portato a Roma duecentomila persone

Il comunicato di “NonUnaDiMeno”

Ieri a Roma una manifestazione di almeno 200 mila persone condotta dalle donne, potente e bella come una marea, ha detto all’opinione pubblica di questo Paese che la violenza maschile deve finire perché rovina e spegne le nostre vite, e che le femministe hanno la competenza, il metodo e l’esperienza per sapere quali misure adottare e quali interventi. Oggi discuteremo in migliaia alla Università di Roma un piano d’azione nazionale femminista contro la violenza maschile che sia utile ed efficace. Quando sarà pronto chiederemo con tutte le nostre forze che venga adottato. Ma nelle edizioni della sera i maggiori telegiornali hanno fatto scomparire la notizia. Il TgUno, che appena il 25 novembre condannava la violenza sulle donne, ieri sera ha intervistato solo la Ministra Boschi e poi, come per caso, è stata data la notizia che migliaia di donne avevano sfilato a Roma per dire no alla violenza. RaiDue ha mostrato un papà con un bambino sullo sfondo del Colosseo e della manifestazione, sembrava una festa per famiglie. La7 non si è accorta di niente. E allora si pone un problema di democrazia e rispetto delle leggi.

Non accettiamo più che i governi non agiscano da subito per contrastare il femminicidio, che si chiudano i Centri Antiviolenza, che non si faccia prevenzione, educazione, formazione. Volete un’altra manifestazione, più grande? Noi abbiamo le ragioni urgenti, l’energia e la rabbia per farla.

(Fonte: Facebook)

 

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Secondo lo spot Rai, le donne sono predestinate a subire violenza

In occasione della giornata contro la violenza sulle donne del 25 Novembre solitamente si scatena la pericolosa retorica delle campagne istituzionali. Purtroppo anche quest’anno è accaduto. La spot realizzato dalla rai vede come protagonisti bambini e bambine. Tra quest* c’è chi da grande vorrebbe fare la veterinaria, chi il maestro di sci, chi la stilista e chi: “quando sarò grande andrò in ospedale perchè mio marito mi picchia”.

Cosa ci dice questo spot? Che la bambina da grande verrà picchiata, che questo è il suo destino, che così è scritto. E se è scritto nè io, nè lei, nè chi la picchierà potremmo farci niente, potremmo evitarlo. Questa campagna non solo ci dice che le donne sono destinate a subire violenza, ma che gli uomini sono condannati ad agirla. Violenza come destino sia per chi la subisce sia per chi la esercita.

Questa comunicazione è fortemente sbagliata, fuorviante e pericolosa, non solo perchè nasconde le ragioni profonde e strutturali della violenza di genere contro le donne, ma anche perchè delegittima qualsiasi forma di azione/prevenzione per rendere possibile il cambiamento. Perchè se è scritto nei geni, nella biologia, nelle stelle allora non puoi far nulla per cambiare.

Ma non è così. La violenza contro le donne ha una sua specificità, ha motivazioni sociali, culturali, economiche, è profonda, è radicata, non è solo quella esposta, quella dell’occhio nero, è quella verbale, psicologica, economica. La violenza non è un destino, proprio per questo possiamo prevenirla, agendo sulle cause. Questo spot raccontandoci una bugia, presentando alle donne la violenza come loro destino di genere, le condanna alla passività, all’accettazione rassegnata.

La campagna istituzionale della RAI ha giustamente suscitato lo sdegno di tanti e tante. La richesta di ritiro è arrivata da Lea Melandi e altri spazi e realtà femministe. C’è anche una petizione. Perchè in questo caso si tratta veramente di rovinare il lavoro preziosissimo di tante donne che si impegnano quotidianamente contro la violenza e che dovrebbero essere interprellate prima di realizzare queste campagne.

Non vogliamo più vedere questo tipo di rappresentazioni. Alimentano proprio quella violenza che dicono di voler combattere. Vogliamo narrazioni e linguaggi diversi. E’ possibile realizzarli. Un esempio bellissimo è la campagna grafica di Chayn Italia #cambiamoilfinale.

