La storia di Mirella Casale, l’insegnante che introdusse i disabili nelle classi “normali”

Mirella Antonione Casale è una madre. Mirella Antonione Casale è un’insegnante. Mirella Antonione Casale è un’attivista. Mirella Antonione Casale, però, è soprattutto una donna eccezionale. E il servizio pubblico svolge il suo ruolo raccontandola nel film tv Rai La classe degli asini, dandole il volto di Vanessa Incontrada. Fu lei, per una tragedia familiare e per aver aperto gli occhi sul destino scolastico dei diversamente abili, a far sì che l’inclusione di quest’ultimi nelle classi, con un insegnante di sostegno, diventasse realtà e superasse la riforma Gentile, discriminatoria e anacronistica con le sue classi differenziali. Decisione sancita dalla legge 517 del 4 agosto 1977, arrivata grazie alla sua lotta senza sosta per i più piccoli e i più indifesi.

Nel 1968, dopo aver fatto il concorso, divenne preside di una scuola media. 9 anni prima che lei diventasse preside, una malattia colpì la figlia Flavia. La piccola aveva appena 6 mesi quando fu colpita da un’influenza fortissima che le provocò encefalite virale. Andò in coma, ma si salvò, riportando danni al cervello; Mirella, però, non si arrese e nonostante ciò a 6 anni la iscrisse a scuola. Però tutti la rifiutarono, tranne istituti privati.

Fu la disabilità di sua figlia a spingere Mirella a combattere per i diritti delle persone disabili.

 

Grazie, Mirella! Ti ringrazio personalmente, perché se non avessi fatto cambiare le cose, a quest’ora io non sarei quella che sono oggi e non avrei frequentato scuole “normali”.

(Fonte: http://www.giornalettismo.com/archives/2187347/mirella-casale-chi-e/)

 

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La storia di Tina Anselmi, prima ministra d’italia

Partigiana, e soprattutto nel 76 fu nominata ministra del lavoro. Fu lei la prima donna a ricoprire questo incarico.

Vediamo il ritratto da Panorama:

Cresciuta in Veneto, in una famiglia profondamente cattolica e dal forte sentimento antifascista, Tina Anselmi diventò partigiana con il nome di Gabriella. Decise di entrare nella Resistenza dopo essere stata costretta ad assistere all’impiccagione di 31 partigiani. Nel 1944 aderì alla Democrazia Cristiana e nel frattempo, dopo la guerra, riuscì a laurearsi in lettere e a diventare insegnante.

Nel 1959 entrò nel Consiglio nazionale Dc, fino a quel fatidico 29 luglio del 1976, quando diventò la prima donna ministra.

Dopo aver ricoperto la carica di ministra del Lavoro, fu ministra della Sanità nel quarto e quinto governo Andreotti e legò il suo nome alla riforma che introdusse il Servizio Sanitario Nazionale.

Nel 1981, nel corso dell’ottava legislatura, fu nominata presidente della Commissione d’inchiesta sulla loggia massonica P2, che terminò i lavori nel 1985.

“venerabile maestro” della P2).

Si sentiva “orgogliosa” del suo lavoro a capo della commissione d’inchiesta sulla P2, di “non aver avuto paura di nessuno”, di “non essersi fatta condizionare da nessuno”, come ricorda Gianna Anselmi, una delle due sorelle dell’ex parlamentare. “È sempre stata – ha detto ai microfono del Tg3 veneto – una sorella sopra le righe, si preoccupava di tutti. Come è stata in politica, nel suo lavoro, così è stata anche in famiglia”.

Fu anche sindacalista, e inoltre si impegnò affinché ci fossero pari opportunità per le donne e per gli uomini.

È venuta a mancare il 1 novembre 2016, a 89 anni.

(Fonte: http://www.panorama.it/news/politica/tina-anselmi-morta-chi-era-foto/)

 

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20 settembre 1958: la chiusura delle cosiddette case chiuse

Il 20 settembre viene ricordato a scuola come la data della breccia di Porta Pia del 1870. Meno nota, e non certo ricordata a scuola, è però un’altra vicenda che accadde nella stessa data, nel 1958, e che cambiò ugualmente la vita degli italiani.

