La storia di Simone de Beauvoir, che fu la madre del femminismo

Vediamo chi era Simone De Beauvoir:

 

nacque a Parigi il 9 gennaio 1908 e morì nel 1986. è stata una scrittrice, saggista, filosofa, insegnante e femminista francese. è considerata una delle principali esponenti dell’esistenzialismo e del femminismo, di cui è considerata una delle “madri”, modello d’ispirazione per le future generazioni.

Studiò filosofia alla Sorbona, dove ottenne l’idonietà all’insegnamento riservata ai migliori studenti. All’università incontrò Sartre, che divenne suo compagno per tutta la vita. Nel corso della sua esistenza fu sempre in prima linea per varie cause: dalla Resistenza durante la seconda guerra mondiale, all’aborto e naturalmente al ruolo della donna nella società. Fu anche presidentessa della Lega dei Diritti della Donna.

l’opera più importante scritta da Simone è “Il secondo sesso”, uscita nel 1949. Si tratta di un’analisi dettagliata dell’oppressione del patriarcato nei confronti della donna e diventò uno dei libri “manifesto” del movimento femminista. Secondo la Beauvoir è necessario che la donna sia integrata nella società con gli stessi diritti e doveri dell’uomo, con tutto ciò che ne consegue, dalla uguaglianza del salario, alla possibilità del controllo delle nascite, all’aborto in termini legali e a tutti quei riconoscimenti civili, politici e giuridici che fino a quel momento erano stati appannaggio degli uomini.

Di Chiara

(Fonte: www.pasionaria.it)

 

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La storia di Arianna, che racconta il femminicidio attraverso la fotografia

Rosa è stata strangolata dal marito. Prima di morire raccontava di avere in casa soltanto stoviglie di carta, perché lui era solito spaccare tutto quando si arrabbiava. Rossana è stata assassinata dal fidanzato ventuno anni fa. Lui adesso vive con la sua famiglia che abita non lontano dalla casa della madre di Rossana, che non ha mai ricevuto nessun indennizzo. Cristina, insieme ai suoi due figli, è stata uccisa dal marito, che poi subito dopo è andato in un bar a vedere la finale dei Mondiali. Vanessa è stata uccisa dal fidanzato che ha poi finto di cercarla per due giorni prima di confessare.

Sono solo alcune delle storie raccontate da Arianna Sanesi in “I Would Like You To See Me“, un progetto sui femminicidi in Italia. Il titolo, “Vorrei che tu mi vedessi”, è una frase di una lettera che Roberta Ragusa, sparita nel nulla e mai ritrovata, ha scritto al marito poco tempo prima della sua scomparsa e che ha dato inizio al lavoro di ricerca della fotografa di Prato, che oggi vive negli Stati Uniti. Era da tempo che Arianna Sanesi si interrogava su come affrontare la tematica del femminicidio: “Ero stufa dell’iconografia esistente: un’immagine per tutte, la donna con la mano davanti al volto per proteggersi dai colpi. Ho scelto quindi di utilizzare varie angolazioni, da quella più strettamente documentaria, all’utilizzo di immagini simboliche, da notturni apparentemente anonimi di edifici, still life, ricerche iconografiche su magazines italiani dagli anni cinquanta a oggi. E un paesaggio italiano che grida grandi dichiarazioni d’amore su tutti i muri”.

Arianna Sanesi ha viaggiato da Nord a Sud, incontrando famiglie che avevano perso una figlia, una sorella o una madre. È stata sempre accolta con calore dalle famiglie delle vittime, che non vogliono dimenticare. Ha incontrato le madri, più loquaci e combattive, e i padri, più silenziosi e riflessivi. In ogni casa, racconta la fotografa, si sentiva fortemente la mancanza di un pezzo importante, e ogni dettaglio sussurrava di quel dramma: “Mi interessava sottolineare che il femminicidio con l’amore non ha niente a che fare, nonostante nella cronaca si insista spesso sulla passione, la gelosia, la perdita di controllo. Sono invece convinta che i femminicidi siano legati a una mancata educazione affettiva e a una cultura ancora arretrata sui ruoli e i diritti delle donne, così come degli uomini”.

