Nasce la collana “Italiane”

La patriota, la scrittrice premio Nobel per la letteratura, la prima presidente della Camera dei Deputati. Donne che hanno fatto la storia: donne che qualche volta nei libri di storia sono rimaste fuori dai primi piani. Nell’anno del suo cinquantesimo anniversario, la Pacini Fazzi Editore di Lucca, fondata da Maria Pacini Fazzi nel 1966, si fa un regalo e lo fa ai suoi lettori con una collana dedicata alle donne che hanno fatto la storia.
A dirigere le “Italiane” sarà la giornalista Nadia Verdile, docente e collaboratrice del Il Mattino. I primi tre libri sono dedicati a Cristina Trivulzio, Grazia Deledda, Nilde Iotti. Tre donne simbolo raccontate da tre specialiste: la stessa Verdile, Neria de Giovanni, Luisa Cavaliere. «Il progetto – spiega Verdile, direttrice della Collana – ha l’obiettivo di portare la storia delle donne fuori dagli ambienti di settore e raggiungere quelle fasce di lettrici e lettori che spesso restano esclusi dai circuiti anche per i costi dei libri.
Piccolo, formato, piccolo prezzo, grande rigore scientifico. Quelle che racconteremo saranno storie di donne che hanno lasciato impronte su sentieri di vita dove la consuetudine e il pregiudizio hanno cancellato, come onde, la loro presenza». Una collana che vuole imporsi per cura dei testi, precisione di scrittura ma anche agilità (piccolo formato e piccolo prezzo, solo sei euro) per far decollare questo marzo 2016 all’insegna non di una generica celebrazione del femminile ma della divulgazione e della conoscenza. «Abbiamo scelto di celebrare il cinquantesimo di fondazione della Maria Pacini Fazzi editore, casa editrice che ha iniziato la propria attività nel gennaio del 1966 – afferma la fondatrice e titolare Maria Pacini Fazzi – guardando avanti e parlando da donne alle donne. Perché crediamo che ancora oggi siano tante le figure femminili da riscoprire e questa collana intende accoglierle tutte. Artiste, giornaliste, scrittrici, scienziate, politiche, per un’Italia al femminile che ha molto da insegnare. Noi con questa collana vogliamo continuare a guardare avanti, al mondo del libro e della cultura con fiducia e attenzione alle esigenze dei lettori e del mercato che oggi chiede concretezza, professionalità, competenza».
Domani la presentazione in anteprima nazionale nella Sala Aldo Moro della Camera dei Deputati, con Massimo Bray, direttore dell’Enciclopedia Treccani, il giornalista Gad Lerner e Sarina
Biraghi, codirettrice de Il Tempo. I saluti istituzionali saranno portati dalla vicepresidente della Camera, Marina Sereni. Il 4 marzo la presentazione a Caserta (Palazzo della Provincia in collaborazione con la Società dei francesisti) affidata alla giornalista Ritanna Armeni per poi proseguire con numerosi appuntamenti a Firenze, Isernia, Milano, Alghero, Lucca, sede della Maria Pacini Fazzi editore.

Di Laura Cesarano

(Fonte: Il Mattino)

 

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Suffragette, dal 3 marzo al cinema

Giusto in tempo per le celebrazioni dell’8 marzo – e dei 70 anni del voto alle donne in Italia – esce nelle sale italiane l’atteso film Suffragette (già uscito nel Regno Unito), diretto dalla regista Sarah Gavron e scritto dalla sceneggiatrice Abi Morgan, sugli anni caldi della lotta per l’emancipazione femminile che portò le donne alla conquista del voto nel Regno Unito ed aprì la strada al conseguimento di molte altre mete.

Il movimento delle Suffragette (da ‘suffragio’, come diritto a votare), già iniziato nella seconda metà dell’Ottocento, trovò infatti compimento nei primi del Novecento, alla vigilia della Grande Guerra, con il Women’s Social and Political Union, fondato da Emmeline Pankhurst nell’epoca dell’industrializzazione che aveva cambiato la vita delle donne. Il programma delle Suffragette prevedeva il raggiungimento della parità non solo politica ma anche giuridica, economica e relativa ai diritti civili, come ad esempio l’insegnamento nelle scuole superiori. Il movimento, con slogan quali ‘Votes for women’ e ‘Noi non siamo contro la legge! Noi vogliamo fare la legge!’, mise in campo numerose azioni dimostrative (comizi, cartelloni di protesta, scritte sui muri, attiviste incatenate alle ringhiere, incendi di cassette postali, danneggiamenti a finestre e bombe contro edifici) opponendosi anche fisicamente alla polizia. Molte suffragette, in lotta per la causa, finirono in carcere (dove alcune iniziarono scioperi della fame, prima fra tutte Marion Dunlop), furono vittime di violenza o persero tutto: lavoro, famiglia, figli ed anche la vita (come Emily Davison, morta nei disordini al Derby di Epsom del 1913 – sulle immagini del suo funerale si chiude il film – evento che meritò un’edizione speciale del quotidiano The Suffragette).

