Donne che devono dimostrare di essere donne

Alle prossime Olimpiadi di Rio, l’atleta Dutee Chand sarà la prima donna indiana dal 1980 a correre i 100 metri. Per riuscirci non ha dovuto affrontare come gli altri atleti solo il normale percorso di qualificazione, ma anche un lungo e umiliante processo per stabilire se è davvero una donna. Il 27 luglio del 2015 il Tribunale arbitrale dello sport (Tas, con sede a Losanna) ha dato ragione a Chand e ha sospeso il regolamento sull’iperandroginismo introdotto dall’Associazione internazionale delle federazioni di atletica leggera (IAAF), che era stato applicato al suo caso e che le avrebbe impedito di gareggiare.

Nel maggio del 2011 la IAAF – che è l’organo direttivo dell’atletica in tutto il mondo – aveva stabilito un regolamento sull’iperandrogenismo, in sostituzione dei vecchi test sulla sessualità (ci arriviamo): l’iperandroginismo si verifica quando il corpo di una donna produce naturalmente livelli di ormoni androgeni, compreso il testosterone, così alti da far presumere che ne possa trarre dei vantaggi competitivi. Tra le ragioni della sospensione del regolamento della IAAF da parte del Tribunale arbitrale dello sport c’è però la mancanza di una correlazione scientificamente provata tra un alto livello di testosterone naturale e un vantaggio atletico.

La storia di Dutee Chand Nel giugno del 2014 Dutee Chand – che aveva da poco compiuto 18 anni e che si stava preparando per i Giochi del Commonwealth, che sarebbero cominciati il mese dopo a Glasgow – venne convocata con una telefonata a Delhi dalla Federazione di atletica dell’India (sezione indiana della IAAF). Chand è nata a Gopalpur, un villaggio rurale dell’India orientale, da una famiglia molto povera: tra molti sacrifici aveva fino ad allora ottenuto diverse e importanti vittorie nella corsa. Arrivata a Delhi venne mandata in una clinica per incontrare un medico della Federazione, che le disse che non avrebbero eseguito su di lei i consueti test delle urine e del sangue ma che le avrebbero invece fatto un’ecografia. Chand ha raccontato di essere rimasta stupita e che quando chiese delle spiegazioni, il medico rispose semplicemente che era un esame di routine.

Dopo le numerose vittorie di Chand, scrive il New York Times, le altre atlete e i loro allenatori avevano segnalato la ragazza alla Federazione sostenendo che avesse un corpo “da maschio”. Il medico che la visitò quel giorno a Delhi ha sempre negato che l’ecografia fosse una conseguenza di quelle segnalazioni, dicendo invece che aveva ordinato l’esame solo perché Chand aveva lamentato un dolore addominale. Chand sostiene che non è vero. Tre giorni dopo l’ecografia, la Federazione fece comunque richiesta formale che su Chand venisse eseguito un test di verifica sulla sua sessualità.

Chand venne allora spedita in un ospedale privato di Bangalore: le venne prelevato il sangue per misurare il livello di testosterone naturale, le venne fatta un’analisi dei cromosomi, una risonanza magnetica e un esame ginecologico che lei definì «mortificante». Per la verifica della sessualità il protocollo prevede anche la misurazione e la palpazione della clitoride, della vagina in tutte le sue parti, una valutazione delle dimensioni del seno e della presenza di peli pubici.

Quando i risultati di Chand arrivarono, il medico disse che i suoi livelli di “ormone maschile” erano troppo alti: il suo corpo produceva cioè più androgeni, soprattutto testosterone, rispetto alla maggior parte delle altre donne. La presenza media di testosterone per litro di sangue di una donna è di circa un decimo rispetto a quella dei maschi. Il livello di Chand non è stato reso pubblico, ma era al di sopra della soglia che la IAAF aveva stabilito perché le atlete fossero considerate delle “vere” donne. Chand venne sospesa. Per i due anni successivi, Chand è stata al centro di un caso legale in cui si contestava non solo la sua squalifica, ma anche la politica discriminatoria messa in atto dalla massima organizzazione mondiale di atletica nei confronti delle sportive con uno sviluppo sessuale naturale ma differente dalla norma.