Attraverso immagini, articoli, oggetti, appunti, suggestioni, “I Would Like You To See Me” (interamente prodotto dal Festival francese Photoreporter en Baie de Saint Brieuc) racconta sussurrando, e con grande profondità, questa Italia puntellata dalla morte di innocenti: “Ogni tre giorni c’è una notizia che annuncia che un’altra donna è stata uccisa. E così la notizia scivola via, mescolata a un’altra notizia di morte”, conclude amaramente la fotografa.

Di Arianna Catania

(Fonte: l’huffington Post)

 

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A guidare la missione su Marte sono due scienziate italiane

Francesca Esposito segue le ultime preparazioni della capsula Schiaparelli che partirà oggi(ieri NDR) e che porterà sul Pianeta Rosso la sua stazione meteorologica, il cui nome, Dreams (sogni) già rispecchia la passione con la quale indaga il corpo celeste. La capsula assomiglia ad un disco volante e mentre scenderà, il 19 ottobre, permetterà ad un’altra scienziata italiana, Francesca Ferri, di sondare le caratteristiche dell’atmosfera. Entrambe guidano un gruppo di scienziati dei paesi europei che partecipano alla spedizione Exomars. È la prima volta che l’agenzia spaziale Esa sbarca sulle sabbie rosse che Giovanni Schiaparelli rese famose grazie alla sua scoperta dall’osservatorio milanese di Brera nel 1877 dei «canali». Non a caso con il suo nome è stata battezzata la missione seguita dal centro di controllo Altec di Torino e la cui realizzazione è merito della determinazione dell’agenzia spaziale italiana Asi che l’ha sostenuta negli anni. Partirà dalla base russa di Baikonur in Kazakistan ancorata alla sonda Tgo che invece resterà in orbita marziana.

La stazione Dreams è l’unico strumento di cui disponga la capsula il cui scopo principale è collaudare le tecnologie dello sbarco: motori, materiali e «cervello» di guida automatica necessari alla successiva spedizione prevista nel 2018. Una volta superato l’impatto, dopo il rallentamento della corsa con paracadute e razzi frenanti, Dreams si accenderà per alcuni giorni (almeno due, dipende delle batterie). Progettata e costruita al Cisas dell’Università di Padova raccoglie i sensori preparati dall’Inghilterra, dalla Francia, dalla Spagna e dalla Finlandia. Nel film The Martian, la tempesta di sabbia costringe l’equipaggio dell’astronave Ares-3 a fuggire rapidamente abbandonando l’astronauta Mark Watney creduto morto. «Hanno esagerato con le raffiche che non raggiungono velocità tanto elevate. Quando soffiano, però, sono pericolose — spiega Francesca Esposito dell’Istituto nazionale di astrofisica di Napoli — perché entrano in azione le polveri il cui movimento nasconde fenomeni ancora sconosciuti. Riteniamo che le loro particelle si carichino elettricamente e anche se non arrivano a provocare dei fulmini generano scariche elettriche continue».

Schiaparelli (costruita a Torino da Thales Alenia Space) quando «ammarterà» nella grande Meridiani Planum si troverà nel pieno della stagione delle tempeste, quindi in condizioni ideali per indagarle. «Dobbiamo scoprire come potrebbero danneggiare gli strumenti delle future astronavi e i sistemi che garantiranno la vita degli esploratori», ricorda Francesca Esposito che invece dei romanzi di fantascienza ama i manuali «perché la scienza marziana è molto più fantastica da scoprire».
Ma proprio mentre Schiaparelli sarà impegnata nel grande tuffo nell’atmosfera alla velocità di 21 mila chilometri orari gli strumenti che controllano la sua traiettoria rileveranno altri dati preziosi che Francesca Ferri del Cisas di Padova utilizzerà per l’esperimento «Amelia» con il quale traccerà un identikit della coltre di anidride carbonica alle varie altezze. «Sono informazioni preziose — nota — per conoscerla meglio e riuscire a sbarcare in sicurezza».
Mentre le due scienziate italiane (quarantenni) saranno indaffarate con i grafici, la sonda madre Tgo ruoterà intorno a Marte cercando di chiarire un altro mistero atmosferico, cioè la presenza del metano che potrebbe essere frutto della geofisica marziana ma anche della presenza di organismi biologici. Capirlo cambierebbe il futuro del pianeta già immaginato come la prossima «casa» del genere umano.

(Fonte: Corriere della Sera)

 

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16 marzo del 2003 Rachel Corrie, una vita per la pace

O capitano! Mio capitano!...

