Assorbenti messaggeri

Lunanuvola's Blog

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Immaginate se gli uomini fossero disgustati dallo stupro quanto lo sono dalle mestruazioni.

no

– Saresti così carina se…

– NO.

Queste sono opere di Elonë, una giovane donna di Karlsruhe in Germania. Elonë scrive i suoi messaggi sugli assorbenti igienici e li appiccica in luoghi pubblici a pali, muri, semafori, eccetera.

La sua missione è attirare l’attenzione su stupri, molestie, sessismo e sul biasimo fatto ricadere addosso alle vittime di tutto ciò; il suo desiderio è che le donne si sentano umane, a proprio agio e intere in se stesse, in special modo quando si tratta di discutere questioni simili.

Altre donne, ispirate dalle sue azioni, stanno cominciando a usare gli assorbenti-messaggeri nelle loro città. Non so se in Italia qualcuna abbia già preso in prestito l’idea di Elonë, ma a me sembra ottima e assai condivisibile. Maria G. Di Rienzo

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#nonunadimeno i media non parlano della manifestazione che ha portato a Roma duecentomila persone

Il comunicato di “NonUnaDiMeno”

Ieri a Roma una manifestazione di almeno 200 mila persone condotta dalle donne, potente e bella come una marea, ha detto all’opinione pubblica di questo Paese che la violenza maschile deve finire perché rovina e spegne le nostre vite, e che le femministe hanno la competenza, il metodo e l’esperienza per sapere quali misure adottare e quali interventi. Oggi discuteremo in migliaia alla Università di Roma un piano d’azione nazionale femminista contro la violenza maschile che sia utile ed efficace. Quando sarà pronto chiederemo con tutte le nostre forze che venga adottato. Ma nelle edizioni della sera i maggiori telegiornali hanno fatto scomparire la notizia. Il TgUno, che appena il 25 novembre condannava la violenza sulle donne, ieri sera ha intervistato solo la Ministra Boschi e poi, come per caso, è stata data la notizia che migliaia di donne avevano sfilato a Roma per dire no alla violenza. RaiDue ha mostrato un papà con un bambino sullo sfondo del Colosseo e della manifestazione, sembrava una festa per famiglie. La7 non si è accorta di niente. E allora si pone un problema di democrazia e rispetto delle leggi.

Non accettiamo più che i governi non agiscano da subito per contrastare il femminicidio, che si chiudano i Centri Antiviolenza, che non si faccia prevenzione, educazione, formazione. Volete un’altra manifestazione, più grande? Noi abbiamo le ragioni urgenti, l’energia e la rabbia per farla.

(Fonte: Facebook)

 

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La storia di Maria Rosa, che nel 1939 rifiutò il matrimonio riparatore

Suo padre ha gli occhi bassi non per paura ma per rabbia, ha le mani callose e forti da contadino, sua madre invece la guarda in faccia e pensa a tutto quel che potrebbe accadere e accadrà, a ciò a cui andranno incontro, alla rovina, alla reputazione di quella figlia così bella e così fiera. Ma è tutto un attimo, il padre risponde «Figlia mia, non ti preoccupare, non te lo sposi e non lo denunci, lo denunciamo». È il 1939 e siamo a Cinisi. Maria Rosa ha 17 anni, è stata rapita di sera da un ragazzo che lavorava nelle terre con suo padre( non era solo c’erano anche i suoi due fratelli);  lui l’aveva stuprata e per questo lei doveva sposarlo.

Denunciarono, i tre finirono in galera.

Maria Rosa partì per Partinico e lì studiò.

Trenta anni dopo, negli anni 60, un’altra ragazza, ad Alcamo, denunciò lo stupratore e rifiutò il matrimonio riparatore: era Franca Viola che rese poi pubblica la sua storia, a differenza di Maria Rosa. Quella che condusse dritta l’Italia verso i diritti delle donne, anche se con i tempi che conosciamo: solo il 5 settembre del 1981 sono stati aboliti il delitto d’onore e il matrimonio riparatore dai codici di legge. 42 anni dopo la denuncia sconosciuta di Maria Rosa e circa 15 anni dopo quella di Franca Viola.