Il New York Times, raccontando la storia di Chand, scrive che «nessun organo di governo ha così tenacemente cercato di determinare chi potesse essere considerata una donna come la IAAF e il Comitato Olimpico Internazionale (CIO). Queste due influenti organizzazioni hanno trascorso mezzo secolo a sorvegliare con determinazione i confini di genere. La loro logica per decenni è stata quella di smascherare atleti di sesso maschile mascherati da donne, anche se non hanno mai scoperto un impostore». Decine di atlete donne sono state invece colpite dai loro regolamenti.

Prima di Chand Il trattamento riservato alle atlete di sesso femminile, e alle donne intersessuali in particolare, ha una storia molto lunga. Per secoli le donne furono escluse anche dallo sport e dalle competizioni sportive, perché – così affermarono anche dei medici – l’esercizio fisico a quei livelli avrebbe danneggiato la loro capacità riproduttiva e le avrebbe rese ““mascoline” e, di conseguenza, poco attraenti per gli uomini. Quando poi alcune donne cominciarono ad avere successo nello sport, si cominciò a sospettare che assomigliassero a dei maschi e a mettere in dubbio il loro genere. Il primo caso in cui questo avvenne risale alle Olimpiadi di Berlino del 1936: Stella Walsh, polacca e campionessa olimpica dei 100 metri piani a Los Angeles nel 1932, e Helen Stephens, statunitense e vincitrice di due medaglie d’oro olimpiche a Berlino nel 1936, vennero accusate di essere in realtà dei maschi a causa della loro prestanza fisica e dei tratti squadrati del loro viso. Stephens era stata sottoposta a un test prima dell’evento ed era stata dichiarata donna. Walsh venne sottoposta molti anni dopo a un’autopsia (nel 1980 venne uccisa durante una rapina a Cleveland) e l’esame rivelò che possedeva caratteristiche genetiche di entrambi i sessi.

Due anni dopo il caso Walsh-Stephens, l’atleta tedesca Dora Ratjen partecipò ai campionati europei di Vienna dove stabilì un nuovo record mondiale nella specialità del salto in alto femminile. Successivamente venne riconosciuta come uomo e arrestata per frode: la sua medaglia d’oro fu confiscata. Ratjen dichiarò nel 1957 di aver partecipato come donna su richiesta della Gioventù hitleriana. Un’inchiesta giornalistica successiva scoprì però che Dora Ratjen presentava fin dalla nascita caratteri sessuali dubbi, tanto che all’anagrafe vi fu incertezza nell’identificarla come maschio o come femmina. Su suggerimento della levatrice fu cresciuta come una ragazza e visse come una donna fino a due anni dopo le Olimpiadi del 1936. Per decenni la storia di Ratjen è stata però considerata come il primo caso di “imbroglio sessuale” alle Olimpiadi.

Verso la metà degli anni Quaranta, i dirigenti delle competizioni sportive internazionali iniziarono a richiedere veri e propri “certificati di femminilità” alle atlete donne che ne confermassero effettivamente il sesso. Nel 1952 l’Unione Sovietica cominciò a partecipare alle Olimpiadi, con un grande successo, e in Occidente si iniziò a sospettare che il blocco sovietico cercasse di infiltrare atleti uomini nelle gare per donne. Nel 1966 si decise dunque che non ci si poteva più affidare alle singole nazioni per la certificazione del genere e vennero introdotti controlli obbligatori gestiti dalle organizzazioni sovranazionali prima di ogni competizione: alcune atlete venivano fatte sfilare nude davanti a un gruppo di medici, altre venivano fatte sdraiare sulla schiena con le ginocchia al petto per un esame più approfondito. Diverse atlete sovietiche che fino ad allora avevano ottenuto importanti vittorie nell’atletica leggera abbandonarono improvvisamente le competizioni, rafforzando la convinzione che l’URSS imbrogliasse (più di recente, precisa il New York Times, alcuni ricercatori hanno ipotizzato che quelle atlete potessero essere intersessuali, ovvero con caratteristiche riconducibili sia al sesso maschile che a quello femminile).

