La storia di Mirella Casale, l’insegnante che introdusse i disabili nelle classi “normali”

Mirella Antonione Casale è una madre. Mirella Antonione Casale è un’insegnante. Mirella Antonione Casale è un’attivista. Mirella Antonione Casale, però, è soprattutto una donna eccezionale. E il servizio pubblico svolge il suo ruolo raccontandola nel film tv Rai La classe degli asini, dandole il volto di Vanessa Incontrada. Fu lei, per una tragedia familiare e per aver aperto gli occhi sul destino scolastico dei diversamente abili, a far sì che l’inclusione di quest’ultimi nelle classi, con un insegnante di sostegno, diventasse realtà e superasse la riforma Gentile, discriminatoria e anacronistica con le sue classi differenziali. Decisione sancita dalla legge 517 del 4 agosto 1977, arrivata grazie alla sua lotta senza sosta per i più piccoli e i più indifesi.

Nel 1968, dopo aver fatto il concorso, divenne preside di una scuola media. 9 anni prima che lei diventasse preside, una malattia colpì la figlia Flavia. La piccola aveva appena 6 mesi quando fu colpita da un’influenza fortissima che le provocò encefalite virale. Andò in coma, ma si salvò, riportando danni al cervello; Mirella, però, non si arrese e nonostante ciò a 6 anni la iscrisse a scuola. Però tutti la rifiutarono, tranne istituti privati.

Fu la disabilità di sua figlia a spingere Mirella a combattere per i diritti delle persone disabili.

 

Grazie, Mirella! Ti ringrazio personalmente, perché se non avessi fatto cambiare le cose, a quest’ora io non sarei quella che sono oggi e non avrei frequentato scuole “normali”.

(Fonte: http://www.giornalettismo.com/archives/2187347/mirella-casale-chi-e/)

 

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#laviolenzanonsivede

La commissione pari opportunità dell’unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti della Campania, organizza, per il 29 ottobre, un convegno sulla violenza alle donne, e in particolare di quelle non vedenti. Si terrà ad Avellino e interverranno un’avvocata e una psicologa.

Anche Blog delle donne partecipa al convegno.

Ecco il link dell’evento http://www.uicinapoli.it/index.php/pag=news/id=1291313921_162/titolo=La%20Violenza%20non%20si%20Vede.

Avvocata insultata su facebook, autori condannati a un anno di reclusione

L’avevano offesa su Facebook perché “nana”, colpevole, in quanto avvocata, di difendere 2 loro avversari in una causa. Vittima era stata Giovanna Zavettieri, 32 anni, colpita da acondroplasia, patologia congenita alla base del nanismo, che dopo aver ricevuto le offese sul social nel 2013, aveva deciso di denunciare i 2 alla polizia.

Parole che sono costate care a A. Dell’Orsi e M. Vigorelli condannati in rito abbreviato a un anno di reclusione per diffamazione con 2 aggravanti: la pubblicazione di dichiarazioni lesive sul social network e la violazione alla legge a tutela delle persone disabili. Non solo: dovranno anche risarcire con 9000 euro 3 associazioni di difesa dei diritti dei disabili, oltre che con 10000 la parte offesa.

“Non ho mai subito nulla di così umiliante – racconta l’avvocata – Non si sono limitati a chiamarmi nana ma sono andati molto oltre”. Tutto è cominciato quando lei aveva deciso di difendere la zia, inserviente di una cooperativa con contratto all’Oviesse di Domodossola, e una dipendente dello stesso grande magazzino. I 2 oltre che prendersela con le donne avevano subito messo nel mirino l’avvocata pubblicando sul loro profilo pubblico Facebook i pesantissimi insulti tutti riferiti alle sue “condizioni” fisiche. Lei però è passata al contrattacco.

“Ho sperato anche in scuse pubbliche, ma non ho ottenuto risposta. E quei commenti terribili sono rimasti visibili a lungo. Così ho contattato 2 associazioni nazionali a cui sono iscritta, l’Aisac, associazione per l’informazione e lo studio dell’acondroplasia, e “Acondroplasia insieme per crescere”,  e poi la Ledha, lega per i diritti delle persone con disabilità. Abbiamo deciso insieme di costituirci parte civile in questo procedimento”.

Procedimento che in seguito hanno vinto.

(Fonte: Repubblica)

 

In quanto disabile e in quanto futura avvocata, manifesto piena solidarietà alla dott. Zavettieri! Un abbraccio forte!