Un giorno prima, il 19 settembre, nelle case chiuse italiane c’era stato infatti il tutto esaurito, pareva che tutti gli uomini si fossero dati convegno in quei luoghi peccaminosi. Perché mai? Perché a mezzanotte esatta avrebbero chiuso i battenti. Il 20 settembre è infatti il giorno in cui entrò in vigore la legge Merlin, ovvero l’abolizione delle case chiuse. Proposta dalla senatrice Lina Merlin, ex partigiana, era stata approvata sette mesi prima dopo un sacco di polemiche mai placate. Tanto che ancora c’è chi ne invoca la riapertura adducendo un sacco di motivazioni diverse, dalla tassazione che potrerebbe alle casse dello Stato un buon introito, alla necessità di placare gli animi di uomini soli, che invece potrebbero commettere violenze. Ultimamente un dettagliato servizio di Riccardo Iacona per la tramissione di Raitre Presa Diretta ha già fatto un po’ di chiarezza sulle leggende metropolitane che vogliono le case chiuse tedesche come simbolo di civiltà. Marie Claire ha invece rintracciato e interpellato Sante, una donna italiana che qualche anno fa ha lavorato in un bordello in Germania e che ha lasciato queste strutture prima di marchiare definitivamente la sua personalità. Oggi è sposata con un uomo che sa del suo passato, ma che non ne fa un problema, e vuole smentire ulteriormente una serie di luoghi comuni. Che quelli favorevoli alla riapertura delle case chiuse in Italia dovrebbero leggere attentamente.

Quali sono i motivi per cui una donna decide di lavorare in questi posti? “Libera scelta”? “Diritto di farlo”? “Un lavoro come un altro”? L’espressione “case chiuse” non è del tutto esatta. Quelle tedesche non sono le “case chiuse” di fascista memoria. Sono grandi edifici con moltissime camere, come un hotel, che si aprono su corridoi. Questi centri hanno anche una zona gastronomia e una zona relax. Infatti vengono pubblicizzati non come bordelli, ma come “fkk, centri di benessere” e altri eufemismi. Le sex worker non sono “prigioniere”, possono uscirne quando vogliono. Ma dimentichiamoci in questo contesto le espressioni “felici, contente soddisfatte”. Non si tratta di esserlo, si tratta di guadagnare soldi.

Di Debora Attanasio

(Fonte: http://www.marieclaire.it/Attualita/news-appuntamenti/legge-merlin-case-chiuse)

 

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Hillary Clinton candidata alla casa bianca. Ma non è la prima donna ad avere questo privilegio

Hillary Clinton è la candidata dei democratici alle prossime elezioni presidenziali Usa, nonché la prima donna a correre per l’incarico. Questo si legge sui giornali. In realtà sarebbe più corretto dire che è la prima donna a farlo con concrete possibilità di vincere. E sarebbe una conquista grande per l’america e per il mondo intero, avere una presidente donna.

Nel 1872, un’altra donna era stata già scelta da un partito, in quel caso il National Equal Rights Party, per la corsa alla Casa Bianca. Ma, invece di essere eletta, Victoria Woodhull finì in carcere. E presto anche nel dimenticatoio.

Candidata alle presidenziali, prima broker di Wall Street e direttrice di un giornale: con un curriculum del genere, oggi Victoria Woodhull sarebbe un modello da imitare. Ma nel 1872, invece, era vista come il demonio, se non peggio, perché credeva nell’amore libero e nella parità dei sessi, in un mondo saldamente nelle mani degli uomini. La sua storia inizia nel 1838 a Homer, un piccola cittadina dell’Ohio dove viene alla luce come Victoria California Claflin. La sua è un’infanzia fatta di povertà e abusi, molto travagliata: quando il mulino del padre viene distrutto da un incendio, approfittando della passione della madre per la chiaroveggenza, Victoria costituisce una compagnia itinerante di guaritori e chiaroveggenti. A quindici anni sposa il medico Canning Woodhull, da cui ‘eredita’ il cognome e ha due figli. Ma il matrimonio naufraga nel 1865. Un anno dopo Victoria si sposa di nuovo, stavolta con il colonnello James Harvey Blood: le nozze (senza figli) finiscono dieci anni dopo, ma nel frattempo il marito appoggia con entusiasmo le attività della moglie.