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Tredici anni fa la giovane attivista americana veniva uccisa da una ruspa militare israeliana. La sua morte aprì gli occhi al mondo su una nuova forma di resistenza.

GERUSALEMME

Quel 16 marzo del 2003 le prime immagini da Gaza di Rachel Corrie arrivarono a tarda sera, trasmesse dalle televisioni arabe. Il volto di una ragazza, un corpo senza vita coperto parzialmente da un lenzuolo su di un tavolo di ospedale, un medico che spiegava le cause della morte. Niente di più ma indimenticabili per chi le vide. Immagini che confermarono le notizie che circolavano da ore sull’uccisione a Rafah, sul confine tra Gaza e l’Egitto, di una giovane occidentale, attivista dell’International solidarity movement (Ism), schiacciata da una ruspa militare israeliana mentre si opponeva alla distruzione di una casa.Da due anni e mezzo la cronaca riferiva lo stillicidio quotidiano di vite umane, in gran parte palestinesi ma anche israeliane. Eravamo nel…

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Donne che usano la tecnologia per aiutare altre donne

Iffat Gill di origine pakistana attualmente vive ad Amsterdam, nei Paesi Bassi. Attivista per i diritti umani e imprenditrice in ambito sociale, ha dato vita nel 2011 a un’iniziativa rivolta alle donne affinché abbiano accesso alla tecnologia in ogni parte del mondo. Il progetto si chiama ChunriChoupaal.

Un chunri è una sciarpa dai colori vivaci indossato dalle donne in Asia meridionale, mentre un choupaal è prevalentemente uno spazio dove gli anziani del villaggio (in prevalenza uomini) prendono decisioni importanti per la comunità. Il centro ChunriChoupaal è nato con lo scopo di fornire un luogo di incontro per le future donne leader, dove siano libere di discutere dei loro progetti e abbiano la possibilità di imparare e condividere competenze con altre donne.

Il progetto ha ricevuto dei feedback positivi da parte delle donne di tutto il mondo. Dal centro di sostegno si è passati alla creazione di un’organizzazione non-profit con la sua sede centrale ad Amsterdam.

“L’idea è balenata durante una mia visita in una zona remota del Pakistan, nel deserto Thal”, ha raccontato Iffat. “Mi trovavo nella piccola città di Layyah ed ero intenta a fotografare una manifestazione di studenti, quando un paio di donne mi fermarono. Una di loro si chiamava Rashda, neo laureata in un college locale. Era stata contattata da un’organizzazione impegnata nel soccorso medico locale. Cercavano qualcuno che avesse competenze con il computer e con internet, capace di creare un archivio di dati”.

“Non avevo con me un computer portatile, e non avrei avuto nemmeno il tempo di insegnarle a usarlo. Nel contempo, sapevo bene che se mi fossi messa a dare lezione a Rashda e alle altre donne su come usare un pc avrei cambiato radicalmente la loro vita. Avrei permesso loro di non finire tra le maglie di un matrimonio forzato, per la mancanza di opportunità lavorative”. Iffat stessa è scappata da un matrimonio forzato imposto dalla famiglia. “Per le donne, soprattutto per quelle che provengono da ambienti svantaggiati, è importante avere accesso alla tecnologia, diventata oramai parte integrante della nostra vita”, ha sottolineato la donna, soprattutto in paesi come il Pakistan dove alle donne è impedito socialmente e culturalmente muoversi da sole senza il controllo degli uomini. Questo succede soprattutto nelle aree rurali e sub-urbane.

Per questo progetto rivolto alle donne delle aree rurali del Pakistan, Iffat ha ricevuto numerosi riconoscimenti.

Linda Kobusinge, ugandese, ha partecipato a un corso di formazione presso l’Afchix Uganda, network di donne professioniste specializzate nell’ambito della tecnologia e dell’informatica nato nel 2006, ed è venuta così a contatto con un ambiente stimolante dove ciascuna era incentivata a sviluppare le proprie capacità nei settori della comunicazione informatica e della tecnologia.

