4 luglio 2010: Annamaria Tarantino uccisa e abbandonata in un campo

Annamaria

Annamaria era collaboratrice de il tempo e proprio dal giornale in cui lavorava le dedicarono in seguente articolo:

“Cari lettori de Il Tempo, guardate questa immagine, fissatela bene. È il corpo di Anna Maria Tarantino senza più vita, gettato tra i cespugli della campagna di Riano. Una donna piena di entusiasmo, 44 anni e ancora tante primavere da contemplare. La mano di un uomo le ha tolto il respiro, chiuso gli occhi per sempre. Con violenza cieca, bruta, assassina, infinita. Lo so, è una foto difficile da guardare, ma non ho il minimo dubbio: va pubblicata. Va data in prima pagina perché la nostra cronaca quotidiana è piena di storie di donne che vengono offese e spezzate e questa istantanea è la metafora di quello che tutti i giorni raccontiamo in cronache che ci stanno dando assuefazione. Poi un’amica ti manda un messaggio: «Ho visto una scena terribile, un uomo ha sparato alla fidanzata e poi s’è ucciso». Gelosia. Qualche giorno fa a Venezia, lei sedici anni, lui trenta, un paio di bossoli per terra e due vite finite nel nulla. Bisogna risvegliare le coscienze, ricordare che il pianeta delle donne è gentilezza, amore, continuazione della nostra piccola vita su questa terra. Anna Maria Tarantino non immaginava di finire i suoi giorni così. Non poteva neppure pensare che le mani di un uomo potessero infliggerle quel dolore e toglierle il respiro. Era una donna che si fidava del prossimo. Forse troppo ingenua, forse il dono delicato ed estremo della gentilezza le è stato fatale, forse la spensieratezza dell’eterna bambina le ha fatto compiere un passo falso, ma non si muore per questo, non si lascia questa terra perché pensi che il prossimo sia come te. Non si finisce una storia mentre se ne comincia un’altra raccontando nero su bianco quella della mamma, di una famiglia. Ci sono terribili concatenazioni letterarie nella storia di Anna Maria. Voleva scrivere. E so bene quanto sia impossibile disciplinare e dare una razionalità all’impulso di raccontare. La incontrai una sola volta, ero capo della redazione romana de Il Giornale, me la presentò il capo della cronaca, Claudio Pompei. Una donna elegante, gentile, con una passione dominante: scrivere. Il giornalismo ha le sue dure regole, comanda la notizia e Anna Maria non era il segugio che serve in una redazione di giornale. Lei amava semplicemente gettare i suoi pensieri sul foglio. E il giornalismo è lontano anni luce da quel modello. Tanti anni dopo, il suo nome riappare in una riunione di redazione a Il Tempo in una doppia veste: quella di scrittrice e quella di protagonista di un fatto di cronaca nera. Quando Sarina Biraghi mi ha raccontato la storia ho capito subito di trovarmi di fronte a un incredibile incrocio del destino che si diverte a giocare a dadi con le nostre vite: una donna che trova, finalmente, la sua via per esprimere quello che ha dentro – il libro sulla madre – e contemporaneamente, senza un perché, una ragione, un senso logico, la caduta di un angelo all’apice del suo volo. Abbattuto dalla mano ciclopica di un uomo che conosce solo la lingua infuocata della forza e della violenza. In questo dannato mestiere spesso devi dare retta all’istinto, e quando Anna Fiorino mi ha parlato di una donna trovata morta a Riano, nelle stesse ore della scomparsa della Tarantino, ho collegato i due fatti immediatamente. È partita così la nostra indagine parallela a quella dei carabinieri – eccezionali – che ci ha condotto dove non avremmo mai voluto arrivare. Quel corpo tra i cespugli era di Anna Maria Tarantino. Quelle scarpe blu erano le sue. Quel fiore sfigurato era quello di una nostra collaboratrice, che in redazione in tanti conoscevano. Quando il caso è stato risolto con l’arresto dell’operaio di Capena, una frase di un investigatore mi ha colpito: «Aveva le mani grandi come un badile». Da quel momento non ho cessato di pensare un attimo al significato lancinante della violenza sulle donne, alla durissima battaglia di civiltà che tutti insieme dobbiamo affrontare. Il ministro Mara Carfagna è in prima linea su questo tema che fa la differenza tra una società civile e la barbarie. Ma non basta. Finché noi uomini non ci rendiamo conto di quale assurdo destino può spezzare le vite delle nostre amiche, delle nostre fidanzate, delle nostre compagne di una vita, non faremo un passo avanti. Ora, processate e condannate quell’uomo. Ma fate un favore a tutti quelli che ancora credono nella giustizia: buttate la chiave della cella.”

(Fonte: Il tempo) Foto da www.inquantodonna.it)

 

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