Ecco chi c’è dietro le foto che hanno cambiato la visione della violenza domestica in America

Di Melissa Jeltsen

 

Era il 1981 e Donna Ferrato voleva fotografare persone innamorate. Più precisamente, era interessata agli scambisti che frequentavano i sex club di New York.

Così, trovò la perfetta coppia poliamorosa su cui puntare il suo obiettivo. Erano felici, ricchi e alla moda e la accolsero nella loro abitazione del New Jersey per settimane, permettendole di documentare le loro vite da vicino. Ma una notte Donna fu testimone di un episodio totalmente inaspettato: il marito attaccò brutalmente sua moglie, colpendola al volto. Ferrato scattò una fotografia pensando che essere immortalato avrebbe fermato quell’uomo. Ma non fu così.

Ignorò le pellicole non sviluppate per mesi, valutando il da farsi. Poi, diede inizio a quello che è diventato il lavoro della sua vita: documentare le atrocità della violenza domestica.

Armata di macchina fotografica, attraversò il paese visitando centri di accoglienza, pronto soccorsi, centri per aggressori, stazioni di polizia e prigioni. Nel 1991, pubblicò “Living with the Enemy” un libro che, per la prima volta in assoluto, rivelava nei dettagli più scioccanti la violenza privata perpetrata nelle case americane.

Qualche anno dopo, l’iconica immagine di una donna con entrambi gli occhi neri apparve sulla copertina del Time. Oggi, in un nuovo documentario della Time Red Border Film, Donna Ferrato spiega il percorso della sua carriera e la donna della coppia immortalata nella prima foto parla di quella notte.

L’Huffington Post ha raggiunto Ferrato tramite mail per farle alcune domande sul suo lavoro. Le risposte della fotografa sono state revisionate per una maggiore chiarezza.

Da dove è partito il tuo interesse verso la violenza domestica? Era il 1981, prima dell’epidemia di AIDS c’erano pochi timori legati al sesso casuale e alle droghe pesanti. Stavo lavorando ad un progetto a lungo termine: fotografare lo stile di vita libero e senza pensieri di un’elegante coppia del New Jersey che avevo conosciuto in un club scambista a Manhattan. La gente era incuriosita dal Plato Retreat, luogo in cui i due, giovani e irrequieti, si recavano per incontrare altre coppie simili.

Mi chiedevo chi vi partecipasse, quale fosse la reazione dei mariti vedendo le proprie mogli fare sesso con degli estranei, insomma volevo capire come funzionava. Volevo letteralmente andare all’essenza della loro relazione, per comprendere in che modo lo stile di vita scambista potesse armonizzarsi con le responsabilità familiari, dal momento che venivano demoliti così tanti tabù sociali.

Il mio intento non era quello di fotografare la violenza domestica. Non avevo mai riflettuto molto sulla questione, forse perché non aveva minacciato la mia infanzia. Una notte, a quattro mesi dall’inizio del progetto in quella casa meravigliosa, il marito aggredì la moglie (senza scusarsi o provare vergogna) di fronte a me ed alla mia fotocamera. Rimasi scioccata perché sembrava fosse autorizzato a colpirla anche davanti ad un estraneo, solo perché era sua moglie.

Fino a quel momento avevo cercato di mostrare la bellezza delle persone innamorate. Scioccata di fronte alla deriva negativa che l’amore può prendere, iniziai a concentrarmi esclusivamente sulla violenza domestica. Animata dalla volontà di fare qualcosa a riguardo, scoprii che la macchina fotografica era la mia arma migliore.

Quale fu la reazione generale una volta pubblicate le foto? Buona parte del mio lavoro nasceva dalla frustrazione: in primis, mi sentivo impotente di fronte alla violenza cui avevo assistito. In secondo luogo perché, per molto tempo, nessuna rivista voleva pubblicare le immagini. Nessuno riusciva a comprendere quanto la violenza domestica fosse diffusa. Le donne non avevano altra scelta, se non quella di soffrire in silenzio. Convivere con quell’orrore o scappare, non farsi vedere mai più. Non si parlava del fatto che fosse un’ingiustizia subìta dalle donne. A me sembrava che avessero perso i propri diritti come esseri umani, fin dal giorno del matrimonio.

Vista la riluttanza a pubblicare le foto, decisi di scavare più a fondo ottenendo il permesso di muovermi con la polizia, vivere nei centri di accoglienza per donne vittime di violenza e frequentare gli ospedali. Spesso mi domandavo: “Come possono cavarsela dopo aver abusato delle donne in modi così orribili?”

All’epoca, non mi rendevo conto di quanto fosse facile. Erano tutti dalla parte dell’aggressore. S’incolpavano le donne. Era semplice. La pubblicazione di alcuni scatti che avevo realizzato a Philadelphia, per conto del Philadelphia Inquirer, fu come una bomba. Le persone rimasero scioccate di fronte all’immagine di una donna con gli occhi lividi, neri, sulla copertina del Sunday. Finalmente la verità era uscita allo scoperto… nessuno poteva più fingere indifferenza di fronte alla gravità di questo problema sociale.

Per fortuna all’inizio degli anni ’80 era nato un forte movimento di cittadini per cambiare la legislazione ed introdurre norme più severe per condannare gli aggressori. Le mie fotografie erano la prova di cui avevano bisogno per raccogliere fondi al fine di sponsorizzare campagne di sensibilizzazione, dare forza al movimento dei centri di accoglienza e, cosa più importante, salvare la vita di donne e bambini.

Continua a leggere su http://www.huffingtonpost.it/2016/06/09/violenza-domestica-foto_n_10371966.html?utm_hp_ref=italy&ncid=fcbklnkithpmg00000001)

 

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