Nel 1868 la coppia si trasferisce a New York, dove Victoria inizia a interessarsi alle riforme sociali e al diritto di voto alle donne, partecipando attivamente ai primi movimenti femminili nati dopo la guerra civile. Affascinata da questo mondo, si rende conto che per portare avanti le sue lotte di suffragetta ha bisogno di una solida base economica e di buone relazioni con i personaggi più influenti di quella città in fermento. Utilizzando il suo fascino e le amicizie del marito riesce a entrare in contatto con l’imprenditore Cornelius Vanderbilt, che si invaghisce della sorella Tennessee, aiutando così le due donne ad aprire la prima società femminile di agenti di borsa di Wall Street, la Woodhull, Claflin & Co. Per le sorelle il passo successivo è il lancio del Woodhull & Claflin Weekly, pubblicazione settimanale che si occupa di argomenti come eguaglianza sessuale, amore libero, educazione sessuale, occupazione femminile e diritto di voto. Nel 1871, proprio su questo periodico viene pubblicata la prima traduzione in inglese del Manifesto del Partito Comunista di Marx, poi l’anno successivo Victoria inizia una relazione con l’editore anarchico Benjamin Tucker.

I tempi sono maturi per il grande passo: il 10 maggio 1872 Victoria Woodhull viene scelta dal National Equal Rights Party per la corsa alla Casa Bianca, candidata anche se all’epoca le donne non possono votare, visto che le leggi federali lo permettono. È il genere sessuale a fare scalpore e non il fatto che, in realtà, Victoria sia ineleggibile perché non avrebbe ancora 35 anni all’inizio dell’eventuale mandato. Fatto sta che il 2 novembre, cinque giorni prima delle elezioni, la polizia la arresta insieme al marito e alla sorella a causa di un articolo pubblicato il giorno precedente sul Woodhull & Claflin’s Weekly, in cui era stato denunciato un caso di adulterio tra il reverendo Henry Ward Beecher e la moglie di un editore di New York: il prelato aveva criticato in pubblico le idee di Victoria sull’amore libero e l’articolo ne metteva in evidenza l’ipocrisia.

Quindi la donna va in carcere e si vota proprio mentre lei è rinchiusa in cella. E nessuno la vota.

(Fonte: www.letteradonna.it)

 

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Alla Camera inaugurata la Sala delle donne

La presidente della Camera Laura Boldrini ha inaugurato la Sala delle Donne della Repubblica a Montecitorio, che ospita i ritratti delle prime politiche ad aver rivestito importanti cariche in Italia. Le foto sono quelle delle 21 madri costituenti, delle prime 10 sindache elette nel ’46, di importanti parlamentari – come Tina Anselmi ministra del Lavoro nel ’76 e Nilde Iotti ministra della Camera nel ’79  – e della prima presidente di una Regione, Anna Nenna d’Antonio, eletta in Abruzzo nell’81.

La strada da fare però è ancora lunga, nessuna donna è stata presidente della Repubblica, del Consiglio o del Senato: accanto a tre specchi è stato scritto “la prima potresti essere tu“. Una dichiarazione di fiducia e sostegno alle visitatrici più giovani, per niente scontata in una società in cui spesso le donne vedono mortificate le proprie capacità.

Nel discorso inaugurale Laura Boldrini ha parlato della necessità di una società femminista, in cui i diritti, gli stipendi e i ruoli decisionali siano uguali per tutti e tutte, e ha sottolineato l’importanza del linguaggio di genere e dell’impegno delle istituzioni per rimuovere gli ostacoli alla carriera delle donne. Presente anche il giornalista Riccardo Iacona, che ha letto il lungo elenco dei centri antiviolenza costretti a chiudere per mancanza di fondi.

In rete sono arrivate puntuali le polemiche sulla Sala, le solite voci immobiliste che cercano di ridicolizzare le donne che prendono il proprio posto nella società. A chi si lamenta sfugge la forza di un’esortazione come quella dei tre specchi che aspettano solo tre nuovi volti: noi donne non faremo un passo indietro nelle nostre conquiste e non chiediamo concessioni.

(Fonte: http://pasionaria.it/sala-delle-donne-montecitorio-camera-dei-deputati-boldrini/)

 

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Virginia Raggi è la prima sindaca di Roma

Svolta in quel di Roma: Virginia Raggi ha vinto il ballottaggio contro Roberto Giachetti. È la prima sindaca della Capitale.

 

Speriamo che questa sindaca faccia qualcosa per la parità di genere. anche se, qualche mese fa, aveva chiesto all’a7 di “non ssere chiamata avvocata” ma di essere chiamata avvocato sminuendo il linguaggio di genere per cui ci stiamo tanto battendo.