Nel film, la figura di Emmeline Pankhurst è interpretata dalla grande attrice evergreen Meryl Streep, bravissime anche Carey Mulligan, (vincitrice del BAFTA) nel ruolo dell’operaia vittima di molestie Maud Watts ed Helena Bonham Carter in quello di Edith Garrud, che organizzò per le donne corsi di autodifesa, jiu-jitsu suffragettes, contro la polizia. La forza del film è nella descrizione vibrante delle donne comuni, delle operaie, che diventano militanti, e della loro rabbia e violenza per gridare al mondo: noi ci siamo e vogliamo la parità. Ancora oggi nel mondo tante donne dovrebbero far sentire questo grido.

Di Elisabetta Colla

(Fonte: www.noidonne.org)

 

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Quando il coraggio è donna si chiama Federica Sciarelli

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C’è una giornalista professionale, coraggiosa, umana e battagliera; ha collezionato moltissime querele da persone a cui lei “calpestava” i piedi, ma nonostante questo, è andata avanti senza fermarsi mai. È Federica Sciarelli.

Ho iniziato a guardare chi l’ha visto? Dopo il ritrovamento dei resti della “mia” Elisa( Elisa Claps), e mi sono letteralmente “innamorata” di Federica; 2 cose di lei mi colpirono: la grande umanità con cui affrontava i casi e il piglio energico con cui chiedeva la verità per ognuno di quei casi.

Ieri Chi l’ha visto? Programma che conduce da quasi 12 anni, è stato il programma più visto della prima serata. E una giornalista di Repubblica ha intervistato Federica e io la pubblico anche qui.

 

FELPA, jeans e passo atletico. “Certe volte mi riconoscono dalla voce: allora è proprio lei, è la conduttrice di Rai Tre…”. Federica Sciarelli inizia la giornata al parco col cane, poi corre in redazione. Chi l’ha visto? non è solo un programma, è la sua vita, una missione o meglio una passione. “Perché ti porti le storie a casa, non c’è niente da fare. Ma poter fare qualcosa è bellissimo, non molliamo mai”. Mercoledì grazie al programma (nato nel 1989 nella terza rete diretta da Angelo Guglielmi, con Blob e Un giorno in pretura è il più longevo), RaiTre è diventata la prima rete italiana. Ha battuto RaiUno, Rai-Due, Canale 5. Quasi 3 milioni 600mila spettatori (16.55% di share), con punte di 5 milioni e il 19%, per seguire il romanzo nero di Gabriele Defilippi e le altre storie. “Il romanzo della realtà è più forte di qualsiasi fiction” dice la Sciarelli “la verità vince su tutto. Le famiglie chiedono di sapere com’è andata, vogliono un corpo e avere giustizia”. Famiglia napoletana, padre avvocato dello Stato come il nonno, zii magistrati, Federica conduce il programma da undici anni; regina degli ascolti è rimasta un’interna Rai, con la qualifica di caporedattore. “Le pare che una giornalista si prende l’agente? Non faccio mica la soubrette”.

Federica, perché “Chi l’ha visto” ha conquistato gli italiani?

“È sempre stato un programma importante ma dopo il ritrovamento di Elisa Claps nella chiesa, è come se il pubblico si fosse detto: non dicono cavolate. Lo sentivo che Danilo Restivo andava fermato, prima ancora che venisse indagato. Se Elisa fosse stata trovata alla Bahamas avrei lasciato”. Lo ha detto pure per il caso Ragusa.

“Certo. Sulle donne sparite che hanno figli non ho dubbi: una mamma non se ne va. Non dite che Roberta è scomparsa volontariamente perché non ci credo. Se torna mollo Chi l’ha visto?, vorrebbe dire che non capisco niente”. Mercoledì RaiTre è salita sul podio dell’Auditel con una puntata piena di donne uccise.

“Le donne si fidano. La professoressa Rosboch poteva essere una nostra insegnante: una donna perbene che si è fidata. Il bisogno d’amore fa il resto”.