Linda stessa ha potuto mettere a frutto le tecniche di progettazione digitale in Uganda, dove vorrebbe ampliare il settore dello sviluppo di applicazioni tecnologiche: “Inizialmente non avevo il minimo interesse per i contenuti web o il linguaggio informatico. Ma poi la scuola che frequentavo aveva ricevuto l’invito di partecipare a una giornata di formazione presso l’Afchix Uganda, dove abbiamo avuto modo di incontrare altre donne che raccontavano delle loro professioni, di come erano riuscite a diventare sviluppatori web e ingegneri”.

“Ci hanno detto che anche noi saremmo in grado di creare applicazioni capaci di cambiare il mondo, e che un giorno farò lo stesso anche io”.

(

Kanchana Kanchanusat ha avuto il merito di aver introdotto internet in Thailandia e di aver partecipato attivamente a molte iniziative volte a diffondere la connessione al world wide web anche in altri paesi del Sud est asiatico, a partire dal 1980. Attualmente dirige il laboratorio di ricerca informatica dell’Institute of Technology in Thailandia, dove è anche professoressa di scienza informatica per la Scuola di ingegneria e tecnologia.

Nel 1988 ha creato la prima rete di ricerca e istruzione nazionale sperimentale nella sua nazione, che collega cinque università in Thailandia con il centro di ricerca accademica australiana.

“Ho dovuto lasciare la mia città natale e trasferirmi nella capitale, e poi trasferirmi in un altro paese per la mia formazione. Attraverso questa rete ho potuto vedere come i miei studenti riescono a condividere più facilmente le risorse con persone di altri paesi. Ciò significa molto per l’istruzione. I miei studenti non dovranno viaggiare così lontano. In quel momento ho pensato che il mondo sarebbe finalmente cambiato”.

Dorcas Muthoni vive in Kenya. Qui all’età di 24 anni ha fondato una società di software, Openworld Ltd, di cui attualmente è amministratrice delegata. Oggi la società di Dorcas è una delle principali compagnie di servizi software e di business in Africa.

Appassionata di tecnologia fin da bambina, Dorcas punta oggi a trasformare positivamente la società africana con l’impiego delle innovazioni tecnologiche e informatiche. Nel 2012, la donna è stata inserita nella Hall of fame di Internet.

“Quando ho iniziato a lavorare in questo settore mi sono resa conto di essere l’unica donna a lavorare per un’organizzazione del genere. Quindi, a un certo punto, avevo bisogno di qualcuno che mi aiutasse, allora ho cercato delle stagiste donne, perché volevo dare loro un’opportunità. Ma non è stato semplice trovarle, e quelle poche che si presentavano ai colloqui non avevano le informazioni necessarie per operare delle scelte professionali”, ha raccontato Dorcas.

“Ho pensato di creare dei laboratori e dei corsi di formazione per far sì che le studentesse delle scuole superiori avessero maggiore coscienza delle proprie capacità. Qualunque cosa si voglia essere nella vita e nel lavoro, sia un medico o un avvocato, avrete sicuramente bisogno della tecnologia.

Poornima Meegammana vive in Sri Lanka, dove lavora come animatrice e produttrice. Di recente ha fondato Respect girl in rete, un’organizzazione che si batte per offrire protezione alle donne e alle ragazze vittime di molestie online.

“Mia madre è un insegnante di informatica e mio padre è un professionista nel settore della tecnologia. Ho avuto modo di conoscere il mondo virtuale ancor prima che i miei coetanei avessero coscienza. Per questo ho deciso di dare vita a questo progetto”.

“Da regista voglio occuparmi di temi sociali, questo è il mio sogno ora”.

(Fonte: The Post Internazionale)

 

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Storie di donne in manicomio

Per es. Rosa D. «fin da fanciulla si mostrava strana, da giovinetta poi ben presto si manifestò il suo carattere stravagante, girando continuamente per il paese senza badare alla sua famiglia e non curando punto i rimproveri dei parenti». Adelaide C «in famiglia è assolutamente incompatibile, intollerabile e intollerante di tutto e di tutti». Maria Filomena M. «spesse volte e all’insaputa della famiglia esce di notte e girovaga per la campagna, si denuda e non sempre il fratello la può raggiungere».

Per loro, per tutte, urgeva il manicomio. E peccato, poi, che certe diagnosi fossero sommarie, che rispondessero al modello unico di donna previsto dal regime, sposa e madre e mai da sola.

Bisogna guardare le loro facce, e leggere le loro lettere, per chiedersi chi fosse il vero pazzo.