 

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Premio nobel per la tecnologia assegnato per la prima volta a una donna

Il premio Nobel per la tecnologia è stato vinto dalla biochimica Frances Arnold, la prima donna a ricevere il Millennium Technology Prize 2016, il prestigioso riconoscimento da un milione di euro con cui l’Accademia finlandese per la tecnologia premia ogni due anni le innovazioni tecnologiche che più si sono distinte come rivoluzionarie e capaci di migliorare la qualità delle nostre vite.

Frances Arnold, che lavora al California Institute of Technology (Caltech), ha sbaragliato la concorrenza maschile perchè è stata la prima capace di “giocare a dadi” con l’evoluzione. Ha infatti sviluppato una tecnica che in laboratorio riproduce i processi casuali dell’evoluzione per mutare il Dna e generare proteine sempre nuove, non esistenti in natura, che possono essere utili nello sviluppo di farmaci, così come nella produzione di biocarburanti e nella chimica verde. «Tutto ciò che di più bello, complesso e funzionale esiste sul nostro pianeta è frutto dell’evoluzione – spiega Arnold – e ora anche noi possiamo servirci dell’evoluzione per creare cose che nessun uomo sarebbe in grado di progettare. L’evoluzione è il metodo tecnico progettuale più efficace del mondo, e noi dovremmo servircene per individuare nuove soluzioni biologiche ai problemi esistenti». La sua tecnica di “evoluzione diretta” ha rivoluzionato il lungo e gravoso processo di modifica delle proteine e oggi è impiegata in centinaia di laboratori e aziende in tutto il mondo. Le proteine modificate consentono infatti di sostituire processi produttivi molto costosi e quelli che usano materie prime fossili per la produzione di carburanti, prodotti in carta, farmaci, prodotti tessili e prodotti chimici agricoli. Per questo motivo il riconoscimento consegnatole durante la cerimonia di premiazione ad Helsinki è solo l’ultimo di una lunga serie: già nel 2012 il presidente Barack Obama l’aveva nominata tra gli scienziati e gli innovatori più importanti degli Stati Uniti. Vincendo la settima edizione del Millennium Technology Prize, Frances Arnold segna un traguardo storico per le donne nel mondo dell’innovazione tecnologica: tra i suoi illustri predecessori ci sono solo uomini, come il creatore del World Wide Web Tim Berners-Lee, l’inventore dei Led blu e bianchi Shuji Nakamura, e il pioniere delle cellule staminali Shinya Yamanaka.

(Fonte: Il Messaggero)

 

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La prima laureata del mondo era italiana. Lo sapevate?

Sapevate che la prima laureata al mondo era italiana? Si chiamava Elena Lucrezia Corner Piscopia.

Elena, una patrizia veneziana, si laureò in filosofia a Padova il 25 giugno 1678. Il fatto è stato accertato dall’ateneo patavino in occasione del terzo centenario ed è incontestabile sulla base del verbale di laurea.

La cosa non avvenne affatto in maniera semplice, al tempo ci furono forti opposizioni. Corner Piscopia era una donna di profondissima cultura: in grado di discettare di filosofia in greco, latino, francese, inglese e spagnolo, conosceva anche l’ebraico, l’arabo e il caldeo. Suonava e cantava, componeva poesie, conversava di scienze con il matematico Carlo Rinaldini, che poi divenne uno dei suoi maestri.

In un primo tempo la nobildonna avrebbe dovuto laurearsi in teologia, l’università aveva persino già stilato il verbale, ma un intervento del vescovo di Padova bloccò tutto. Il cardinale Gregorio Barbarigo – canonizzato da papa Giovanni XXIII – riteneva intollerabile che una donna si laureasse, e tantopiù in teologia, il cui insegnamento non poteva che essere riservato agli uomini. Dopo un lunga e aspra vertenza (sia i Corner, sia i Barbarigo erano illustri e potentissime casate veneziane) si giunse a un compromesso: Elena Lucrezia si laureerà, ma non in teologia, bensì in filosofia.

I contemporanei si resero conto che stava accadendo un fatto epocale: si radunò una folla immensa per assistere alla cerimonia di laurea. Le cronache dell’epoca parlavano di ventimila persone. La prima laureata del mondo divenne una celebrità: accolta nelle più importanti accademie dell’epoca, oggetto di visite da parte di dotti da ogni parte d’Europa. Il re di Francia, Luigi XIV, fece addirittura deviare un cardinale che da Parigi stava andando a Roma; questi, accompagnato da due docenti della Sorbona, fu incaricato di verificare se davvero la fama della donna fosse meritata. I tre confermarono.

