Le partigiane dimenticate

Ieri, cercando in un sito i nomi per poter pubblicare nel blog i ritratti delle nostrep partigiane, mi sono imbattuta in diversi nomi quali: Giuseppina Canna, Ermelinda Cerruti, Erminia Casinghino, Alda Genolle, Rossana Re. Erano tutte staffette, ossia giovani ragazze, che avevano partecipato alla resistenza.

Stamattina però, quando ho cercato i nomi su google, ho avuto pochissime notizie: solo su una pagina facebook che si chiama “antifascismo femminista” c’era un accenno a queste ragazze morte nel loro adempimento. C’erano esattamente: nome, cognome, data di nascita e di morte, e sotto una foto. Nulla più di questo.

Mentre per altre partigiane apparivano lunghi articoli in cui venivano raccontate la loro vita e le loro gesta.

Credo che bisognerebbe ricordarle tutte queste donne, a prescindere del ruolo che hanno avuto nella resistenza.

Il sito da cui ho letto i nomi citati sopra è http://www.partitocomunistacampania.it/?p=608

 

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Onorina Brambilla Pesce

Nori, come la chiamava il marito (Giovanni Pesce), e come la chiamavano gli amici e i compagni aveva ricevuto, giovedì 7 dicembre 2006, l’«Ambrogino d’oro», il riconoscimento del Comune di Milano ai cittadini illustri. Un premio per l’impegno che, per tutta la vita, “Nori” aveva dedicato a tener viva la memoria della Resistenza e dei campi di sterminio nazisti ai quali era sopravvissuta.

Era il 12 settembre 1944 quando “Sandra” (questo il nome di battaglia di una delle più audaci staffette partigiane milanesi, che aveva già contribuito all’organizzazione degli scioperi del marzo 1943 e 1944, realizzati nel pieno della guerra e del regime fascista) cadde nelle mani dei fascisti repubblichini. Per due mesi fu sottoposta a pesanti interrogatori in quella che era, allora, la “Casa del Balilla” di Monza, ma la ragazza non si lasciò sfuggire nulla di compromettente. Eppure era una delle dirigenti milanesi dei “Gruppi di difesa della donna”, la struttura del CLN che affiancava le formazioni partigiane in città e in montagna.

L’11 di novembre “Sandra(nome di battaglia) veniva prelevata dalla cella nella quale era tenuta in isolamento e fatta salire su un autobus. Né lei né gli altri “passeggeri” sapevano quale era la destinazione. Lo scopriranno due giorni dopo, quando verranno scaricati nel campo di concentramento di Bolzano-Gries. Nel campo, Onorina Brambilla (numero di matricola 6087), resterà (sempre in attesa di essere trasferita in Germania, ma senza sapere quale sorte era riservata ai detenuti dei lager nazisti), sino alla liberazione, avvenuta il 29 aprile del 1945. Su questa esperienza e su quella nella Resistenza, “Nori” ha continuato a rendere testimonianza in convegni, dibattiti, lezioni nelle scuole.

Con Giovanni Pesce è stata la protagonista del film di Marco Pozzi, Senza tregua, presentato nel 2003 alla Mostra del cinema di Venezia. Con altri ventiquattro “testimoni” aveva contribuito alla realizzazione del documentario Il primo giorno – Milano, 25 aprile 1945 che, per iniziativa della Provincia di Milano è andato in scena al “Dal Verme” nel sessantesimo della Liberazione.

Morì nel 2011.

(Fonte: http://www.anpi.it/donne-e-uomini/2090/onorina-brambilla-pesce)

 

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Bruna Dradi

Bruna Dradi nacque in provincia di Ravenna nel 1927; partecipò, a soli 19 anni, come partigiana alla resistenza insieme al padre.

Dopo la liberazione, si trasferì in Basilicata(a Pignola provincia di Potenza) e fondò il movimento delle donne.

Fu la prima donna sergente dell’esercito italiano.

Le fu conferita la medaglia al valor civile.