«Mi trovo rinchiusa, in questa carcere, così, in mezzo ai pazzi e a momenti fan diventare pazza anche me!»,

raccontò Crocifissa G. nel 1906. E Ginevra B, nel 1918:

«Sono stufa della vita vorrei morire piuttosto che stare sotto la Carneficina dell’Ospedale di Teramo».

Angeladea F., negli anni 30:

«Ti prego per l’amore di Papà e fratelli di venirmi a salvarmi da questo brutto luogo che lo odio non ci voglio stare nemmeno a morire».

Haidé B., nel 1920:

«Io trovarmi in questa sezione, tra malate d’ogni genere, tra le sofferenti, tra le asmatiche, tra le dementi, con visi stravolti, con il fetore della notte, da sentirmi difficile la respirazione; oh, questo è troppo, troppo».

Le loro testimonianze non sono state vane. A raccoglierle sono stati Annacarla Valeriano e Costantino Di Sante, che hanno voluto restituire dignità alle tante (troppe) recluse estromesse dalla società durante il Ventennio. Ci sono riusciti con la mostra fotografica I fiori del male, donne in manicomio nel regime fascista, che ha messo insieme immagini e documenti, schede mediche e lettere.

Si è aperta, non a caso, l’8 marzo nella biblioteca provinciale Melchiorre Delfico di Teramo, fino al 31 marzo. Il materiale è stato ricavato dall’archivio dell’Ospedale psichiatrico Sant’Antonio Abate di Teramo, che fu chiuso definitivamente il 31 marzo del 1998, vent’anni dopo l’entrata in vigore della legge 180 (la legge Basaglia).

Nicola Serroni, direttore del Dipartimento di salute mentale di Teramo, nel catalogo della mostra curato da Valeriano e Di Sante, ammette: «Sfogliando le cartelle delle donne ricoverate sono rimasto profondamente colpito dalle diagnosi, che spesso nulla avevano a che fare con problematiche psicopatologiche reali; rimandavano soprattutto a problemi legati alla moralità o ad altro tipo di devianza, vagabondaggio sessuale, turpiloquio, rifiuto del lavoro domestico-familiare, rifiuto dell’accudimento dei figli, rottura o messa in discussione “anomala” del rapporto di coppia. E tutto ciò conferma che i manicomi in moltissimi casi venivano usati per fini repressivi, per affermare nella vita di tutti i giorni la subordinazione e l’inferiorità della donna».

Di Elvira Serra

(Fonte: La 27esimaora)

 

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Il primo voto delle donne

Ho sempre saputo che le donne votarono per la prima volta solo il giorno dell’elezione della Repubblica, il 2 giugno del 46, ma non è così. Le donne votarono per la prma volta il 10 marzo 1946, come racconta Donatella Coccoli di left

 

Il 10 marzo 1946 fu la prima occasione di voto alle donne. Quel giorno venne anche rimediato il “lapsus” della eleggibilità, con un altro provvedimento che la contemplava. Le elezioni amministrative riguardavano 436 comuni e alla fine vennero elette nei consigli comunali circa duemila donne. C’è una testimone particolare di quel giorno: è Teresa Mattei, una giovanissima donna di sinistra, partigiana, la più giovane eletta all’Assemblea Costituente, espulsa nel 1955 dal Pci per le sue critiche allo stalinismo. “Rammento solo una grande emozione, avevamo lottato per avere il diritto di votare: c’era entusiasmo e partecipazione e c’erano state, all’epoca, pressioni per indirizzare il voto femminile. Nelle case venivano fatti passare i facsimili delle schede”. Sono le parole di Teresa tratte da una intervista del 2006 che viene riportata da Patrizia Pacini nel libro La Costituente, storia di Teresa Mattei (Altreconomia). La partecipazione femminile fu elevata ed entusiasta. E i partiti dovettero far fronte all’ondata che spazzava via decenni di silenzio e di rassegnazione. Le donne che donavano le loro fedi al regime, le donne che sfilavano davanti al Duce con nidiate di bambini, le donne che piangevano i loro figli e mariti nelle guerre fasciste, ecco, tutte queste donne non c’erano più.

E probabilmente la reazione fu più vasta e consapevole di quanto pensassero gli stessi De Gasperi e Togliatti. Certo, ancora tanti passi dovevano essere compiuti per garantire uguali diritti.