Elena Lucrezia Corner Piscopia scomparve il 26 luglio 1684, a trentotto anni. Tanto era stata famosa in vita, tanto venne dimenticata da morta.

Bisognerà addirittura attendere il 1895 perché una badessa benedettina americana (Elena Lucrezia era stata oblata benedettina) ne rintracci la sepoltura a Padova nella Basilica di Santa Giustina.

Una statua, proveniente dallo smantellato monumento funebre, è stata collocata ai piedi dello scalone d’onore di Palazzo Bo, sede storica dell’università di Padova. Ma poco altro è stato fatto per ricordarla.

Elena Lucrezia Corner Piscopia dovrebbe trovarsi nel Pantheon delle glorie nazionali, invece la stragrande maggioranza degli italiani ne ignora purtroppo il primato.

(Fonte: www.glistatigenerali.com)

 

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La storia di Piera Aiello, testimone di giustizia

Oggi ho iniziato a leggere il libro “maledetta mafia scritto da Piera Aiello e il giornalista Umberto Lucentini. Sapete chi è Piera Aiello? È una testimone di giustizia.

È la cognata di Rita,(la cui storia potete leggere su https://stopviolenzadonne.wordpress.com/2015/07/21/la-storia-di-rita-atria-morta-per-la-giustizia/) (non mi faceva inserire il link al testo), la 17enne, anch’essa testimone di giustizia, che dopo una settimana dall’uccisione di Paolo Borsellino(che loro 2 chiamavano affettuosamente lo zio Paolo) si tolse la vita. Le 2 donne erano legatissime.

Pubblico il testo da “la vita viva di Piera Aiello” articolo di Don Luigi Ciotti

 

“«Piera, tu cosa vedi allo specchio?». «Una ragazza con un passato turbolento, un presente inesistente e un futuro con un punto interrogativo grande quanto il mondo». Lui mi guarda fisso negli occhi e dice: «Io vedo una ragazza che si è ribellata a un passato turbolento che non ha mai accettato. Vedo una ragazza che ha un presente e avrà un futuro pieno di felicità. Non per altro: ha diritto ad avere felicità per tutto quello che sta facendo». Ci vedeva lontano, Paolo Borsellino, mentre incoraggiava Piera Aiello a proseguire sulla sua strada, superando gli inevitabili momenti di paura e di smarrimento. Piera è una cara amica. Ma non è solo l’affetto e la stima che ci legano ad avere reso la lettura di questo libro emozionante. È la storia di una donna coraggiosa che ha detto no a una schiavitù sottile, fatta di mentalità, codici e abitudini tramandate negli anni e nei decenni. La mafia è innanzitutto questo: una prigione dell’anima. La rassegnazione a non pensare e a non sperare. La resa a un’idea disumana di società, dove o si ha il “privilegio” di appartenere alla schiera dei potenti e dei violenti, oppure bisogna servirli, contribuendo ai loro soprusi o fingendo di non vederli, accontentandosi delle briciole con cui viene ripagata la tua complicità e il tuo silenzio. Piera si è ribellata a tutto questo. Lo ha fatto perché ha avuto la fortuna di crescere in una famiglia onesta, un padre e una madre che le hanno voluto bene e insegnato che la dignità è il bene più prezioso, da cui discendono tutti gli altri. E lo ha fatto – viene da aggiungere – perché è una donna, e le donne, per loro specifica sensibilità, sembrano meno attratte dal potere, grande corruttore della natura umana. Sono queste qualità che permettono a Piera, adolescente, di guardarsi attorno, di farsi delle domande, di non dare per scontato quello che le scorre davanti agli occhi. Ecco allora l’inquietudine che le provoca la deferenza da cui è circondato Vito Atria, il padre del futuro sposo, boss di Partanna, e certi atteggiamenti e amicizie del figlio Nicola. Sospetti e inquietudini che verranno tragicamente confermati dal fiume di violenza che le si abbatte addosso, giovane sposa e madre della piccola Vita Maria. Dopo l’assassinio del marito, avvenuto sotto i suoi occhi, a pochi anni di distanza da quello del suocero, Piera decide di sottrarsi a un destino che non ha mai sentito suo. Sceglie di collaborare con la giustizia, di diventare testimone di giustizia. È allora che avviene l’incontro con Paolo Borsellino, cui Piera si affeziona come a un padre, e con tante persone che in quel frangente sanno starle vicino: giovani magistrate capaci d’immedesimarsi nel suo dramma, carabinieri che circondano d’attenzioni lei e la piccola Vita Maria, fino ad allestire per la bambina un piccolo parco giochi nel cortile della caserma. Piera entra nel programma di protezione e viene trasferita a Roma, dove poco tempo dopo viene raggiunta dall’amica Rita, la sorella del marito, a sua volta decisa a collaborare con la giustizia. Le pagine in cui Piera racconta della vita a Roma con Rita sono tra le più belle del libro. Due giovani donne – Rita ancora minorenne – che si fanno forza l’una con l’altra e cercano in quella situazione terribile di vivere anche momenti di relativa spensieratezza, sapendo di poter contare su Paolo Borsellino, lo “zio Paolo” che, sia pure a distanza, non manca mai di farsi vivo, di informarsi, di intervenire quando c’è da sbrogliare qualche piccolo problema burocratico, di far sentire la sua ferma e affettuosa tutela. Ma la tragedia è ancora lì, in agguato. Rita, che a Roma si è appena innamorata di Gabriele, militare della marina in missione in Albania, non regge alla notizia della strage di via D’Amelio. E mentre Piera è momentaneamente assente dalla città, si getta dal balcone. Piera ripiomba in una solitudine che pare senza sbocco, ora che non c’è più nemmeno Rita ad alleviarla. La mafia, con la sua micidiale capacità di espandere violenza, morte e disperazione, le ha fatto terra bruciata attorno. Ma c’è Vita Maria, c’è la sua famiglia, ci sono quelle parole che lo “zio Paolo” le rivolse quel giorno nella caserma, davanti a uno specchio: «Vedo una ragazza che ha un presente e avrà un futuro pieno di felicità. Non per altro: ha diritto ad avere felicità per tutto quello che sta facendo». Piera trova la forza di rialzarsi, procedere per quella strada incerta eppure illuminata da altri nuovi incontri. Ecco quel direttore didattico («un uomo buono») che non esita a iscrivere alla scuola elementare Vita Maria sotto falso nome, capendo che in certe circostanze la forma della legalità va subordinata ai bisogni profondi delle persone. E che anni dopo, quando Piera otterrà il diploma di maestra elementare, le permetterà sempre con un nome di copertura di svolgere nella sua scuola il necessario tirocinio.