I test furono eseguiti per anni su larga scala, furono introdotti anche degli esami sui cromosomi e poi nel 1999 il CIO decise di ridurre simili verifiche, almeno fino al 2011. Un caso recente e di cui si è parlato molto ha coinvolto un’atleta sudafricana: nel 2009 Mokgadi Caster Semenya aveva vinto la medaglia d’oro negli 800 metri femminili ai Campionati del mondo di atletica leggera di Berlino. La sua vittoria, ottenuta con un tempo di 1 minuto 55 secondi e 45 centesimi, circa due secondi in meno delle sue avversarie, fu contestata a causa dei tratti mascolini di Semenya, che fecero dubitare sul suo effettivo genere. Considerato il risultato della sua gara, si ipotizzò che l’atleta fosse un ragazzo e per risolvere il problema l’Associazione internazionale delle Federazioni di Atletica Leggera (IAAF) dispose una serie di test per verificare il genere di Semenya, che comportò anche una sospensione della sua attività agonistica. Dopo l’esito dei test sul genere, l’atleta nel luglio del 2010 ottenne l’autorizzazione per tornare a competere, anche se i risultati degli esami non furono mai comunicati in rispetto della sua privacy. Semenya si era qualificata anche per i giochi olimpici di Londra nel 2012 vincendo un argento e spiegando, però, attraverso i propri legali, di aver patito molto il periodo in cui i dubbi sul suo genere divennero un caso internazionale molto combattuto e discusso. Nel 2011, per evitare un altro “caso Semenya”, la IAAF annunciò che avrebbe abbandonato tutti i riferimenti alle “verifiche di genere” e che avrebbe istituito però dei test sull’iperandrogenismo.

Di cosa stiamo parlando? Il problema principale – e il principale motivo di contestazione di questi test – è che è molto difficile determinare con certezza i possibili vantaggi derivanti dalle caratteristiche fisiche dovute a particolari condizioni ormonali. Nella comunità scientifica, e non solo in quella sportiva, il tema è costantemente dibattuto e fino a ora non sono state trovate soluzioni in grado di accontentare ricercatori, atleti e responsabili delle federazioni.

Le due posizioni contrapposte sono emerse chiaramente durante il processo di Dutee Chand. Il testosterone sintetico – il doping con steroidi anabolizzanti – migliora le prestazioni degli atleti maschi e delle atlete femmine: ma non c’è alcuna certezza scientifica sugli effetti del testosterone prodotto naturalmente dal corpo. Inoltre, anche gli uomini hanno diversi livelli di produzione di testosterone naturale, ma la IAAF non ha stabilito per loro alcun limite o regolamentazione. Gli avvocati di Chand hanno poi sottolineato durante il processo che una parità di condizioni nello sport è un’idea puramente illusoria, e hanno identificato grazie a una serie di ricercatori più di 200 “anomalie” biologiche che offrono dei vantaggi competitivi specifici: lunghi arti, grandi mani e piedi e così via. La IAAF sostiene però che il testosterone è diverso da tutti gli altri fattori, perché è responsabile del divario delle prestazioni tra i sessi.

Lo scorso luglio, quando il Tribunale arbitrale dello sport ha emesso la sua sentenza nel caso di Dutee Chand, ha concluso che anche se il testosterone naturale può svolgere qualche ruolo nel vantaggio atletico, questo effetto rimane sconosciuto. I tre giudici hanno quindi sospeso il regolamento della IAAF fino al luglio del 2017 per dare il tempo all’Associazione di dimostrare di giustificare le sue linee guida. Se queste prove non verranno fornite, il regolamento sarà «dichiarato nullo».

Il New York Times spiega come nei moderni test sull’iperandrogenismo sia in gioco molto di più che la semplice misurazione del livello di testosterone e che la questione abbia a che fare con decenni di controllo sulle donne e sulle atlete, soprattutto quelle di maggior successo: e cioè una vera discriminazione contro le donne che vanno contro l’ideale comune di femminilità. Alcuni critici poi dicono che i test per il testosterone non siano altro che i vecchi “test di genere”, solo con un altro nome, e che siano dunque un modo per escludere le donne che non aderiscono alle norme stabilite o che non hanno un corpo femminile standard. Sostengono infine che se i funzionari sportivi fossero veramente preoccupati dell’equità delle competizioni lascerebbero perdere quelle poche atlete con un alto livello di testosterone naturale nel sangue per indagare invece con maggior rigore e attenzione l’assunzione di quei farmaci che indiscutibilmente migliorano le prestazioni sportive.

(Fonte: Il Post)

 

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