La Mattei ci teneva a sottolineare, nel suo discorso costituente, che le donne non dovevano diventare mascoline, ma che la tutela dei diritti dell’una servivano anche all’altro. Cioè, dalla emancipazione delle donne ci avrebbe guadagnato tutta la società, uomini compresi. Per rileggerlo, cliccate qui.

(Fonte: www.left.it)

 

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8 marzo: giornata internazionale della donna

La celebrazione dell’8 marzo, ossia la giornata internazionale della donna, si è tenuta per la prima volta negli Usa nel 1909, da centinaia di operaie che chiedevano i loro diritti. Cadeva nell’ultima domenica di febbraio.

Mentre negli Stati Uniti continuò a tenersi l’ultima domenica di febbraio, in alcuni paesi – – Germania, Austria, Svizzera e Danimarca- la giornata della donna si tenne per la prima volta domenica 19 marzo 1911, su scelta del Segretariato internazionale delle donne socialiste. Secondo la testimonianza di Alexandra Kollontaj, quella data fu scelta perché in Germania, il 19 marzo 48 durante la rivoluzione, il Re di Prussia dovette per la prima volta riconoscere la potenza di un popolo armato e cedere davanti alla minaccia di una rivolta proletaria. Tra le molte promesse che fece allora e che in seguito dimenticò, figurava il riconoscimento del diritto di voto alle donne.

In Francia la manifestazione si tenne il 18 marzo 1911, data in cui cadeva il quarantennale della Comune di Parigi, così come a Vienna, dove alcune manifestanti portarono con sé delle bandiere rosse (simbolo della Comune) per commemorare i caduti di quell’insurrezione.

In Svezia si svolse il 1º maggio 1911, in concomitanza con le manifestazioni per i lavoratori.

La manifestazione non fu ripetuta tutti gli anni, né celebrata in tutti i paesi: in Russia si tenne per la prima volta a Sanpietroburgo solo nel 1913, il 3 marzo, su iniziativa del partito Bolscevico con una manifestazione nella Borsa Kalašaikovskij e fu interrotta dalla polizia zarista che operò numerosi arresti; l’anno seguente gli organizzatori vennero arrestati, impedendo di fatto l’organizzazione dell’evento.

In Germania, dopo la celebrazione del 1911, fu ripetuta per la prima volta l’8 marzo 1914, giorno d’inizio di una «settimana rossa» di agitazioni proclamata dai socialisti tedeschi, mentre in Francia si tenne con una manifestazione organizzata dal partito socialista a Parigi il 9 marzo.

Durante la prima guerra mondiale non ci furono manifestazioni, tranne a Sanpietroburgo durante la rivoluzione russa, l’8 marzo 1917; quel giorno le donne fecero una grande manifestazione in cui chiedevano la fine della guerra.

In Italia la “festa” della donna fu tenuta per la prima volta soltanto nel 1922, per iniziativa del Pci che la celebrò il 12 marzo, prima domenica successiva all’ormai fatidico 8 marzo. In quei giorni fu fondato il periodico quindicinale Compagna, che il 1º marzo 1925 riportò un articolo di Lenin scomparso l’anno precedente, che ricordava l’otto marzo come Giornata internazionale della donna, la quale aveva avuto una parte attiva nelle lotte sociali e nel rovesciamento dello zarismo.

Con la nascita dell’Udi( unione donne italiane) a Roma nel 1944, che istituì definitivamente la giornata della donna l’8 marzo di ogni anno; la prima manifestazione si tenne l’8 marzo 1945. Nel 1946 fu istituito anche il simbolo di questa giornata e cioè la mimosa, che fiorisce proprio i primi giorni di marzo.

La storia che un po tutti conosciamo, e cioè che l’8 marzo è nato per ricordare centinaia di operaie morte in un incendio di una fabbrica di camicie nel 1908 a New York è assolutamente falsa; probabilmente si fa confusione con una vicenda realmente accaduta nella stessa città, ma il 25 marzo 1911: l’incendio della fabbrica Triangle in cui morirono 146 operai(uomini e donne).

 

L’8 marzo deve essere un’occasione in più per ricordare le donne che ogni giorno vengono stuprate, picchiate, umiliate, ammazzate!