Morì nel 2010.

 

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Carla Capponi

Carla Capponi nacque a Roma nel 1918; dopo l’armistizio, ed esattamente la mattina del 9 settembre 1943, seguì un gruppo di civili e combatté con loro per la liberazione di Roma dalle truppe tedesche. Inoltre, in quel periodo, assistette i feriti e offrì cibo a chi era in difficoltà. Faceva parte del Gap centrale Carlo Pisacane.

La sera del 17 dicembre partecipò a un’azione di fuoco con la sua formazione. Il giorno dopo, sempre con la formazione, fece esplodere una bomba.

Dopo lo sbarco di Anzio, venne mandata insieme con tutta la sua formazione, nell’ottava zona che comprendeva Prenestino, Torpignattara, Quadraro, Centocelle, Quarticciolo entrando così nella piena clandestinità.

Tornò ad agire nel centro di Roma i primi giorni di marzo ed esattamente il 3,Carla prese d’impulso la pistola e la puntò contro l’assassino di una sua compagna ma fu subito circondata dalle donne presenti e arrestata dai tedeschi.

Ad aprile 1944 molti partigiani furono arrestati, ma Carla e il compagno riuscirono a scappare e si unirono ad altri partigiani che andavano a Roma sud. A questo punto la donna divenne vicecomandante dell’unità partigiana col grado di capitano.

Le fu conferita la medaglia d’oro al valor militare.

Dopo la guerra entrò in politica venendo eletta come deputata nel Pci.

Morì nel 2000.

(Fonte: Wikipedia)

 

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Irma Bandiera

Irma Bandiera nacque a Bologna nel 1915; durante la seconda guerra mondiale, entrò a far parte come combattente della settima brigata Gap di Bologna col nome di Mimma.

Catturata dai tedeschi dopo aver trasportato armi alla base della sua formazione, fu fucilata il 14 agosto 1944; il suo corpo fu esposto per un giorno intero vicino la sua casa.

La Brigata di cui faceva parte prese il suo nome e da allora si chiamò prima brigata Irma Bandiera.

Le venne conferita la medaglia d’oro al valor militare alla memoria con la seguente motivazione: “Prima fra le donne bolognesi a impugnare le armi per la lotta nel nome della libertà, si batté sempre con leonino coraggio. Catturata in combattimento dalle SS. tedesche, sottoposta a feroci torture, non disse una parola che potesse compromettere i compagni. Dopo essere stata accecata fu barbaramente trucidata e il corpo lasciato sulla pubblica via. Eroina purissima degna delle virtù delle italiche donne, fu faro luminoso di tutti i patrioti bolognesi nella guerra di liberazione”.

(Fonte: Wikipedia)

 

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Maria Luisa Minardi

Di Maria Luisa Minardi non si sa molto; nacque il 20 settembre 1924 e molto giovane entrò a far parte, come staffetta, della Brigata Osella. Il suo nome di battaglia era Lea. Combatté fino all’ultimo giorno della sua vita per la liberazione.

Nel 1944, a soli 20 anni, fu catturata dai fascisti nei pressi di Scopello e dopo 4 giorni venne uccisa.

 

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Cleonice Tomassetti

Cleonice Tomassetti(Nice) nacque nell’aretino nel 1911; dopo le scuole elementari, iniziò a lavorare nei campi.

Appena 16enne venne stuprata dal padre e dopo essere rimasta incinta, decise di scappare a Roma dalla sorella. Partorì prematuramente e il bambino morì dopo pochi giorni. Purtroppo la sua notevole bellezza e la conoscenza da parte dei padroni di esser stata madre nubile di un bambino le procurarono più di una volta problemi e tentativi di ulteriori abusi.

Nel 1933 si trasferì a Milano e lavorò come cameriera, commessa, sarta ecc.

Alla fine dell’anno si fidanzò con un assicuratore separato. I 2 frequentarono un piccolo gruppo di antifascisti tra cui il sarto, comunista e cristiano avventista, Eugenio Dalle Crode.

