27 maggio 1993: la Strage di via dei georgofili

Nadia Nencioni non aveva ancora nove anni. Sua sorella Caterina cinquanta giorni. Il 27 maggio 1993 la bomba che esplose in via dei Georgofili a Firenze, distruggendo la Torre dei Pulci, le seppelli’ sotto montagne di macerie con il padre Fabrizio e la mamma Angela mentre il giovane studente di architettura Dario Capolicchio mori’ carbonizzato nel rogo del suo appartamento.

Era l’una di notte, tutti dormivano quando si verificò la strage.

Trentotto persone rimasero ferite. Subirono gravi danni numerosi edifici della zona, la Chiesa di S. Stefano e Cecilia e il complesso artistico monumentale della Galleria degli Uffizi. Dipinti di grande valore furono distrutti mentre il 25% delle opere presenti in Galleria subì danni. A determinare l’esplosione fu una miscela ad alto potenziale collocata all’interno di una vettura. I processi hanno accertato che i mandanti e gli autori materiali della strage erano esponenti della mafia e che ad ispirarla era stata l’avvenuta formale deliberazione di «una sorta di stato di guerra contro l’Italia» da attuarsi utilizzando una precisa strategia di tipo terroristico ed eversivo, che andava oltre i consueti metodi e le consuete finalità delle varie forme di criminalità organizzata. Con essa si intendeva «costringere lo Stato Italiano praticamente alla resa davanti alla criminalità mafiosa». Le sentenze hanno ricordato che – dopo i fatti del 1992, che avevano determinato la morte dei magistrati Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e delle persone addette alla loro tutela – lo Stato aveva reagito elaborando normative penitenziarie di rigore a carico degli esponenti di mafia (il noto art. 41-bis dell’ordinamento penitenziario) e normative di favore per quegli esponenti della criminalità organizzata che decidevano di collaborare con gli organi di polizia o giudiziari. Si trattò, come si legge nelle sentenze, di una svolta nell’atteggiamento statale, che servì a intaccare la «presunzione di onnipotenza e di libertà» dei capi di mafia. Da qui, la scelta di tentare di “ammorbidire” lo Stato minacciando i suoi organi che «perseverando nella linea dura intrapresa avrebbero provocato al Paese lutti e distruzioni a non finire». A indurre negli esponenti della mafia l’idea di ricorrere alle nuove forme di attentato contro il patrimonio artistico, fu un trafficante di opere d’arte. Spiegò ai capi di mafia che «ucciso un giudice questi viene sostituito, ucciso un poliziotto avviene la stessa cosa, ma distrutta la torre di Pisa veniva distrutta una cosa insostituibile con incalcolabili danni per lo Stato».

(Fonte: http://www.vittimemafia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=275:27-maggio-1993-firenze-strage-via-dei-georgofili-galleria-degli-uffizi-unautobomba-provoca-la-morte-di-cinque-persone-angela-fiume-il-marito-fabrizio-nencioni-le-figlie-elisabetta-di-8-anni-e-caterina-di-50-giorni-e-lo-studente-dino-capolicchio&catid=35:scheda&Itemid=67)

 

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