Non vogliamo essere rappresentate sempre e solo come vittime, perchè la violenza non è il nostro destino, non siamo come ci rappresentano e pretendiamo che le cose cambino.

Di Enrica

(Fonte: NarrAzioni Differenti)

 

Donna curda uccisa, e sui giornali la chiamano Jolie

“Siria, uccisa in battaglia l’Angelina Jolie del Kurdistan”. Questo è il titolo con cui danno la notizia della morte di Asia Ramazan Antar (conosciuta anche come Viyan Qamışlo e dal 2014 combattente contro l’Isis con il gruppo curdo Ypj), tantissimi quotidiani italiani, inclusa La Repubblica. Anche giornali stranieri autorevoli, come The Independent, hanno fatto riferimento nei titoli e nei testi a questa somiglianza, come se fosse indispensabile. Il nome della donna, in molti di questi titoli, non viene citato ma viene sostituito con quello di una attrice. Ecco che nuovamente la più o meno bellezza femminile sostituisce le reali qualità della persona, come nel caso delle arciere campionesse olimpiche che sono diventate, su una testata, delle “cicciottelle”. E’ morta una donna, una combattente, una ragazza coraggiosa o forse semplicemente costretta dagli eventi e da una storia che non le ha risparmiato nulla a imbracciare le armi per difendere se stessa e il suo popolo da uno spietato invasore. E’ morta una delle tante martiri di questa guerra per la libertà che ormai dura da troppi anni. E’ morta una partigiana. Per i giornalisti, che hanno cancellato l’identità di questa giovane, è invece morta una bella ragazza che secondo loro assomiglia ad Angelina Jolie. (dall’articolo di Claudia Sarritzu)

 

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Attacco sessista contro l’arbitra che sospende la partita

«Arbitro, vai a lavare i piatti!»: il grido di un tifoso contro la giudice di gara ha provocato la sospensione immediata della partita fra Ue Valls e Cambrils Uniò della seconda divisione regionale catalana.L’arbitra, Marta Galego, ha immediatamente applicato la direttiva della Federazione calcio spagnola contro le offese di carattere sessista. Ha fischiato per fermare i giocatori ed ha chiesto al delegato della squadra locale, l’Ue Valls, di intervenire. Il tifoso maleducoto e “machista” è stato espulso dallo stadio. Dopo qualche minuto il gioco è ripreso, racconta El Mundo online, mentre il pubblico copriva l’arbitra di applausi.

L’arbitra ha detto la sua su Màs Vale Tarde: «Il pubblico ha sostenuto me».

(Fonte: Il Messaggero)
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E meno male che quelli sessisti erano gli uomini

Le donne italiane, pensate un po’, sono più sessiste degli uomini. A dirlo è un’indagine antropologicasull’identità di genere condotta per il sesto osservatorio Cera di Cupra da Eikon Strategic Consulting.

L’indagine, attraverso il metodo della narrazione, ha chiesto al campione di immaginare una storia con protagonisti un uomo e una donna che vivono fasi tipiche della vita personale e professionale.

La professione immaginata più spesso per la donna è l’impiegata o l’insegnante mentre molto basse sono le percentuali con cui entrambi i sessi indicano un lavoro meno tradizionale, come l’imprenditrice, il medico o l’informatica. Il desiderio del matrimonio è attribuito alla donna dalla grande maggioranza del campione sia maschile (52,8%) sia femminile (43,4%), mentre all’uomo si attribuisce maggiormente il desiderio di convivere.

Nella conduzione della vita domestica, c’è apertura a ruoli più simmetrici nella coppia: tranne che per lo stirare che è una peculiarità femminile (sia per il campione maschile 69,5%, che ancor più per quello femminile con il 76,5%), uomo e donna collaborano per la maggioranza del campione maschile e femminile. L’opzione che sia l’uomo a fare da solo però, raccoglie percentuali molto basse, quelle del campione femminile addirittura più basse di quello maschile.