A giugno 33, decise di seguire un giovane 18enne, Sergio Ciribi, nelle fila dei partigiani. Quindi partì insieme a Sergio per Fondotoce alcuni giorni dopo.

Fu fucilata dai nazisti il 20 giugno 1946, e morì gridando “viva l’italia!”.

(Fonte: Wikipedia)

 

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Norma Parenti

Norma Parenti nacque a Massa Marittima, in Toscana, il 21 giugno 1921; la madre gestiva una trattoria.

Si sposò molto giovane e col marito, dopo l’armistizio del 1943, combatté per la liberazione dell’italia dal fascismo come partigiana nel raggruppamento Amiata della terza brigata Garibaldi.

Pur essendo molto giovane, Norma era dotata di straordinario coraggio; raccolse denaro, diede ospitalità ai fuggiaschi, mise in salvo gli ex prigionieri alleati, procurò armi e munizioni per i combattimenti e partecipò di persona alle azioni di guerra.

A soli 23 anni, il 22 giugno 1944, fu arrestata e poi seviziata e fucilata dalle truppe tedesche in ritirata; il suo corpo venne ritrovato il giorno dopo.

Le venne riconosciuta la medaglia d’oro al valor militare alla memoria con la seguente motivazione: “Giovane sposa e madre, fra le stragi e le persecuzioni, mentre nel litorale maremmano infieriva la rabbia tedesca e fascista, non accordò riposo al suo corpo né piegò la sua volontà di soccorritrice, di animatrice, di combattente e di martire. Diede alle vittime la sepoltura vietata, provvide ospitalità ai fuggiaschi, libertà e salvezza ai prigionieri, munizioni e viveri ai partigiani e nei giorni del terrore, quando la paura chiudeva tutte le porte e faceva deserte le strade, con l’esempio di una intrepida pietà donò coraggio ai timorosi e accrebbe la fiducia ai forti. Nella notte del 22 giugno, tratta fuori dalla sua casa, martoriata dalla feroce bestialità dei suoi carnefici, spirò, sublime offerta alla Patria, l’anima generosa.”.

(Fonte: http://www.anpi.it/donne-e-uomini/1679/norma-pratelli-parenti)

 

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La storia di Delal Sindy, che lascia casa e studi per aiutare il popolo straziato dall’isis

“Sono partita perché non potevo rimanere a guardare mentre il mio popolo e ragazze della mia età venivano massacrate”.

Delal Sindy ha 24 anni, lunghi capelli scuri e occhi profondi. E’ nata e cresciuta in Svezia, la patria di sua mamma, ma suo padre è curdo. Il legame con quell’origine è così forte che qualche mese fa ha scelto di lasciare casa, studi e lavoro per partire per il Kurdistan Iracheno e aiutare il popolo Yazida, perseguitato dall’Isis. “Guardavo le immagini terribili che mi arrivavano da web e telegiornali e soffrivo -racconta a Huffpost- Mi colpivano soprattutto i volti delle donne, i loro sguardi pieni di terrore erano un pugno nello stomaco. Non potevo essere l’ennesima persona che dice di volere un cambiamento, ma poi non fa nulla. Dovevo essere io il cambiamento”.

Nel giro di pochi giorni, Delal interrompe il contratto di affitto del suo appartamento a Stoccolma, prende un aspettativa dal lavoro, mette in pausa i suoi studi e prenota un biglietto aereo per il Kurdistan. Qualche settimana dopo è a Zahko, la città di suo padre, dove si ferma per 14 mesi. “Ho lavorato come volontaria indipendente -ricorda- dando di volta in volta aiuto a diverse Ong. Ho distribuito beni di prima necessità e fatto attività con i bambini”. Sono soprattutto le drammatiche storie delle donne a colpirla. “Ho visto occhi e volti stravolti dal dolore e dalla paura, ragazze in preda a violenti attacchi di panico, anziane sopravvissute che hanno tentato il suicidio. Quello che i guerriglieri dell’Isis hanno fatto alla popolazione femminile è inimmaginabile. Donne di tutte le età sono state rapite, torturate, violentate”. Per aiutarle Delal organizza gruppi di supporto dove insegna loro a reagire nonostante il trauma. “Ho iniziato anche a postare le loro foto su Instagram. Gli scatti sono accompagnati da lunghe didascalie su quello che hanno subito. E un modo per far conoscere questa tragedia anche ai più giovani, che non sempre leggono i giornali e siti di informazione”.