(Fonte: Wikipedia)

 

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La storia di Kimia, che si toglie il velo in diretta tv e commuove

Un messaggio di coraggio e libertà. A lanciarlo, sul palco di The Voice, su Rai 2, è la 31enne di origine iraniana Kimia Ghorban. La giovane si è presentata ai giudici del talent con indosso un hijab di colore verde, a coprire il capo. “Da 31 anni viviamo in un regime di dittatura”. E poi, a sorpresa, si è tolta il velo tra gli applausi del pubblico. “Noi donne persiane abbiamo tanti problemi nel nostro paese. Noi non possiamo cantare da sole. Essere qui – ha continuato Kimia – è meraviglioso per me ed è stato da sempre il mio desiderio”.

Kimia Ghorban è una delle voci più interessanti di The Voice. La sua storia, fatta di oppressione e ingiustizia, è stata raccontata nei giorni scorsi da Renato Franco sulle pagine del Corriere della Sera. “Ho iniziato a cantare da piccola, ricordo bene che ogni anno che crescevo era sempre più difficile, mia mamma e mia nonna mi avvisavano, “canta a voce più bassa, canta piano che ti sentono i vicini”.

Per la sua passione, Kimia è stata picchiata e insultata, ha subito violenze di ogni genere.

Sono stata bendata e arrestata con la pistola puntata. Mi hanno detto che mi avrebbero ammazzato. Sono stata una settimana in prigione[…]Mi hanno picchiata, mi hanno preso a calci e insultata, hanno sequestrato il mio strumento, mi hanno portato via i soldi che avevo raccolto. Ho avuto paura, però piano piano l’ho persa. Sono stata molto forte, ho pensato che dovevo farlo: mi dicevo, non succede niente, se anche muoio… Dovevo farlo, una deve per cominciare, dare l’esempio. Dopo due anni però ho dovuto rinunciare, ho capito che da sola non potevo fare niente, le altre donne non mi hanno seguito perché avevano paura. Ogni volta che ci ripenso mi sento triste

Lei, attivista dell’Onda Verde in prima linea nel 2009 e nel 2010, nel 2012 decise che no, non poteva più restare nel paese in cui in molti considerano “una donna che canta brutta perché perché la considerano erotica”. Per questo si iscrisse a un corso di lingua italiana a Teheran e dopo aver sostenuto l’esame, ottenne il visto per l’Italia. A Bologna ha trovato una nuova vita. Si è sposata e adesso aspetta un figlio. Ha conosciuto la libertà che in Iran non poteva avere. E la sua partecipazione a The Voice – ha spiegato – è simbolica. Perché Kimia non vuole vincere ma solo “dare un messaggio, per smuovere le acque, per fare una campagna, per chiedere al governo di lasciare le donne cantare, devono capire che la religione è una cosa molto privata e non può diventare legge”.

(Fonte: l’huffington Post)

 

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Ricordando Tina Lagostena Bassi

Tina Lagostena Bassi, nata Augusta Bassi, avvocata italiana, nata a Milano il 2 Marzo 1926.

Nei primi anni Settanta iniziò una collaborazione con il ministero di Grazia e Giustizia e divenne nota per la sua agguerrita difesa dei diritti delle donne nelle aule dei tribunali: rappresentò Donatella Colasanti, vittima del Massacro del Circeo. Nel 1978 rappresentò la 18enne Fiorella nel processo che fu poi raccontato nel celeberrimo documentario  Processo per stupro”, realizzato dalla regista Loredana Rotondo per mostrare all’opinione pubblica cosa poteva accadere a una donna che denunciava abusi sessuali, trattata da colpevole nelle aule giudiziarie. Il documentario, mandato in onda due volte, fu seguito da oltre 10 milioni di spettatori.

