#iononstozitta: testimonianze di giornaliste minacciate

Ma “siamo qui per difendere la libertà d’informazione ed esigere il rispetto della nostra dignità di donne”, ha detto ieri Alessandra Mancuso, presidente della Commissione pari opportunità della FNSI, aprendo la manifestazione organizzata in collaborazione con Amnesty International, Articolo 21, Cpo Usigrai, GiULiA, Gruppo di lavoro pari opportunità Ordine dei Giornalisti, Italians for Darfur, Ossigeno per l’Informazione e Rsf Italia. “Non vogliamo fare retorica, né fare solo denuncia – ha rilevato Alessandra Mancuso – ma fare luce su una realtà: la minaccia è una forma di violenza che subiamo come giornaliste e come donne”.

Perché non solo non ci perdonano di scrivere, di non girarci dall’altra parte davanti ad un fatto, di esercitare il nostro diritto-dovere di cronaca e di critica. No, non è solo questo. Non ci perdonano due volte: perché siamo giornaliste e perché siamo donne.

Che sia una donna a far uscire una notizia, è un affronto in più, per chi è oggetto delle nostre inchieste.

Così le minacce, le intimidazioni, si arricchiscono di una connotazione sessista: non solo querele temerarie, a raffica, vero e proprio stalking giudiziario, ma insulti on line, rabbia schiumante perché ad aver parlato è stata una donna, che si cerca di delegittimare in mille modi, tutti afferenti all’area sessuale, e della sua identità. Nella migliore delle ipotesi la giornalista che fa inchieste è superficiale e incompetente, oppure fa inchieste ma in modo scandalistico (le offese cercano così di ricondurre sempre la sua scrittura ad un raggio d’azione considerato femminile: il gossip). Ovviamente è pronta a vendersi per uno scoop, a chiunque. La giornalista che fa inchiesta se la fa con magistrati, poliziotti, mafiosi, parenti dei mafiosi.

E poi il fenomeno crescente delle querele temerarie, che indeboliscono e intimidiscono il giornalista, soprattutto se free lance. Per questo è stata lanciata una raccolta firme, perché nella legge in discussione in Parlamento per l’eliminazione del carcere per i giornalisti condannati per diffamazione, sia inserito un emendamento che obblighi il querelante a versare, all’atto della querela, una percentuale congrua da depositare nel Fondo che finanzi la pluralità dell’informazione. Una sorta di contrappasso.

Non sono mai stata così fiera di apporre la mia firma…(si, io che da un solo soggetto ho ricevuto una ventina tra querele, lettere di diffida e integrazioni di querela. E sono stata assolta dopo 9 anni di processo, mentre il giudizio civile è ancora in corso). Eccola qui la mia firma, con quella di tante altre colleghe minacciate (intendendo dunque per minacce anche le querele temerarie)!

Era presente Ceyda Karan, giornalista turca di Cumhuriyet, che ha raccontato della gogna mediatica cui sono sottoposte lei e le sue colleghe, quando danno notizie che non piacciono ad Erdogan. Ma ha raccontato anche di colleghe trattate come schiave, costrette a portare il velo, usate solo negli show, “perché non piacciono le donne intelligenti”. Ha raccontato di una collega arrestata perché fotografava una manifestazione, con i poliziotti che, mentre la arrestavano urlavano: “Te lo insegniamo noi a fare questo lavoro”. Ceyda rischia quattro anni e mezzo di carcere per aver pubblicato la copertina di Charlie Hebdo, dopo il massacro.

Grazie al rapporto “

violenza e molestie contro le donne nei media” dell’IWMP (International Women’s media foundation, fondazione nata nel 1990 a Washington dall’iniziativa di un gruppo di giornaliste) sono state diffuse in tutto il mondo alcune testimonianze shock di giornaliste vittime di violenze di vario tipo, a causa del loro lavoro.

Emblematica quella di Caroline Criado-Perez, femminista attivista e giornalista britannica, non solo per il motivo scatenante la violenza ma anche perché i fatti sono accaduti nella “civile” Inghilterra.

“Avevamo chiesto alla Banca d’Inghilterra – racconta Caroline – che si assicurassero che le figure storiche inglesi e gallesi sulle banconote non fossero esclusivamente uomini. E loro alla fine sono stati d’accordo con noi. E questo accordo è stata la miccia che ha reso rabbiosi alcuni uomini (le minacce sono arrivate soprattutto da uomini) su twitter. Ma quando ho guardato il contenuto delle minacce, è emerso che c’era molto di più rispetto alla questione delle banconote. La polizia aveva raccolto 300 pagine di minacce: minacce di mutilarmi i genitali, minacce di tagliarmi la gola, di mettere una bomba nella mia casa, di spararmi con una pistola e bruciarmi viva. Mi è stato detto che mi avrebbero violentato con dei pali in vagina e membri in gola. Mi è stato scritto che avrei supplicato in ginocchio di morire mentre un uomo avrebbe eiaculato nei miei occhi. MI sono sentita braccata, terrorizzata. Dicevano: “Mettiti in ginocchio e succhiami…” oppure” Ti insegnerò a stare al tuo posto…di donna nel mondo” e un altro tweet recitava semplicemente: “Le donne che parlano troppo hanno bisogno di essere stuprate”. Questi sono pochi esempi delle migliaia di minacce che ho ricevuto e che si concentravano soprattutto sulla mia bocca, la mia gola e le mie parole. Il messaggio era chiarissimo: questi uomini volevano che smettessi di parlare”.

Ossigeno per l’informazione, l’Osservatorio sui giornalisti minacciati, ha rilevato che in Italia almeno 53 giornaliste nel 2015 hanno subito minacce di vario tipo a causa del loro lavoro: minacce di morte, aggressioni, avvertimenti, lettere minatorie, stalking, citazioni in giudizio per danni considerate strumentali. Ma ancora oggi, le minacce via web e via social network spesso non vengono denunciate. Un fenomeno dunque tutto da indagare: secondo Osce il 25% delle minacce ricevute dalla giornaliste arriva via web, anche sotto forma di commenti ad articoli su temi sensibili. Quasi sempre, quando le minacce riguardano le donne, sono anche di carattere sessista.

Erano invitate a parlare (oltre alla sottoscritta): Federica Angeli, Alessia Candito, Ester Castano, Amalia De Simone, Marilena Natale, Rosaria Brancato, Roberta Polese, Sabrina Pignedoli, Luciana Esposito, Graziella di Mambro.

L’appello di tutte: facciamo rete, riprendiamo le inchieste delle colleghe, amplifichiamo la voce.

Se ci vogliono fare tacere, noi non stiamo zitte! Accettare di star zitti significa subire la più violenta delle violenze: il silenzio, cioè il tentativo di cancellare definitivamente l’identità di una persona.

Di Marilù Mastrogiovanni

(Fonte: www.marilùmastrogiovanni.it)

 

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