Maria Rosa Vitale, proprio negli anni in cui Franca Viola ripeteva i suoi stessi passi e i suoi stessi tormenti, era segretaria nella scuola di Cinisi, non si era sposata ma era donna attiva e presente nella società e nella politica, fu la prima donna consigliera comunale e poi assessora a Cinisi, dove era tornata a vivere. Poi si innamorò di un uomo separato( all’epoca il divorzio ancora non c’era) e i due andarono a vivere insieme a Palermo e da quell’amore nacque una figlia non cercata, Vera. Vera Abbate, archeologa, oggi è consigliera comunale del Pd proprio a Cinisi, mamma di tre figli, non sapeva nulla di questa storia, non sapeva da dove derivasse tutto il coraggio di quella mamma adorata, oggi morta, che le ripeteva da mattino a sera «devi credere in te stessa, figlia mia, nulla ti è impossibile ricordatelo, sarai spesso sola e dovrai ricordartelo soprattutto allora, di difenderti e di difendere quello in cui credi e vuoi diventare e fare».

Fino a quando un giorno bussano alla porta di Vera i ragazzi di un giornale locale, «Vera possiamo farti un’intervista su tua madre?», certo, crede che si parlerà della prima assessora donna di Cinisi e invece si parlerà della prima donna che in Italia denunciò uno stupro e rinunciò al matrimonio riparatore, no, non Franca Viola, sua madre. Glielo conferma lo zio, il fratello ancora vivo di sua mamma, e gliela racconta tutta quella storia «che tanto ci fece soffrire, ma che tanto ha inciso nella nostra storia».

La storia di quella famiglia è la storia dell’Italia intera, della Sicilia, la storia dei diritti delle donne sovrapposta al cammino civile di una nazione, che non lo ricorda nemmeno il nome di Maria Rosa, ma non si stupirà più di tanto perché il dna del coraggio spesso reca le sembianze del genere per nulla debole, tra queste strade accecate di troppa luce o di troppo buio.

La sua storia la racconta pubblicamente in un monologo un’altra donna di Cinisi, Francesca Randazzo, che di Radio Aut era parte e da sempre racconta e si batte per i diritti delle donne. Vera non sa perché sua madre non ha mai reso pubblica la sua storia, nemmeno quando un’altra ragazzina siciliana negli anni ’60 fece lo stesso gesto con più clamore, ma era già un’altra Italia, quella della tv e del boom economico, della speranza e della voglia di fare e di cambiare. Non sa perché non ne ha mai voluto parlare con lei, unica figlia amatissima.

Forse perché per Maria Rosa la sua era la storia di una normale donna con un normale gesto in un paese normale.

(Fonte: http://www.unita.tv/opinioni/questa-di-maria-rosa-e-una-storia-vera-di-coraggio-e-riscatto/)

 

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Ho iniziato dalla scuola: ecco il mio intervento per il #25novembre

Stamattina, in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione contro la violenza sulle donne, ho partecipato come relatrice a un seminario rivolto ai ragazzi che si è svolto all’istituto Giuseppe Mazzini di Napoli, che è stata anche la mia scuola.

Ecco il testo del mio intervento: (per alcuni punti ho preso spunto da un testo scritto qualche giorno fa dalle autrici di pasionaria.it)

 

I 5 punti per una corretta narrazione della violenza:

Io non sono una giornalista, sono una blogger e leggo ogni giorno di donne ammazzate, stuprate o violate. Il modo in cui viene narrata una violenza dovrebbero essere cambiati e dobbiamo essere proprio noi ragazzi a cambiare questa cultura.