Ecco l’incontro con Nadia, caparbia studentessa che anima un’associazione intitolata a Rita. Ecco l’umanità indimenticabile di un uomo come Antonino Caponnetto, “nonno Nino”, che dopo gli anni alla guida del pool di Palermo e dopo aver perso due collaboratori come Falcone e Borsellino, cui voleva bene come a dei figli, passa gli ultimi anni della vita a tener viva una memoria che deve farsi impegno incontrando i giovani e gli studenti di ogni parte d’Italia, conscio che «la mafia teme la scuola più della giustizia». Incontri illuminanti che danno a Piera molta forza, ma pure fanno risaltare con evidenza maggiore certe manchevolezze del programma di protezione. Non manca di denunciare, Piera – sia pure in modo rispettoso – un certo eccesso di burocrazia, di “distanza” istituzionale che caratterizza in certi casi l’accompagnamento dei testimoni di giustizia. Comportamenti che trovano magari ragione nel “protocollo”, ma che non tengono conto dell’esigenze e dei bisogni di chi imbocca per ragioni di coscienza, e a beneficio di tutti, un cammino così delicato. Nel 1997 Piera esce così dal programma, decisa a rifarsi una vita, e la vita le riserverà tante cose belle. È la gioia di avere finalmente in mano un documento d’identità, un “nome”. È la possibilità di poter votare, di sentirsi di nuovo «una cittadina italiana». È la gioia di rimettersi a lavorare, di vedere Vita Maria crescere e studiare, d’incontrare un uomo di cui innamorarsi e con cui sposarsi una seconda volta. Ma è anche la voglia di proseguire la sua strada, alimentare quella coscienza critica e quella responsabilità che l’hanno portata a scelte così difficili. Coscienza e responsabilità che Piera vorrebbe vedere diffuse attorno a sé, a partire dai giovani, affinché la giustizia si regga sempre meno su singole scelte coraggiose e sempre più su un impegno quotidiano e collettivo. Cara Piera, aveva davvero ragione Paolo Borsellino quando incoraggiava quella giovane donna a resistere. Ragione nel prospettarti una vita certo difficile, ma vera e intensa. Una vita viva.”