Come si costruisce una community?

“Sulla fiducia. La gente non si fida dei politici, non si fida di nessuno, ma crede in noi: “Andate avanti così, cercate la verità”. Questo gratifica e leva il sonno. Ho una squadra fantastica: facciamo vero servizio pubblico”. Che ha capito dopo tanti casi?

“Che Chi l’ha visto? è l’Italia. Raccontiamo la realtà con le interviste senza esperti che dicono la loro: non ci sono chiacchiere ma solo le storie”.

Come ha iniziato?

“Non pensavo di fare la giornalista. La Rai organizzò un concorso, lo vinsi e mi mandarono al Tg1, con me c’erano Enrico Mentana e Vincenzo Mollica alla redazione Esteri. Periodo fantastico. Ma noi trenta borsisti eravamo tutti di sinistra, e eravamo visti male. Non ci assunsero. Amara delusione”.

Quindi?

“Faccio un altro concorso e vado a lavorare all’Ufficio informazioni parlamentare del Senato. Facevo ricerche: passavo dall’entrata di servizio, non mettevo il tailleur e guadagnavo”.

E poi cos’è successo?

“Angelo Figorilli mi avvisa che in Rai si è sbloccata la situazione. Mi licenzio, in Senato erano basiti: non si era mai licenziato nessuno. Finisco al Tg3 di Sandro Curzi, 15 anni bellissimi”.

Dal Tg3 è passata alla rete. Cosa le dà “Chi l’ha visto?”?

“A parte il dolore, il privilegio di aiutare facendo un lavoro che ami. Sapere che c’è un paese pronto a collaborare per fare giustizia ti rincuora”.

La storia che si porta dentro?

“Gli anziani ti toccano il cuore. Mi colpì l’addio della signora Margherita: vanno a casa, la imbrogliano e la derubano. Lascia un biglietto sul comò: “C’è

l’orologio da aggiustare, la busta col resto della pensione è nel cassetto. Vado a fare un bagno nel Tevere”. Chi l’ha imbrogliata ha sulla coscienza la sua morte. Il fiume ha restituito il corpo”.”

L’articolo di Repubblica non lo dice, ma Federica fu nominata cavaliere della Repubblica dal presidente Cossiga.

 

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“Ida Magli ci ha insegnato a saper vedere” – Il ricordo di Isabella Moroni

Le Donne Visibili

Ida Magli

Ida Magli l’ho conosciuta in uno dei periodi più duri per l’Italia. Anni di stragi e di vuoto della politica. Fuori c’era paura, ma una paura diversa da quella “guidata” di oggi: i media non arrivavano così capillarmente, c’erano le radio libere a riequilibrare l’informazione e le persone che non sapevano cosa dire, tacevano.

Questo accadeva fuori, ma quando si entrava nell’Aula 1 di Lettere all’Università “La Sapienza” di Roma, all’ora della lezione di Ida Magli, tutto svaniva. Entravamo, infatti, in un mondo di scoperte, di stupori, di “pugni nello stomaco”, di “rivoluzione”.

E non quella rivoluzione fatta di guerra (il più delle volte condivisibile) che ci attendeva fuori, ma una rivoluzione che intuivamo essere l’unica che avrebbe portato ad un vero cambiamento; una rivoluzione fatta di conoscenza, ma soprattutto di possibilità di concepire il pensiero in maniera completamente diversa. Nuove categorie mentali, scoperta degli stereotipi, delle contraddizioni, tracciati di libertà…

