La storia di Delal Sindy, che lascia casa e studi per aiutare il popolo straziato dall’isis

“Sono partita perché non potevo rimanere a guardare mentre il mio popolo e ragazze della mia età venivano massacrate”.

Delal Sindy ha 24 anni, lunghi capelli scuri e occhi profondi. E’ nata e cresciuta in Svezia, la patria di sua mamma, ma suo padre è curdo. Il legame con quell’origine è così forte che qualche mese fa ha scelto di lasciare casa, studi e lavoro per partire per il Kurdistan Iracheno e aiutare il popolo Yazida, perseguitato dall’Isis. “Guardavo le immagini terribili che mi arrivavano da web e telegiornali e soffrivo -racconta a Huffpost- Mi colpivano soprattutto i volti delle donne, i loro sguardi pieni di terrore erano un pugno nello stomaco. Non potevo essere l’ennesima persona che dice di volere un cambiamento, ma poi non fa nulla. Dovevo essere io il cambiamento”.

Nel giro di pochi giorni, Delal interrompe il contratto di affitto del suo appartamento a Stoccolma, prende un aspettativa dal lavoro, mette in pausa i suoi studi e prenota un biglietto aereo per il Kurdistan. Qualche settimana dopo è a Zahko, la città di suo padre, dove si ferma per 14 mesi. “Ho lavorato come volontaria indipendente -ricorda- dando di volta in volta aiuto a diverse Ong. Ho distribuito beni di prima necessità e fatto attività con i bambini”. Sono soprattutto le drammatiche storie delle donne a colpirla. “Ho visto occhi e volti stravolti dal dolore e dalla paura, ragazze in preda a violenti attacchi di panico, anziane sopravvissute che hanno tentato il suicidio. Quello che i guerriglieri dell’Isis hanno fatto alla popolazione femminile è inimmaginabile. Donne di tutte le età sono state rapite, torturate, violentate”. Per aiutarle Delal organizza gruppi di supporto dove insegna loro a reagire nonostante il trauma. “Ho iniziato anche a postare le loro foto su Instagram. Gli scatti sono accompagnati da lunghe didascalie su quello che hanno subito. E un modo per far conoscere questa tragedia anche ai più giovani, che non sempre leggono i giornali e siti di informazione”.

Tra le storie che hanno più impressionato la coraggiosa volontaria c’è quella di Suzan, una 17enne ridotta in schiavitù sessuale dai miliziani dopo la presa di Sinjar. “Era stata venduta con la sorella. Il padre era morto e della madre non hanno più avuto notizie -ricorda – Mi diceva che non aveva motivi per stare al mondo .Quando chiudeva gli occhi rivedeva i suoi carnefici. Le hanno fatto di tutto, le hanno versato acqua bollente addosso,l’hanno seviziata”. Tante di queste ragazze sono diventate attiviste a loro volta e stanno seguendo programmi di riabilitazione in Germania. Delal Sindy è riuscita a fondare una sua Ong per aiutare le Yazide. “La reazione straordinaria di queste donne mi ha dato la forza per iniziare il progetto e i social, soprattutto Instagram, hanno contribuito a far conoscere l’emergenza”. La ragazza, che ora sta lavorando soprattutto a nuovi programmi di recupero, guarda lontano, ma non dimentica quello che accade nel suo Paese. “La Svezia è stata a lungo una nazione accogliente, ma ora sta cambiando. Si parla di un’emergenza migranti perché nell’ultimo anno sono arrivate meno di 200.000 persone. La mia esperienza in Kurdistan mi ha insegnato a ridimensionare. Lì sono arrivati più di 500.000 rifugiati siriani, che si aggiungo a quelli iracheni. Davanti a questi numeri la decisione del governo svedese di rimpatriare 80.000 richiedenti asilo mi è sembrata ancora più insensata”.

Di Micol Sarfatti

(Fonte: L’huffington Post)

 

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