Identità di genere e detenzione parte1

Sono tornata! dopo un periodo di assenza da questo blog, ma non dalle mie pagine social, rieccomi..

Ho deciso di proporre qui alcuni stralci della mia tesi a tema Lgbt, “Identità di genere e detenzione”. L’argomento trattato nel mio elaborato è la condizione delle persone transgender nei luoghi di detenzione..

Ecco la prima parte

“L’uguaglianza sarà forse un diritto, ma nessuna potenza umana saprà convertirlo in un fatto.”

(Honorè de Balzac)

Riflettendo su questa citazione di Balzac, possiamo renderci conto che per quanto si parli di uguaglianza, si organizzino convegni e manifestazioni a riguardo, di concreto, negli atti altrui, c’è ben poco.

Spesso infatti l’essere umano tende ad aver paura della diversità e ad emarginare coloro che non rientrano nei canoni sociali.

Basta uscire per strada, avere un colore di capelli o di pelle diversi, una menomazione fisica o sensoriale, per sentirsi osservati e giudicati.

Prendendo in esame il mio caso di ragazza non vedente, mi sono trovata, mio malgrado, più volte in situazioni in cui sono stata messa da parte per paura della mia “diversità”.

Posso dire a tal proposito di aver appreso per esperienza personale, che la gente tende a concentrarsi su ciò che vede in superficie, piuttosto che fermarsi un istante a riflettere su quanto potrebbe celarsi dietro le apparenze.

Non bisogna dimenticare che ognuno di noi percorre un cammino fatto di gioie e difficoltà, di esperienze belle e brutte e forse dovremmo fermarci una volta in più a riflettere su quanto dice Luigi Pirandello in una delle sue più celebri citazioni: “Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io. Vivi i miei dolori, i miei dubbi, le mie risate. Vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io.”

Essendo io quindi sensibile alle tematiche di genere, ho deciso di occuparmi, su consiglio del mio relatore, di una questione ancora oggi poco trattata soprattutto in Italia dove il percorso per raggiungere una parità di diritti è ancora lungo.

La condizione dei detenuti transessuali nelle carceri non è molto documentata, non esiste una letteratura al riguardo e le poche nozioni che mi è stato possibile reperire provengono in alcuni casi addirittura da fonti estere, dove comunque l’argomento continua a rappresentare per la società una sorta di tabù, ma esiste una apertura più profonda al riguardo.

Le motivazioni di tale mancanza di fonti sono certamente dovute, come dimostrerò più avanti, ad una chiusura da parte delle popolazioni ma anche delle istituzioni, le quali spesso non sono pronte ad accettare o a gestire la diversità, che dunque viene trattata in maniera negativa quando potrebbe rappresentare nient’altro che una ricchezze per le società.

La comunità LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) e in particolare i transessuali, si trovano in situazioni non sempre facili, sono maggiormente soggetti a discriminazioni e violenze e quando si tratta del carcere le circostanze peggiorano.

Non bisogna innanzitutto dimenticare che il DSM (Diagnostic and Statistical Manual of MentalDisorders) definisce la persona transessuale come un soggetto che soffre di un disturbo di identità di genere (DIG) e questo già basta per rendere “anormale” la condizione del transessuale.

All’interno delle carceri poi, i transessuali, nella maggior parte dei casi, non godono di un trattamento equo rispetto agli altri detenuti.

Il fatto più rilevante è che i FtM (Female to Male, ovvero coloro che sono nate donne, ma hanno deciso di diventare uomini) vengono reclusi nelle carceri femminili, mentre i MtF (Male to Female, ovvero coloro che sono nati uomini ma hanno deciso di diventare donne) si trovano nelle carceri maschili.

Inoltre, prendendo in esempio l’istituto penitenziario di Poggioreale a Napoli, vediamo che le persone transessuali vengono ospitate, per motivi di sicurezza, in un padiglione a parte, il padiglione Roma, insieme ai “sex offenders”, ovvero ai colpevoli di reati sessuali.

Spesso vengono loro concesse meno ore di passeggio, viene loro negata la partecipazione alle varie attività dell’istituto e a volte subiscono violenze.

In altre carceri, a molti transessuali non viene concesso di continuare la terapia ormonale per mancanza di fondi e la stessa cosa vale per la terapia psicologica o psichiatrica.

Un altro aspetto da analizzare è quello del reinserimento nella società. Nella gran parte dei casi, le persone transessuali versano già in condizioni di solitudine, povertà e ignoranza, molte sono straniere e senza permesso di soggiorno e non intravedendo altra via d’uscita finiscono per commettere reati.

Una volta scontata la loro pena però, non vengono tutelati né supportate e l’inserimento nel mondo del lavoro è un miraggio.

Anche se negli ultimi anni, rispetto al passato, la situazione è decisamente migliorata, la società in generale resta impregnata di una mentalità patriarcale e maschilista che è difficile da debellare.

Finché non verrà attuato un cambiamento nella cultura e nell’educazione delle nuove generazioni, il risultato sarà sempre lo stesso.

 

 

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