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La filosofia è donna

La vecchia affermazione filosofica per cui l’uomo è capace di pensare l’infinito mentre la donna dà senso al finito, può essere letta in tanti modi: per esempio che siccome l’uomo non sa fare i bambini, si consola coi paradossi di Zenone. Ma sulla base di affermazioni del genere si è diffusa l’idea che la storia (almeno sino al Ventesimo secolo) ci abbia fatto conoscere grandi poetesse e narratrici grandissime, e scienziate in varie discipline, ma non donne filosofe e donne matematiche. Su distorsioni del genere si è fondata a lungo la persuasione che le donne non fossero portate alla pittura, tranne le solite Rosalba Carriera o Artemisia Gentileschi. È naturale che, sino a che la pittura era affresco di chiese, montare su un’impalcatura con la gonna non era cosa decente, né era mestiere da donna dirigere una bottega con 30 apprendisti, ma appena si è potuta fare pittura da cavalletto le donne pittrici sono spuntate fuori. Un poco come dire che gli ebrei sono stati grandi in tante arti ma non nella pittura, sino a che non si è fatto vivo Chagall. È vero che la loro cultura era eminentemente auditiva e non visiva, e che la divinità non doveva essere rappresentata per immagini, ma c’è una produzione visiva di indubbio interesse in molti manoscritti ebraici. Il problema è che era difficile, nei secoli in cui le arti figurative erano nelle mani della Chiesa, che un ebreo fosse incoraggiato a dipingere madonne e crocifissioni, e sarebbe come stupirsi che nessun ebreo sia diventato papa. Le cronache dell’Università di Bologna citano professoresse come Bettisia Gozzadini e Novella d’Andrea, così bella che doveva tenere lezione dietro un velo per non turbare gli studenti, ma non insegnavano filosofia. Nei manuali di filosofia non incontriamo donne che insegnassero dialettica o teologia. Eloisa, brillantissima e infelice studente di Abelardo, aveva dovuto accontentarsi di divenire badessa. Ma il problema delle badesse non è da prendere sottogamba, e vi ha dedicato molte pagine una donna-filosofo dei nostri tempi come Maria Teresa Fumagalli. Una badessa era un’autorità spirituale, organizzativa e politica e svolgeva funzioni intellettuali importanti nella società medievale. Un buon manuale di filosofia deve annoverare tra i protagonisti della storia del pensiero grandi mistiche come Caterina da Siena, per non dire di Ildegarda di Bingen che, quanto a visioni metafisiche e a prospettive sull’infinito, ci dà del filo da torcere ancora oggi. L’obiezione che la mistica non sia filosofia non tiene, perché le storie della filosofia riservano spazio a grandi mistici come Suso, Tauler o Eckhart. E dire che in gran parte la mistica femminile dava maggior risalto al corpo che non alle idee astratte sarebbe come dire che dai manuali di filosofia deve scomparire, che so, Merleau-Ponty. Le femministe hanno da tempo eletto a loro eroina Ipazia che, ad Alessandria, nel quinto secolo, era maestra di filosofia platonica e di alta matematica. Ipazia è diventata un simbolo, ma purtroppo delle sue opere è rimasta solo la leggenda, perché sono andate perdute, e perduta è andata lei, fatta letteralmente a pezzi da una turba di cristiani inferociti, secondo alcuni storici sobillati dal quel Cirillo di Alessandria che, anche se non per questo, è stato poi fatto santo. Ma c’era solo Ipazia? Meno di un mese fa è stato pubblicato in Francia (da Arléa) un librettino, ‘Histoire des femmes philosophes‘. Se ci si chiede chi sia l’autore, Gilles Ménage, si scopre che viveva nel diciassettesimo secolo, era un latinista precettore di Madame de Sévigné e di Madame de Lafayette e il suo libro, apparso nel 1690, s’intitolava ‘Mulierum philosopharum historia’. Altro che la sola Ipazia: anche se dedicato principalmente all’età classica, il libro di Ménage ci presenta una serie di figure appassionanti, Diotima la socratica, Arete la cirenaica, Nicarete la megarica, Iparchia la cinica, Teodora la peripatetica (nel senso filosofico del termine), Leonzia l’epicurea, Temistoclea la pitagorica, e Ménage, sfogliando i testi antichi e le opere dei padri della chiesa, ne aveva trovate citate ben sessantacinque, anche se aveva inteso l’idea di filosofia in senso abbastanza lato. Se si calcola che nella società greca la donna era confinata tra le mura domestiche, che i filosofi piuttosto che con fanciulle preferivano intrattenersi coi giovinetti, e che per godere di pubblica notorietà la donna doveva essere una cortigiana, si capisce lo sforzo che debbono avere fatto queste pensatrici per potersi affermare. D’altra parte, come cortigiana, per quanto di qualità, viene ancora ricordata Aspasia, dimenticando che era versata in retorica e filosofia, e che (teste Plutarco) Socrate la frequentava con interesse. Sono andato a sfogliare almeno tre enciclopedie filosofiche odierne e di questi nomi (tranne Ipazia) non ho trovato traccia. Non è che non siano esistite donne che filosofassero. È che i filosofi hanno preferito dimenticarle, magari dopo essersi appropriati delle loro idee.

l’articolo è una“Bustina di Minerva” tratta dal settimanale L’espresso, 2004 di Umberto Eco

(Fonte: università delle donne)

 

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Tra le dieci migliori insegnanti del mondo c’è anche una palestinese

Hanan al-Hroub, originaria del campo profughi di Deisha (Betlemme), è stata scelta dalla Varkey Foundation, una delle più importanti organizzazioni internazionali di educazione e formazione dei docenti, tra 8.000 insegnanti di tutto il mondo.