Ma è sulla gestione dei figli che lo stereotipo di genere emerge in tutta la sua forza: di fronte alla scelta di come affrontare l’arrivo di due gemelli, solo il 6% del campione femminile ipotizza che possa essere l’uomo a prendersi una pausa lavorativa per seguirli, a fronte del 14,3% del campione maschile. Che sia la donna a restare a casa con i bambini è la risposta indicata dalla maggioranza del campione, ma più dalle donne (41,2%) che dagli uomini (36,1%).

(Stiamo inguaiati!)

(Fonte: l’huffington Post)

 

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Definisce le atlete “cicciottelle”: licenziato direttore QS

L’infelice titolo di ieri comparso sul Quotidiano Sportivo, del gruppo de Il Resto del Carlino, “Il trio delle cicciottelle è costato caro al direttore del quotidiano, Giuseppe Tassi: licenziato oggi dall’editore Andrea Riffeser Monti. L’articolo si riferiva alla sconfitta contro la Russia delle azzurre Guendalina Sartori, Lucilla Boari e Claudia Mandia, le quali hanno concluso la gara a squadre ai Giochi Olimpici di Rio con un quarto posto.

L’editore Riffeser Monti “si scusa con le atlete olimpiche del tiro con l’arco e con i lettori del Qs Quotidiano Sportivo, per il titolo comparso sulle proprie testate relativo alla bellissima finale per il bronzo persa con Taipei” come comunica una nota del direttore personale e organizzazione della Poligrafici Editoriale S.p.a. e per questo ha deciso “di “sollevare dall’incarico, con effetto immediato, il Direttore del QS Giuseppe Tassi”. La decisione fa seguito alle proteste sui social e alla lettera del presidente della Federazione Italiana Tiro con l’Arco, Mario Scarzella, al direttore de ‘Il Resto del Carlino Giuseppe Tassi. “Dopo le lacrime che queste ragazze hanno versato per tutta la notte, questa mattina, invece di trovare il sostegno della stampa italiana per un’impresa sfiorata, hanno dovuto subire anche questa umiliazione” aveva scritto Scarzella.

Giuseppe Tassi si era scusato ieri per quanto accaduto, sostenendo che la sua intenzione non era quella di offendere. Scuse che non avevano convinto gli utenti sui social, scatenandone ancora di più l’indignazione.

(Fonte: Il Fatto Quotidiano)

 

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Punti di vista

il ricciocorno schiattoso

empatia

Quando si analizza un testo è molto importante stabilire da quale punto di vista sono presentati i fatti. Parlare di “punto di vista” significa individuare la persona – che può essere interna o esterna alla vicenda – che vede, pensa, giudica gli eventi narrati.

Si parla di “focalizzazione interna” quando il narratore assume il punto di vista di un determinato personaggio: gli eventi sono descritti attraverso ciò che quel personaggio vede e sente e sue sono le riflessioni su ciò che accade.

Ieri discutevamo su Facebook di un articolo pubblicato su Vanity Fair: Avvelena la compagna incinta perché «temeva che il figlio non fosse sano».

Sin dal titolo, la scelta di chi scrive è di assumere il punto di vista del reo confesso: oltre ad essere il soggetto attivo delle azioni compiute (“avvelena la compagna incinta”) sono sempre e solo suoi i pensieri e i sentimenti narrati:

temeva che…

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Il sessismo che diaga sempre più

Direi che andiamo sempre “meglio”!

il ricciocorno schiattoso

Epicuro, Lettera a Meneceo: «La saggezza è il massimo bene ed il principio di tutte queste cose. Per questo motivo la saggezza è anche più apprezzabile della filosofia stessa, e da essa vengono tutte le altre virtù. Essa insegna che non ci può essere vita felice se non è anche saggia, bella e giusta; e non v’è vita saggia, bella e giusta che non sia anche felice.»

