A lezione di #GiornalismoDifferente parte2

Jessica Valenti ha scritto per The Nation un pezzo in cui spiega come, in un articolo di giornale, bisogna parlare di violenza sessuale. E Maria G. Di Rienzo ha tradotto l’articolo:

 

“Le femministe passano un bel po’ di tempo invitando giornalisti e media a verificare il modo in cui riportano gli stupri, e per ottime ragioni. Il biasimo per le vittime è prominente nei titoli e nelle notizie di cronaca, l’aggressione sessuale è spesso mal nominata e mal caratterizzata, e il comportamento delle donne è più scandagliato dei crimini degli stupratori. Le persone che fanno i media sono persone intelligenti e interessanti che – come tutti – commettono degli errori. Ma anche gli errori in buona fede causano danno. Perciò, per quegli scrittori, editori, produttori e intellettuali che vogliono riportare storie di aggressione sessuale in modo corretto ed accurato, qui ci sono alcuni suggerimenti:

Quando un adulto è accusato di aver assalito un minore, o quando qualcuno è accusato di aver assalito una persona priva di sensi, non riferitevi al crimine come a “sesso con una bambina” o “sesso con una persona inconscia”. Chiamatelo stupro, perché questo è. Il “sesso” con una persona che non può dare il suo consenso per età, coscienza o capacità non è sesso, è sempre stupro.

Se vi accorgete di star scrivendo o correggendo un periodo che descrive ciò che la vittima di stupro indossava, com’era truccata o il fatto che sembrava “più vecchia della sua età”, fermatevi. Tagliate via. Bruciate tutto. A meno che non sia di importanza diretta, come nel caso italiano tristemente famoso dei jeans (1999) dove le critiche ai commenti del giudice sugli abiti sono chiamate in causa, non è solo inutile, è dannoso. Le vittime di violenza sessuale sono già biasimate abbastanza, nella nostra cultura, senza bisogno che i media perpetuino la bugia secondo cui il loro comportamento ha qualche responsabilità della violenza perpetrata contro di esse.

Se la vittima di cui state parlando viene da una comunità marginalizzata – se è queer, trans, povera, migrante, di colore, lavoratrice del sesso – fate ancora più attenzione a che i perniciosi stereotipi che circondano la tale comunità non abbiano impatto sul vostro pezzo. Fate collegamenti più ampi: comunità diverse hanno differenti e sproporzionati tassi di violenza agita contro di loro. Intervistate persone che sono esperte di questo. Includete informazioni ed esperienze dalle organizzazioni che lavorano all’interno di queste comunità.

Se vi state occupando di una storia che esplora le ragioni per cui lo stupro accade, concentratevi sul comportamento del perpetratore, non della vittima. Perché nonostante quel che scrive Emily Yoffe (citata in The Nation, “What we talk when we talk about rape” – vedi nota a piè di pagina), il comune denominatore nella maggior parte degli stupri non sono giovani donne che bevono, il comune denominatore sono gli stupratori.

E’ nostra responsabilità come giornalisti assicurarci che stiamo riportando le storie di aggressione sessuale con verità, cura, e in un modo che non renda il paese un posto sicuro per gli stupratori. Non siamo solo gente che fa i media, diamo anche forma alla cultura. E allora facciamone una più sicura e giusta per le ragazze, le donne e tutte le sopravvissute e i sopravvissuti alla violenza sessuale.”

(Fonte: lunanuvola.wordpress.com)

 

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