I nomi dei finalisti sono stati annunciati oggi tramite un messaggio video dell’astrofisico britannico Stephen Hawkings, uno dei padrini illustri del premio. Le motivazioni per la scelta della docente palestinese – riferiscono i media locali – riguardano il suo particolare metodo di insegnamento “focalizzato sulla non violenza, l’insegnamento attraverso il gioco e il metodo di relazione con gli studenti con problemi di comportamento originati dalle violenze a cui sono soggetti a causa dell’occupazione israeliana”. La novità e il successo dell’approccio di al-Hroub, come lei stessa ha spiegato, sono la diretta conseguenza dell’esperienza personale dell’insegnante.

“Sono nata in un contesto in cui la violenza era ed è all’ordine del giorno, e ho dovuto crescere in fretta”, ha raccontato in un video ripreso dall’agenzia Maan l’insegnante parlando del trauma subito dai suoi figli quando videro il padre colpito dal fuoco dell’esercito mentre tornavano da scuola. “Lo shock subito – ha spiegato – condizionò pesantemente il comportamento, la personalità e i voti dei miei figli”. Non sentendosi aiutata da nessuno, tantomeno dagli insegnanti, la giovane palestinese ha deciso di inventare nuovi metodi di apprendimento attraverso il gioco, coinvolgendo anche i figli dei vicini. “Poco dopo aver iniziato queste attività – ha spiegato – ho riscontrato netti miglioramenti nei miei figli: cresceva la sicurezza in loro stessi e miglioravano anche i voti a scuola. Per questo decisi di cambiare il mio indirizzo di laurea e diventare un’insegnante”.

Le violenze cui sono soggetti i bambini palestinesi, secondo al-Hroub, non sono solo fisiche, “molti bambini subiscono violenze psicologiche non apparenti, sono inseriti in un ambiente aggressivo, ricevendo input negativi anche dalle immagini che riportano i media: per questo mi sono focalizzata sull’approccio non violento per la risoluzione dei conflitti personali”. Il trionfo dell’insegnante è stato definito dal ministro dell’Educazione dell’Autorità nazionale palestinese Sabri Saidam “un successo per la Palestina e gli insegnati palestinesi”.

(Fonte: www.globalist.it)

 

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La storia di Masika, che in Congo aiutava le vittime di stupro

Masika ha speso la sua vita ad aiutare le vittime di stupro, come lei. Nel 1998 Masika e le sue figlie adolescenti sono state violentate dai combattenti dei gruppi armati che terrorizzano le popolazioni rurali al confine tra Rwanda, Burungi e Uganda.

Nel 1999 ha fondato un’assocazione per aiutare le donne vittime di violenza. La sede era la sua casa a Buganda, villaggio nella provincia del Sud Kivu, zona di conflitto.

Ascolto, assistenza sanitaria, aiuto per crescere i bambini nati dalle violenze: sono state 6mila le donne assistite da Masika e dalle sue cinquanta – quante sono oggi – case di accoglienza. Masika non si è mai fermata, nonostante abbia vissuto esperienze terribili, come la morte di sua madre che collaborava con l’associazione: rapita, violentata e uccisa.

Una sorte che in Congo tocca quasi a una donna al minuto. Sono 400mila quelle violentate in un anno, una media di 48 all’ora. Il Congo nel 2005 ha firmato la “Convenzione delle Nazioni Unite contro la Tortura” ma non ha mai rispettato gli obblighi, come quello di istituire un organismo nazionale per la prevenzione dei maltrattamenti e la protezione delle vittime.

Nella Repubblica Democratica del Congo lo stupro è usato come arma di guerra e come strumento per mettere a tacere le donne. L’Ong inglese “Freedom from Torture” ha denunciato come siano proprio i funzionari pubblici e i membri delle forze di polizia a perpetrare le violenze sessuali, spesso ripetute e anche di massa per impedire alle donne di occuparsi di diritti umani e politica.

Solo vista nel contesto si capisce la scelta di grande coraggio fatta da Rebecca Masika Katsuva, che ha messo a rischio la propria vita, ogni giorno, per tentare di salvare le vite, e la dignità, di tante altre donne ferite, come lei. Senza mai cedere alla paura e alle minacce.

È morta per un infarto il 2 febbraio scorso.

