Il premio nobel per l’ecologia è stato vinto da una donna

È una piccola donna alta meno di un metro e cinquanta, ha 44 anni e da oltre venti lotta pacificamente contro una multinazionale per difendere la sua terra. Si chiama Máxima Acuña ed è la vincitrice del Premio Goldman per l’Ambiente, che è considerato il Nobel per l’ecologia. Insieme a Máxima, hanno ricevuto l’onorificenza anche altri cinque vincitori meritevoli di un coraggioso impegno per la tutela dell’ambiente. Ma la storia di Máxima ha un che di particolare, legato alla sua determinazione.

Máxima è una campesina, una contadina peruviana, ed è analfabeta, ma è dotata di una tenacia e una volontà di ferro. Lei e la sua famiglia, che abitano a 4200 metri di altezza sulle Ande, coltivano un terreno di patate e vendono i frutti del loro lavoro al mercato locale. Vivono così da quando sono al mondo. Ma la geografia ha voluto che il loro terreno, poco meno di 25 ettari, fosse proprio a ridosso di una della più grandi miniere d’oro di tutta l’America Latina. Ora, la multinazionale che detiene il diritto di sfruttamento della miniera nel 1996 ha deciso di espandersi e per farlo ha comprato i terreni tutti intorno alla miniera, espropriando circa 200 famiglie.

Non solo. La Newmont Corporation ha anche deciso di prosciugare il vicino lago, la Laguna Azul, dal quale viene presa l’acqua per irrigare i campi. Nelle intenzioni del colosso minerario c’erano i piani di realizzazione di una discarica di rifiuti tossici. Un danno enorme, non solo per le coltivazioni, ma per l’intero ecosistema andino, dato che il bacino del lago sarebbe diventato una vasca di decantazione per la raccolta dei sottoprodotti tossici dell’estrazione, tra cui il cianuro e l’arsenico.

La vera battaglia di Máxima per la sua terra, la sua casa, le sue patate, è cominciata nel 2011 ed è stata sostenuta da Grufides, un’organizzazione non governativa locale che fornisce assistenza alle comunità rurali contro le compagnie minerarie. Alla fine, al grido di «Agua si, Oro no», nel 2014 Davide ha sconfitto Golia, ma negli anni Máxima ha subito angherie e pressioni di ogni tipo, comprese anche le percosse. Dopo la vittoria in tribunale, oltre al ricorso in cassazione della multinazionale, sono riprese le minacce. A duecento metri dalla casa di Máxima è stata costruita una rete metallica che la isola dal resto della comunità e i vigilantes, giorno e notte, spiano e fotografano la vita della famiglia Acuña.

documenti in possesso di Máxima, però, dicono che lei e la sua famiglia hanno acquistato regolarmente il terreno nel 1994, due anni prima di quando la multinazionale ha deciso di espandersi, e non intendono andarsene. Nel 2011 la Yanacocha, che in lingua quechua significa laguna nera, ma che altro non è che una multinazionale controllata dalla Newmont Corporation, ha cercato di sgomberarla. La polizia è rimasta a guardare perché una legge prevede che le terre sulle Ande appartengono alle comunità che le danno in concessione ai contadini e possono essere vendute solo se i due terzi di loro firmano il consenso. Máxima, che da due anni era destinataria della concessione, non solo non è mai stata interpellata, ma è anche stata denunciata per aver invaso e occupato il suo stesso terreno. Dev’essere lì che la donna ha capito che per farcela avrebbe potuto contare solo sulla sua forza di volontà.

Dopo quattro anni, durante i quali si è consumato un lungo processo penale, il giudice l’ha riconosciuta innocente. Ma nel frattempo sono arrivate le minacce, le violenze, tanto che anche Amnesty International nel 2013 ha lanciato un’azione urgente per richiedere alle autorità peruviane di sospendere i tentativi di sgombero forzato nei confronti della donna e della sua famiglia e di indagare gli atti di violenza e di intimidazione di cui queste persone erano vittima da anni. La denuncia dei difensori dei diritti umani è servita per capire il conflitto tra le popolazioni del nord del Perù e la multinazionale mineraria Yanacocha, sollevando il problema della precaria quotidianità e la mancanza di sicurezza di chi si oppone a progetti di sfruttamento territoriale in America Latina.

(Fonte: www.bergamopost.it)

 

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