Palermo_Sfincione_2

Poco tempo fa una mia lettrice ha attirato la mia attenzione su questa recensione:

Donne, mafia e sfincione una vita “Appalermo”

nella quale, a proposito del primo romanzo di Carlo Loforti, classe ’87 nonché finalista alla XXVIII edizione del premio Italo Calvino, leggiamo:

Considerare questo romanzo solo un divertissement condito di colore locale sarebbe un errore. Loforti, infatti, riallacciandosi a una tradizione di scrittura maschile[nota: i famosi scrittori che scrivono col pene?] in grado di imparentarlo all’umorismo di Nick Hornby più che…

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A lezione di #GiornalismoDifferente parte2

Jessica Valenti ha scritto per The Nation un pezzo in cui spiega come, in un articolo di giornale, bisogna parlare di violenza sessuale. E Maria G. Di Rienzo ha tradotto l’articolo:

 

“Le femministe passano un bel po’ di tempo invitando giornalisti e media a verificare il modo in cui riportano gli stupri, e per ottime ragioni. Il biasimo per le vittime è prominente nei titoli e nelle notizie di cronaca, l’aggressione sessuale è spesso mal nominata e mal caratterizzata, e il comportamento delle donne è più scandagliato dei crimini degli stupratori. Le persone che fanno i media sono persone intelligenti e interessanti che – come tutti – commettono degli errori. Ma anche gli errori in buona fede causano danno. Perciò, per quegli scrittori, editori, produttori e intellettuali che vogliono riportare storie di aggressione sessuale in modo corretto ed accurato, qui ci sono alcuni suggerimenti:

Quando un adulto è accusato di aver assalito un minore, o quando qualcuno è accusato di aver assalito una persona priva di sensi, non riferitevi al crimine come a “sesso con una bambina” o “sesso con una persona inconscia”. Chiamatelo stupro, perché questo è. Il “sesso” con una persona che non può dare il suo consenso per età, coscienza o capacità non è sesso, è sempre stupro.

Se vi accorgete di star scrivendo o correggendo un periodo che descrive ciò che la vittima di stupro indossava, com’era truccata o il fatto che sembrava “più vecchia della sua età”, fermatevi. Tagliate via. Bruciate tutto. A meno che non sia di importanza diretta, come nel caso italiano tristemente famoso dei jeans (1999) dove le critiche ai commenti del giudice sugli abiti sono chiamate in causa, non è solo inutile, è dannoso. Le vittime di violenza sessuale sono già biasimate abbastanza, nella nostra cultura, senza bisogno che i media perpetuino la bugia secondo cui il loro comportamento ha qualche responsabilità della violenza perpetrata contro di esse.

Se la vittima di cui state parlando viene da una comunità marginalizzata – se è queer, trans, povera, migrante, di colore, lavoratrice del sesso – fate ancora più attenzione a che i perniciosi stereotipi che circondano la tale comunità non abbiano impatto sul vostro pezzo. Fate collegamenti più ampi: comunità diverse hanno differenti e sproporzionati tassi di violenza agita contro di loro. Intervistate persone che sono esperte di questo. Includete informazioni ed esperienze dalle organizzazioni che lavorano all’interno di queste comunità.

Se vi state occupando di una storia che esplora le ragioni per cui lo stupro accade, concentratevi sul comportamento del perpetratore, non della vittima. Perché nonostante quel che scrive Emily Yoffe (citata in The Nation, “What we talk when we talk about rape” – vedi nota a piè di pagina), il comune denominatore nella maggior parte degli stupri non sono giovani donne che bevono, il comune denominatore sono gli stupratori.

E’ nostra responsabilità come giornalisti assicurarci che stiamo riportando le storie di aggressione sessuale con verità, cura, e in un modo che non renda il paese un posto sicuro per gli stupratori. Non siamo solo gente che fa i media, diamo anche forma alla cultura. E allora facciamone una più sicura e giusta per le ragazze, le donne e tutte le sopravvissute e i sopravvissuti alla violenza sessuale.”

(Fonte: lunanuvola.wordpress.com)