I centri antiviolenza di Roma stanno chiudendo e questo non è giusto

Oggi 27 Giugno alle ore 11 SOS Donna H24, sportello antiviolenza gestito dalla cooperativa Be Free è stato costretto a chiudere e interrompere i servizi. Si tratta del primo dei centri antiviolenza romani che rischiano la chiusura, per questioni burocratiche, mancato rinnovo dei permessi, mancanza di fondi. Lo sportello SOSDonna, come si legge dal comunicato di Be Free, ha seguito dalla sua nascita nel 2010 a oggi 1.934 donne nel loro percorso di uscita dalla violenza, ha offerto servizi quali ascolto telefonico disponibile 24 ore su 24, interventi in situazioni di emergenza, gruppi di mutuo aiuto, consulenza legale e professionale. Oggi tutti questi servizi sono stati interrotti, lasciando molte donne senza un punto di riferimento fondamentale, con tutta la pericolosità che questo comporta.

Oltre a SOSDonna sono diversi i servizi antiviolenza e spazi per le donne del Comune di Roma che rischiano la chiusura, tra questi: Dalia al Pigneto, Donna Lisa a Vigne Nuove, il centro antiviolenza Rosaria Lopez e Donatella Colasanti, la Casa delle donne Lucha y Siesta a Cinecittà, lo sportello Una stanza tutta per sé a Ostiense, AssoLei a Trastevere.

Si tratta spesso di servizi autogestiti, che ricevono nulli o scarsi fondi e che si basano sul lavoro quasi esclusivamente volontario delle operatrici. Un lavoro essenziale, un lavoro delle donne per le donne, insostituibile nei percorsi di uscita dalla violenza, nel sostegno dei quali lo Stato ha degli obblighi ben precisi che gli derivano dalla ratifica della Convenzione di Istanbul.

Stride quello che sta succedendo a Roma con le dichiarazioni di cordoglio della politica, immancabili, quanto ipocrite, al verificarsi dell’ennesimo femminicidio. La legge sul femminicidio del 2013, una legge emergenziale e paternalista, ha mostrato tutti i suoi limiti, già ampiamente denunciati ai tempi dai centri antiviolenza, continunado a disconoscere il lavoro prezioso e insostituibile dei CAV, gestendo i pochissimi fondi con criteri molto discutibili, favorendo centri istituzionalizzati e/o sportelli istituiti last minute, proprio per accaparrarsi i pochi finanziamenti, come denunciava la rete D.i.R.E nel 2014, svalutando il lavoro dei centri antiviolenza storici e autogestiti in violazione della Convenzione di Istanbul che invece sostiene che proprio questi ultimi andrebbero favoriti.

adeguate risorse finanziarie e umane per la corretta applicazione delle politiche integrate, misure e programmi per prevenire e combattere tutte le forme di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione, incluse quelle svolte da organizzazioni non governative e dalla società civile” (Articolo 8)

Chiudono i servizi antiviolenza nonostante l’Italia si sia impegnata, ratificando la Convenzione di Istanbul nel 2015, a finanziare le iniziative di prevenzione e intervento nei casi di violenza contro le donne e chiudono nonostante in realtà manchino all’appello circa 6000 centri secondo quanto previsto dall’Unione Europea ( dati provenienti dal censimento Wave, Women against violence Europe).

Continua invece la “narrazione tossica” del femminicidio come raptus, come momento di follia, come amore geloso, fondamentalmente come fatto privato. La violenza contro le donne si consuma il più delle volte all’interno dello spazio domestico, ma non per questo è una questione privata, è invece politica e come tale va combattuta, rifiutando logiche emergenziali e riconoscendo il ruolo dei centri antiviolenza gestiti da donne per le donne, il sostegno fondamentale di questi nel combattere la subordinazione sociale, economica e culturale delle donne.

Le donne per uscire dalla violenza hanno bisogno di spazi sicuri, hanno bisogno del sostegno di altre donne, hanno bisogno di supporto legale e psicologico, di inserimento nel mondo del lavoro, di tutela e accolgienza per figli e figlie. Tutti servizi offerti dai centri antiviolenza.

 

Dalla pagina facebook di ChaynItalia

La violenza contro le donne ha profonde radici culturali e sociali, dobbiamo estirparle, distruggere quelle rappresentazioni violente e stereotipate insieme alla narrazione della violenza come fatto privato. Per cambiare finale abbiamo bisogno dei centri antiviolenza, di politiche pubbliche e di finanziamenti per prevenire la violenza e prevedere percorsi di uscita da questa, valorizzando il lavoro delle donne e dei centri antiviolenza che in questi anni hanno dimostrato professionalità, competenza, insieme ad accoglienza e sorellanza.

Di Enrica

(Fonte: NarrAzioni Differenti)

Qualche giorno fa, la sindaca di Roma Virginia Raggi ha detto che si impegnerà per impedire la chiusura di questi centri. Speriamo che riesca a farli restare aperti cosicché saranno altre e altre ancora le donne aiutate!

 

 

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