Ecco 5 punti che vorrei analizzare insieme a voi; qualcuno è stato analizzato da alcune mie colleghe blogger

1: la rappresentazione della donna vittima giovane e bella, col volto tumefatto, o con l’occhio nero: questo tipo di rappresentazione fa capire al lettore che a subire violenza sono solo le donne giovani e belle, quando invece non è così. La violenza non ha estrazione sociale, viene perpetuata nei confronti di donne ricche e anche di quelle povere e di qualunque età.

2: i midia ci raccontano solo le violenze più gravi come il femminicidio o lo stalking, quando invece la violenza è anche altro; sono le discriminazioni, anche quelle nei confronti delle persone disabili, le molestie sugli autobus, le battute sessiste( alla Boldrini gliene hanno dette di tutti i colori).

3: i media tendono a giustificare l’uomo violento. L’hanno scorso leggevo: “lei lo aveva lasciato e lui era stressato”; questa frase sottolinea il fatto che è la donna l’essere colpevole, l’uomo agisce di conseguenza. Invece la questione è più profonda e ben diversa: l’uomo, che considera la donna una sua proprietà, la uccide perché visto che lei lo ha lasciato, ha perso il possesso su di lei.

4: omicidio=raptus: leggiamo quasi sempre una frase tipo questa: il marito ha ucciso la moglie in un raptus”; l’omicidio non è una questione di rabbia momentanea, ma avviene dopo un escalation di violenze fisiche e psicologiche.

5: lo stupro è colpa della vittima: non so se ricordate il caso della 16enne stuprata a Roma l’anno scorso, questo è un esempio per tutti. Lì l’opinione pubblica tendeva a incolpare la ragazzina chiedendosi come mai lei a mezzanotte era in giro da sola, com’era vestita, ecc ecc. Lo stupro non dipende dall’abbigliamento o dal fatto che una persona se ne vada in giro da sola in tarda sera. Quindi i media dovrebbero limitarsi a scrivere i fatti così come sono andati e cioè che l’uomo ha stuprato una ragazza.

 

Alcune parole le ho cambiate rispetto a stamattina, ma il succo del discorso che ho fatto ai ragazzi è stato questo.

 

VIOLENZA DI GENERE E FEMMINICIDIO di Antonella Merli

Un Altro Genere Di Rispetto

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ABSTRACT

La c.d. legge sul femminicidio (d.l. 14 agosto 2013, n. 93, conv., con mod., dalla l. 15 ottobre 2013, n. 119) ha introdotto nel settore del diritto penale sostanziale e processuale una serie di misure, preventive e repressive, per combattere la violenza contro le donne per motivi di genere. Nella prima parte di inquadramento generale del fenomeno vengono analizzati i profili giuridici, criminologici e antropologici che sorreggono le nozioni di violenza di genere e di femminicidio. La c. d. violenza di genere racchiude al suo interno una serie di fatti di reato di diverso tipo (omicidio, maltrattamenti, stalking, percosse, lesioni), accomunati dal contesto e dal soggetto passivo cui sono diretti. Quanto al femminicidio, che fa proprio (o contiene in sé) il concetto culturale di violenza di genere, è un’espressione che descrive il fenomeno con riferimento alle sue basi empirico-criminologiche, ponendo in risalto la posizione o il ruolo dell’autore. La…

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Secondo lo spot Rai, le donne sono predestinate a subire violenza

In occasione della giornata contro la violenza sulle donne del 25 Novembre solitamente si scatena la pericolosa retorica delle campagne istituzionali. Purtroppo anche quest’anno è accaduto. La spot realizzato dalla rai vede come protagonisti bambini e bambine. Tra quest* c’è chi da grande vorrebbe fare la veterinaria, chi il maestro di sci, chi la stilista e chi: “quando sarò grande andrò in ospedale perchè mio marito mi picchia”.