(Fonte: it.euronews.com)

 

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6 febbraio: giornata contro le mutilazioni genitali femminili

Le mutilazioni genitali femminili (MGF), sono pratiche tradizionali che vengono eseguite principalmente in 28 paesi dell’Africa sub-sahariana, per motivi non terapeutici. Tali pratiche ledono fortemente la salute psichica e fisica di bambine e donne che ne sono sottoposte. L’organizzazione mondiale della sanità ha stimato che sono già state sottoposte alla pratica 130 milioni di donne nel mondo, e che 3 milioni di bambine siano a rischio ogni anno.

L’oms ha inoltre classificato le mutilazioni in 4 tipi differenti, a seconda della gravità degli effetti: l’esportazione della punta della clitoride, l’esportazione completa della clitoride e taglio totale o parziale delle piccole labbra, cucitura della vulva lasciando aperto solo un foro per permettere la fuoriuscita dell’urina e l’ultimo gruppo ppo comprende una serie di interventi di varia natura sui genitali femminili.

Queste pratiche sono eseguite in età differenti a seconda della tradizione. Tutte queste mutilazioni ledono gravemente sia la vita sessuale sia la salute delle donne, ed è a tutela di queste ultime che si adoperano i movimenti per l’emancipazione femminile, soprattutto in Africa.

hanno gravissime conseguenze sul piano psicofisico, sia immediate (con il rischio di emorragie a volte mortali, infezioni, shok), sia a lungo termine( cisti, difficoltà nei rapporti sessuali, rischio di morte nel parto sia per la madre sia per il bambino).

Il 6 febbraio, in tutto il mondo, si celebra la giornata per l’eliminazione di queste orrende pratiche.

(Fonte: Wikipedia)

 

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1 febbraio 1945: il diritto di voto venne esteso anche alle donne

Nel 1945  il Consiglio dei Ministri presieduto da Ivanoe Bonomi riconosce il voto femminile.

il suffragio universale, con Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 23 del 1° febbraio 1945, Estensione alle donne del diritto di voto”.

L’estensione porta la firma di Umberto di Savoia, su proposta di Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi, anche se fu solo un anno più tardi che le donne ebbero la possibilità di essere anche elette, oltre che eleggere. In Italia il percorso che portò all’estensione del voto alle donne cominciò solo all’indomani dell’unificazione, avvenuta nel 1861, e comprendeva le donne che avessero compiuto la maggiore età (all’epoca 21 anni).

La prima occasione di voto sono state le elezioni amministrative fra il marzo e l’aprile del 1946 prima delle votazioni del 2 giugno.

(Fonte: Blog Sicilia)

 

La donna che annulla i matrimoni delle bambine in Malavi

Ha annullato 330 matrimoni tribali di bambini e bambine. Il suo nome è Inkosi Kachindamoto, un’anziana leader tribale che vive nel distretto di Dedza al centro del Malawi, che ha deciso contro le tradizioni più ancestrali del paese di spezzare il vincolo imposto ai bambini con l’obiettivo di incoraggiare le loro famiglie a farli tornare a scuola e a continuare a vivere un’infanzia libera.

In Malawi la legge consente i matrimoni civili solo alle persone maggiorenni. Molte famiglie allora ricorrono ai riti tradizionali per sposare i loro figli. Ma non con l’assenso di Inkosi Kachindamoto che, con un gesto rivoluzionario per un capo tradizionale, ha utilizzato il potere di sciogliere questi tipi di matrimoni disconoscendo le pratiche culturali e religiose che hanno permesso i matrimoni di bambini. Un atto controcorrente che l’ha fatta salire alla ribalta internazionale, con la BBC che l’ha definita una degli eroi del 2015.

«Non voglio che i giovani si sposino prima del tempo – ha detto Kachindamoto -. Devono andare a scuola, nessun bambino dovrebbe essere lasciato a casa a far nulla o costretto a fare le faccende domestiche. L’istruzione offre loro un futuro».

Il matrimonio precoce e la gravidanza rimangono le principali cause di abbandono scolastico. Lasciando la scuola, i giovani non hanno la possibilità di trovare un lavoro e sono esposti a violenze e abusi. Quello dei matrimoni precoci non è un problema solo del Malawi. La povertà è uno dei principali motivi per cui le famiglie scelgono di cedere le bambine. Almeno 20 Paesi africani permettono che queste possano sposarsi prima dei 18 anni, con leggi che prevedono eccezioni in caso di consenso dei genitori.

(Fonte: Corriere della sera)

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