difendendo Fiorella, Tina Lagostena Bassi insistette nell’introdurre la parola “stupro“, per imporla alle coscienze al posto della terminologia più generica di “violenza sessuale”, che in quegli anni (e fino al 1996) era ancora un reato solo contro la morale e non contro la persona. L’idea di documentare un processo per stupro fu di una programmista della Rai, dopo il “Convegno internazionale sulla violenza contro le donne”, organizzato dal movimento femminista a Roma quello stesso anno, in cui emerse che ovunque nel mondo, quando aveva luogo un processo per stupro, la vittima si trasformava in imputata. La giovane Fiorella non fece eccezione. In numerose occasioni, mentre veniva interrogata dai difensori dei suoi aggressori (“quattro bravi ragazzi, sposati e con prole”), la ragazza subì degli intollerabili attacchi che miravano a dipingerla come una persona dalla moralità non irreprensibile. Molti interventi degli avvocati miravano unicamente a sottolineare che, se non c’era una dimostrazione di avvenuta violenza fisica o di ribellione, Fiorella doveva essere certamente stata consenziente. Tina Lagostena Bassi dovette ricordare che lei in quell’aula non aveva il ruolo di difendere la parte lesa, ma quello di accusatrice degli imputati. La condanna fu lieve: poco più di un anno, con scarceramento immediato grazie alla libertà provvisoria e una multa di 2 milioni di lire, ma con quel processo non si chiedeva giustizia solo per Fiorella, ma per tutte le donne violentate, costrette a patire in tribunale un prolungamento della violenza già subita.

Ecco l’arringa della Lagostena Bassi: Presidente, Giudici, credo che innanzitutto io debba spiegare una cosa: perché noi donne siamo presenti a questo processo. Per donne intendo prima di tutto Fiorella, poi le compagne presenti in aula, ed io, che sono qui prima di tutto come donna e poi come avvocato. Che significa questa nostra presenza? Ecco, noi chiediamo giustizia. Non vi chiediamo una condanna severa, pesante, esemplare, non c’interessa la condanna. Noi vogliamo che in questa aula ci sia resa giustizia, ed è una cosa diversa. […] Vi assicuro, questo è l’ennesimo processo che io faccio, ed è come al solito la solita difesa che io sento: vi diranno gli imputati, svolgeranno quella difesa che a grandi linee già abbiamo capito. Io mi auguro di avere la forza di sentirli, non sempre ce l’ho, lo confesso, la forza di sentirli, e di non dovermi vergognare, come donna e come avvocato, per la toga che tutti insieme portiamo. Perché la difesa è sacra, ed inviolabile, è vero. Ma nessuno di noi avvocati—e qui parlo come avvocato—si sognerebbe d’impostare una difesa per rapina come s’imposta un processo per violenza carnale. Nessuno degli avvocati direbbe nel caso di quattro rapinatori che con la violenza entrano in una gioielleria e portano via le gioie, i beni patrimoniali da difendere, ebbene nessun avvocato si sognerebbe di cominciare la difesa, che comincia attraverso i primi suggerimenti dati agli imputati, di dire ai rapinatori «Vabbè, dite che però il gioielliere ha un passato poco chiaro, dite che il gioielliere in fondo ha ricettato, ha commesso reati di ricettazione, dite che il gioielliere è un usuraio, che specula, che guadagna, che evade le tasse!» Ecco, nessuno si sognerebbe di fare una difesa di questo genere, infangando la parte lesa soltanto. […] Ed allora io mi chiedo, perché se invece che quattro oggetti d’oro, l’oggetto del reato è una donna in carne ed ossa, perché ci si permette di fare un processo alla ragazza? E questa è una prassi costante: il processo alla donna. La vera imputata è la donna. E scusatemi la franchezza, se si fa così, è solidarietà maschilista, perché solo se la donna viene trasformata in un’imputata, solo così si ottiene che non si facciano denunce per violenza carnale. Io non voglio parlare di Fiorella, secondo me è umiliare venire qui a dire «non è una puttana». Una donna ha il diritto di essere quello che vuole, senza bisogno di difensori. Io non sono il difensore della donna Fiorella. Io sono l’accusatore di un certo modo di fare processi per violenza.” 

Dal 1994 al 1995, ricoprì il ruolo di Presidenta della Commissione Nazionale parità e pari opportunità uomo-donna presso la Presidenza del Consiglio, essendo inoltre componente del gruppo sulle pari opportunità dell’Ue.

Poi ricoprì anche l’incarico di Capo delegazione per l’italia nei lavori preparatori della quarta Conferenza Mondiale Onu sui diritti della donna svoltasi a Pechino nel 95.

Nel 1998 fondò a Roma lo studio associato Lana – Lagostena Bassi, nato dalla fusione tra i due importanti studi legali di Firenze e Genova.

Morì il 4 marzo 2008 per un tumore al seno.

(Fonti: www.pasionaria.it Wikipedia)