Cosa ci dice questo spot? Che la bambina da grande verrà picchiata, che questo è il suo destino, che così è scritto. E se è scritto nè io, nè lei, nè chi la picchierà potremmo farci niente, potremmo evitarlo. Questa campagna non solo ci dice che le donne sono destinate a subire violenza, ma che gli uomini sono condannati ad agirla. Violenza come destino sia per chi la subisce sia per chi la esercita.

Questa comunicazione è fortemente sbagliata, fuorviante e pericolosa, non solo perchè nasconde le ragioni profonde e strutturali della violenza di genere contro le donne, ma anche perchè delegittima qualsiasi forma di azione/prevenzione per rendere possibile il cambiamento. Perchè se è scritto nei geni, nella biologia, nelle stelle allora non puoi far nulla per cambiare.

Ma non è così. La violenza contro le donne ha una sua specificità, ha motivazioni sociali, culturali, economiche, è profonda, è radicata, non è solo quella esposta, quella dell’occhio nero, è quella verbale, psicologica, economica. La violenza non è un destino, proprio per questo possiamo prevenirla, agendo sulle cause. Questo spot raccontandoci una bugia, presentando alle donne la violenza come loro destino di genere, le condanna alla passività, all’accettazione rassegnata.

La campagna istituzionale della RAI ha giustamente suscitato lo sdegno di tanti e tante. La richesta di ritiro è arrivata da Lea Melandi e altri spazi e realtà femministe. C’è anche una petizione. Perchè in questo caso si tratta veramente di rovinare il lavoro preziosissimo di tante donne che si impegnano quotidianamente contro la violenza e che dovrebbero essere interprellate prima di realizzare queste campagne.

Non vogliamo più vedere questo tipo di rappresentazioni. Alimentano proprio quella violenza che dicono di voler combattere. Vogliamo narrazioni e linguaggi diversi. E’ possibile realizzarli. Un esempio bellissimo è la campagna grafica di Chayn Italia #cambiamoilfinale.

Non vogliamo essere rappresentate sempre e solo come vittime, perchè la violenza non è il nostro destino, non siamo come ci rappresentano e pretendiamo che le cose cambino.

Di Enrica

(Fonte: NarrAzioni Differenti)

 

24 novembre 2016: Elisabeth Huayta uccisa dal marito davanti ai figli

Un femminicidio proprio alla vigilia della giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

Un uomo ha ucciso la moglie 29enne Elisabeth Huayta, strangolandola sotto gli occhi dei due figli.

La donna aveva deciso di andarsene per sempre insieme ai suoi bambini, ma lui non le ha lasciato il tempo di farlo.

Sono stati i vicini, sentendo richieste di aiuto, a chiamare i carabinieri.

(Fonte: Repubblica)

 

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Dillo che sei mia. La trappola fatale dell’immaginario – di Michela Murgia

Un Altro Genere Di Rispetto

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Ruotano due grandi fraintendimenti semantici inforno alla parola femminicidio.

Il primo riguarda il collegamento con la prospettiva della morte ed è quello più evidente. Per quanto appaia incredibile, resta ancora problematico convincere la maggior parte delle persone a utilizzare questo termine in senso proprio, cioè per riferirsi alla morte delle donne che hanno perso la vita per mano maschile dentro a rapporti fondati sullo squilibrio di potere tra i generi.

“A cosa serve chiamarlo femminicidio?” – continuano a chiedere alcuni e talvolta alcune – “La parola omicidio comprende già i morti di tutti i sessi”.

Sarebbe un’obiezione vera solo se la parola “femminicidio” indicasse il sesso delle morte, laddove invece indica il motivo per cui sono state uccise.