(Da Repubblica)

 

Se ne avete tempo e voglia, comprate il libro e leggetelo. È commovente e bello.

 

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Ricordando Felicia Bartolotta Impastato

Felicia Bartolotta nasce in una famiglia di piccola borghesia con qualche appezzamento di terreno di proprietà, coltivato ad agrumi e ulivi. Il padre era impiegato al Municipio, la madre casalinga, come sarà anche Felicia.
Si sposa, nel 1947, con Luigi Impastato, di una famiglia di piccoli allevatori legati alla mafia del paese: «Io allora non ne capivo niente di mafia, altrimenti non avrei fatto questo passo» (così racconta nella sua storia di vita pubblicata nel volume La mafia in casa mia, da cui sono tratte anche le citazioni successive). In effetti Felicia sceglie di sposarsi con Luigi per amore, dopo avere preso una decisione non usuale a quei tempi nelle famiglie come la sua. Era stata fidanzata con un uomo scelto dal padre, mentre lei avrebbe voluto un giovane di un altro paese che le piaceva di più, ma non era benvoluto dalla sua famiglia. Ma poco prima del matrimonio, quando già era tutto pronto, disse al padre che non voleva più sposarsi e che non dovevano permettersi di prenderla con la forza (cioè, come si usava, non dovevano rapirla per la tradizionale fuitina).
Il 5 gennaio 1948 nasce Giuseppe; nel 1949 nasce Giovanni che morirà nel 1952; nel 1953 nasce il terzo figlio, anche lui Giovanni.
Luigi Impastato, durante il periodo fascista, aveva fatto tre anni di confino a Ustica, assieme ad altri mafiosi della zona, e durante la guerra aveva fatto il contrabbando di generi alimentari. Dopo non ebbe più problemi con la giustizia.
Uno dei suoi fratelli, soprannominato “Sputafuoco”, era impiegato come gabelloto (affittuario) in un feudo. Il cognato di Luigi, Cesare Manzella, marito della sorella, era il capomafia del paese. Manzella muore nel 1963, ucciso assieme al suo campiere (guardia campestre) dall’esplosione di un’auto imbottita di tritolo, durante la guerra di mafia che vide contrapposte la cosca dei Greco, con cui era alleato, e quella dei La Barbera. La morte dello zio colpisce profondamente Peppino, che aveva quindici anni e da tempo aveva cominciato a riflettere su quanto gli dicevano il padre e lo zio. Felicia ricorda che le diceva: «Veramente delinquenti sono allora».
L’affiatamento con il marito dura molto poco. Lei stessa afferma: «Appena mi sono sposata ci fu l’inferno. Attaccava lite per tutto e non si doveva mai sapere quello che faceva, dove andava. Io gli dicevo: ‘Stai attento, perché gente dentro [casa] non ne voglio. Se mi porti qualcuno dentro, che so, un mafioso, un latitante, io me ne vado da mia madre’». Felicia non sopporta l’amicizia del marito con Gaetano Badalamenti, diventato capomafia di Cinisi dopo la morte di Manzella, e litiga con Luigi quando vuole portarla con sé in visita in casa dell’amico. Il contrasto con il marito si acuirà quando Peppino inizierà la sua attività politica.
Per quindici anni, dall’inizio dell’attività di Peppino fino alla morte di Luigi, avvenuta otto mesi prima dell’assassinio del figlio, la vita di Felicia è una continua lotta, che però non riesce a piegarla. In quegli anni non ha più soltanto il problema delle amicizie del marito. Ora c’è da difendere il figlio che denuncia potenti locali e mafiosi e rompe con il padre, impegnandosi nell’attività politica in formazioni della sinistra assieme a un gruppo di giovani che saranno con lui fino all’ultimo giorno.
Felicia difende il figlio contro il marito che lo ha cacciato di casa, ma cerca anche di difendere Peppino da se stesso. Quando viene a sapere che Peppino ha scritto sul giornale ciclostilato «L’idea socialista» un articolo sulla mafia fa di tutto perché non venga pubblicato: «…fece un giornalino e ci mise che la mafia era merda. Quando l’ho saputo io, salgo sopra e vedo… E dissi: “E dài, Giuseppe figlio, io ti do qualunque cosa se ti mi consegni quel giornalino. Tu non lo devi pubblicare quel giornale”…Andavo da tutti… dicendo di non presentare quel giornalino». E quando l’attività politica di Peppino entra nel vivo, non ha il coraggio di andare a ascoltare i suoi comizi, ma intuendo di cosa avrebbe parlato chiede ai suoi compagni di convincerlo a non parlare di mafia. E a lui: «Lasciali andare, questi disgraziati».