Tra le storie che hanno più impressionato la coraggiosa volontaria c’è quella di Suzan, una 17enne ridotta in schiavitù sessuale dai miliziani dopo la presa di Sinjar. “Era stata venduta con la sorella. Il padre era morto e della madre non hanno più avuto notizie -ricorda – Mi diceva che non aveva motivi per stare al mondo .Quando chiudeva gli occhi rivedeva i suoi carnefici. Le hanno fatto di tutto, le hanno versato acqua bollente addosso,l’hanno seviziata”. Tante di queste ragazze sono diventate attiviste a loro volta e stanno seguendo programmi di riabilitazione in Germania. Delal Sindy è riuscita a fondare una sua Ong per aiutare le Yazide. “La reazione straordinaria di queste donne mi ha dato la forza per iniziare il progetto e i social, soprattutto Instagram, hanno contribuito a far conoscere l’emergenza”. La ragazza, che ora sta lavorando soprattutto a nuovi programmi di recupero, guarda lontano, ma non dimentica quello che accade nel suo Paese. “La Svezia è stata a lungo una nazione accogliente, ma ora sta cambiando. Si parla di un’emergenza migranti perché nell’ultimo anno sono arrivate meno di 200.000 persone. La mia esperienza in Kurdistan mi ha insegnato a ridimensionare. Lì sono arrivati più di 500.000 rifugiati siriani, che si aggiungo a quelli iracheni. Davanti a questi numeri la decisione del governo svedese di rimpatriare 80.000 richiedenti asilo mi è sembrata ancora più insensata”.

Di Micol Sarfatti

(Fonte: L’huffington Post)

 

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La storia di Rita Levi Montalcini

Chi è Rita Levi Montalcini? Fu scienziata, neurologa, premio Nobel per la medicina e infine senatrice a vita. Quante cose ha fatto questa donna:

ha dedicato la sua esistenza agli altri, facendo scoperte importantissime per l’umanità:

negli anni cinquanta le sue ricerche la portarono alla scoperta e all’identificazione del fattore di accrescimento della fibra nervosa o NGF, scoperta per la quale è stata insignita nel 1986 del premio Nobel per la medicina. Insignita anche di altri premi, è stata la prima donna a essere ammessa alla Pontificia Accademia delle Scienze.Il 1º agosto 2001 è stata nominata senatrice a vita “per aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo scientifico e sociale”. È stata socia nazionale dell’Accademia dei Lincei per la classe delle scienze fisiche ed è stata tra i soci fondatori della Fondazione Idis-Città della Scienza.

La vita di questa donna potrebbe essere la lampante risposta a chi dichiara che nessuna donna abbia fatto qualcosa di rilevante nella storia.

Diceva: “Geneticamente uomo e donna sono identici. Non lo sono dal punto di vista epigenetico, di formazione cioè, perchè lo sviluppo della donna è stato volontariamente bloccato. La donna è stata bloccata per secoli. Quando ha accesso alla cultura è come un’affamata. E il cibo è molto più utile a chi è affamato rispetto a chi è già saturo”.

È morta a dicembre 2012.

E come detto in un altro post, la giornata della salute che cade il 22 aprile è proprio dedicata a lei.

(Parte dell’articolo è di Fabiana di NarrAzioni Differenti)

(Fonte: http://narrazionidifferenti.altervista.org/non-strumentalizzate-montalcini/)

 

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