 

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A Salerno le donne disabili sfilano per combattere i pregiudizi

Quando sulla passerella le modelle sono disabili. E si vogliono sentire belle. Il défilé-evento ‘Bellezza senza confini’, in programma giovedì 10 dicembre a Salerno, per abbattere qualsiasi pregiudizio.

filerò con un abito da sposa sulla sedia a rotelle, non ho altro modo. Mi muovo con stampelle e carrozzine dalla nascita, ma la disabilità forse serve anche a questo, a mostrare che esiste un’altra bellezza oltre a quella promossa dalla moda». Così, Benedetta De Luca, 28enne salernitana, racconta a LetteraDonna la sua prima volta da modella per l’evento-sfilata ‘Bellezza senza confini‘, in programma giovedì 10 dicembre a Salerno, presso la sede comunale di Palazzo dei Marmi. Un’iniziativa per sensibilizzare all’inclusione sociale abbattendo lo stereotipo secondo cui un disabile tende a trascurarsi, a vedersi brutto e in secondo piano. Il progetto, lanciato dal marchio ‘Beyouty‘ della lookmaker Francesca Ragone, si propone come un momento di integrazione tra arte, moda e sociale, in cui le protagoniste non sono modelle professioniste ma donne diversamente abili: «per me la bellezza è l’armonia delle imperfezioni. Non c’è alcun limite nel sentirsi belli e piacersi, ma questo deve valere sia per chi cammina perfettamente sia per chi deve aiutarsi con le stampelle. Ti devi piacere come sei per stare bene con te stesso e poi con gli altri », perché, spiega la Ragone, «la bellezza è la sintonia tra l’esteriorità e l’interiorità perché solo attraverso la personalità che possiamo trasferire la nostra bellezza agli altri».

LA BELLEZZA CHE VA OLTRE ‘Bellezza senza confini’ è il frutto di una maturazione personale e professionale grazie alla quale Francesca Ragone è riuscita a guardare oltre il mondo patinato delle passerelle :«L’esperienza come make-up artist alla fashion week di New York mi ha aperto le porte a questo approccio all’imperfetto. Le modelle disabili erano considerate alla pari a tutte le altre, nessun pietismo ma ricerca della propria bellezza. Lì ho imparato ad ascoltare prima di lavorare ».

LA PERCEZIONE DEL DIVERSO La disabilità non è una cosa così immediata da percepire e spesso nasconde paure personali come quella di andare oltre, di distaccarsi dalla serena ‘normalità’, per questo è importante un lavoro su se stessi prima di approcciarsi agli altri: «capita che non riusciamo a vederci belle in altro modo e guardiamo le stampelle come un elemento freddo. Invece, dovremmo guardare la persona come un tutt’uno, la bellezza nella sua interezza. Quelle stampelle servono per dare sostegno alla sua camminata, sono un accessorio come una borsa o una collana», sostiene la Ragone.

BELLEZZA E DISABILITÀ «Per me la bellezza è anche una sfida: ho scoperto quanto ancora quanto possiamo essere forti anche noi disabili, utili e belle», spiega Benedetta che in passerella porta il candore della collezione sposa della stilista Pinella Passaro, tutor di successo nella rubrica wedding della trasmissione Detto Fatto su Rai 2. Fascino da femme fatal, chioma bionda e rossetto rosso, la procace modella campana non ha dubbi sul valore di questa esperienza che l’ha aiutata a riscoprire con maggiore forza la sua femminilità, al di là delle patologie «essere disabile non equivale a essere brutti, tristi o ad aver poca voglia di vivere. Siamo belle e piacciamo. Io, la mattina mi guardo allo specchio e dico: sono bella anche io, che limite ho?».

IL CONTESTO SOCIALE L’autostima e la forza personale non bastano, c’è bisogno di una efficace politica sociale che crei un contesto favorevole in cui un disabile possa costruire una propria identità e sentirsi perfettamente integrato nella società: «A Salerno vivo bene, è una grande città con tutti i servizi per noi disabili. I problemi più grossi li ho riscontrati alle scuole medie perché non c’erano le strutture idonee. Studio Giurisprudenza e un domani combatterò anche per queste cose», prosegue Benedetta.

IL RAPPORTO CON GLI ALTRI Spesso, per un disabile, la difficoltà nel rapporto con gli altri proviene proprio dall’atteggiamento di chi ci circonda. La percezione della disabilità è ancora segnata da un tendenza al pietismo piuttosto che da un condivisione alla pari, come ha spiegato la modella: «Nel mio ‘io’ non mi sento disabile, a volte è più la società che me lo impone. Io mi sento bene con me stessa ma a volte sono gli altri a ricordarmi il problema! A scuola, per esempio, ricordo i commenti senza filtri dei compagni, oggi ho capito che non sono io il problema ma sono gli altri. Siamo esseri umani e abbiamo diritto a una vita dignitosa come tutti. La disabilità senza dubbio comporta problemi fisici e pratici ai quali, a malincuore, col tempo ci si abitua. A quello che non ci si abitua mai è la solitudine, il senso di inutilità, di abbandono: «Se provo a entrare nei pensieri di tanti disabili da nord a sud, credo che la domanda : ‘cosa ci faccio io al mondo?’ sia la più gettonata».

(Fonte: www.letteradonna.it)

 

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