Morto il marito (in un incidente che può essere stato un omicidio camuffato), la cui presenza era in qualche modo una protezione per il figlio, Felicia intuisce che per Peppino sono aumentati i pericoli: «Guardavo mio figlio e dicevo: ‘Figlio, chi sa come ti finisce’. Lo andai a trovare che era a letto, gli dissi: ‘Giuseppe, figlio, io mi spavento’. E come apro quella stanza, ché ci si corica mia sorella là, io vedo mio figlio, quella visione mi è rimasta in mente».
La mattina del 9 maggio 1978 viene trovato il corpo sbriciolato di Peppino. Felicia dopo alcuni giorni di smarrimento decide di costituirsi parte civile (allora era possibile chiederlo anche durante la fase istruttoria). Una decisione che nelle sue intenzioni doveva servire anche per proteggere Giovanni, il figlio che le era rimasto e che, al contrario, in questi anni si è impegnato assieme alla moglie (anche lei Felicia), per avere giustizia per la morte di Peppino. Felicia ricorda: «Gli dissi: ‘Tu non devi parlare. Fai parlare me, perché io sono anziana, la madre, insomma non mi possono fare come possono fare a te’». Per questa decisione ha dovuto fare ancora una volta una scelta radicale, rompere con i parenti del marito che le consigliavano di non rivolgersi alla giustizia, di non mettersi con i compagni di Peppino, con i soci del Centro siciliano di documentazione di Palermo, successivamente intitolato a Peppino, di non parlare con i giornalisti.
Al contrario, da allora Felicia ha aperto la sua casa a tutti coloro che volevano conoscere Peppino. Diceva: «Mi piace parlarci, perché la cosa di mio figlio si allarga, capiscono che cosa significa la mafia. E ne vengono, e con tanto piacere per quelli che vengono! Loro si immaginano: ‘Questa è siciliana e tiene la bocca chiusa’. Invece no. Io devo difendere mio figlio, politicamente, lo devo difendere. Mio figlio non era un terrorista. Lottava per cose giuste e precise«. Un figlio che: «… glielo diceva in faccia a suo padre: ‘Mi fanno schifo, ribrezzo, non li sopporto… Fanno abusi, si approfittano di tutti, al Municipio comandano loro’… Si fece ammazzare per non sopportare tutto questo».
Le delusioni, quando sembrava che non si potesse ottenere nulla, e gli acciacchi di un’età che andava avanzando non l’hanno mai piegata. Al processo contro Badalamenti, venuto dopo 22 anni, con l’inchiesta chiusa e riaperta più volte grazie anche all’impegno di alcuni compagni di Peppino e del Centro a lui intitolato, con il dito puntato contro l’imputato e con voce ferma lo ha accusato di essere il mandante dell’assassinio.
Badalamenti è stato condannato, come pure è stato condannato il suo vice.
Entrambi sono morti, e Felicia, che aveva sempre detto di non volere vendetta ma giustizia, a chi le chiedeva se aveva perdonato rispondeva che delitti così efferati non possono perdonarsi e che Badalamenti non doveva ritornare a Cinisi neppure da morto. E il giorno in cui i rappresentati della Commissione parlamentare antimafia le hanno consegnato la Relazione, in cui si dice a chiare lettere che carabinieri e magistrati avevano depistato le indagini, esprime la sua soddisfazione: «Avete risuscitato mio figlio».
Felicia ha accolto sempre con il suo sorriso tutti, in quella casa che soltanto negli ultimi tempi, dopo un film che ha fatto conoscere Peppino al grande pubblico, si riempiva, quasi ogni giorno, di tanti, giovani e meno giovani che desideravano incontrarla. Rendendola felice e facendole dimenticare i tanti anni in cui a trovarla andavamo in pochi e a starle vicino eravamo pochissimi. E ai giovani diceva: «Tenete alta la testa e la schiena dritta».

(Fonte: Enciclopedia delle donne)

 

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