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La storia di Mirella Casale, l’insegnante che introdusse i disabili nelle classi “normali”

Mirella Antonione Casale è una madre. Mirella Antonione Casale è un’insegnante. Mirella Antonione Casale è un’attivista. Mirella Antonione Casale, però, è soprattutto una donna eccezionale. E il servizio pubblico svolge il suo ruolo raccontandola nel film tv Rai La classe degli asini, dandole il volto di Vanessa Incontrada. Fu lei, per una tragedia familiare e per aver aperto gli occhi sul destino scolastico dei diversamente abili, a far sì che l’inclusione di quest’ultimi nelle classi, con un insegnante di sostegno, diventasse realtà e superasse la riforma Gentile, discriminatoria e anacronistica con le sue classi differenziali. Decisione sancita dalla legge 517 del 4 agosto 1977, arrivata grazie alla sua lotta senza sosta per i più piccoli e i più indifesi.

Nel 1968, dopo aver fatto il concorso, divenne preside di una scuola media. 9 anni prima che lei diventasse preside, una malattia colpì la figlia Flavia. La piccola aveva appena 6 mesi quando fu colpita da un’influenza fortissima che le provocò encefalite virale. Andò in coma, ma si salvò, riportando danni al cervello; Mirella, però, non si arrese e nonostante ciò a 6 anni la iscrisse a scuola. Però tutti la rifiutarono, tranne istituti privati.

Fu la disabilità di sua figlia a spingere Mirella a combattere per i diritti delle persone disabili.

 

Grazie, Mirella! Ti ringrazio personalmente, perché se non avessi fatto cambiare le cose, a quest’ora io non sarei quella che sono oggi e non avrei frequentato scuole “normali”.

(Fonte: http://www.giornalettismo.com/archives/2187347/mirella-casale-chi-e/)

 

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#nonunadimeno verso il #26novembre

La manifestazione nazionale del 26 novembre, organizzata da D.I.Re donne in rete e IO decido, si avvicina. C’è grande fermento e tutt* sono pront* a partire per Roma a dire basta alla violenza sulle donne. Associazioni, persone comuni, attivist*, femministe ecc ecc… Tutti per dire #nonunadimeno.

Il corteo partirà sabato 26 novembre da Piazza della Repubblica alle 14 fino a pomeriggio inoltrato. Mentre domenica 27 ci sarà l’assemblea per discutere di tematiche di genere. Un continuo della manifestazione del giorno prima.

Per ulteriori info andate sul blog dell’evento http://nonunadimeno.wordpress.com

 

Per impegni personali, purtroppo non potrò essere presente alla manifestazione, ma col cuore e con la mente sicuramente sarò lì. In compenso, però, venerdì 25, che è proprio la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, sono stata invitata in una scuola per parlare di violenza sulle donne. Sono stata molto felice di accettare l’invito, perché penso che se vogliamo un cambiamento culturale, dobbiamo iniziare a parlare di questi temi nelle scuole. Dobbiamo partire dai più piccoli.

Il video messo sul web dalle delle Cattive Maestre, gruppo di insegnanti nato nel 2015 in contrapposizione alla riforma detta “buona scuola” oggi legge 107, rende il mio concetto ancora più chiaro. Loro in particolare invitano oltre che partecipare alla manifestazione nazionale, anche a parlare in classe di violenza sulle donne.

L’appello delle Cattive Maestre:

26N manifestazione nazionale contro la violenza maschile sulle donne: le CattiveMaestre ci saranno. Perché la violenza sulle donne si combatte a partire dai banchi di scuola, promuovendo saperi e pratiche educative che decostruiscano gli stereotipi di genere e mettano in discussione la cultura sessista ed omofoba.

Perché in quanto docenti donne rifiutiamo l’associazione a un immaginario che ci vede materne e pronte al sacrificio. Siamo lavoratrici, professioniste dell’educazione, ed in quanto tali esigiamo diritti.

Con questo video invitiamo tutto il mondo della scuola – insegnanti, educatrici ed educatori, studentesse e studenti, genitori – a scendere in piazza e partecipare a questa grande mobilitazione.

La violenza di genere riguarda tutte e tutti!

Guardate il video andando su https://www.youtube.com/watch?v=wCSYyc9Z9K0

BBUONA MOBILITAZIONE A TUTT*!!!

 

 

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