A lezione di #GiornalismoDifferente con Maria G. Di Rienzo

Maria G. Di Rienzo del blog http://lunanuvola.wordpress.com, che è stata giornalista per 22 anni, ci da lezioni di #GiornalismoDifferente ed è il caso di apprendere qualcosa da lei. Questa è una lezione indirizzata ai giornalisti italiani, ma è giusto che anche noi profani ne veniamo a conoscenza.

 

“Cominciamo con il chiarire i termini del discorso.

Sesso: caratteristica biologica degli esseri umani, femmine e maschi. Le caratteristiche F e M sono congenite e le loro differenze limitate alle funzioni riproduttive fisiologiche.

Genere: insieme di caratteristiche sociali assegnate a femmine e maschi. Sono costruite sulla base di fattori diversi come età, nazionalità, religione, origine etnica e sociale. Sono diverse fra culture e all’interno delle culture stesse e definiscono identità, status, ruoli, responsabilità e relazioni di potere fra i membri di ogni gruppo. Il genere si apprende tramite socializzazione. Non è statico ne’ innato, ma evolve rispondendo ai cambiamenti nell’ambiente sociale, culturale e politico.

Sesso + Genere: le persone nascono femmine o maschi (sesso); apprendono quale significato è dato all’essere F o M da bambine/i e ragazze/i (questo non è da maschi, una ragazza non deve comportarsi così ecc.) e infine sono donne e uomini da cui ci si aspetta attitudini e comportamenti “da donne” e “da uomini”, a cui si applicano limitazioni relative all’essere donne/uomini, a cui con lo stesso criterio si assegnano responsabilità e opportunità e privilegi.

Violenza: è un metodo di controllo e oppressione dall’ampio spettro: costrizioni emotive/psicologiche, sociali, economiche; minacce e pressioni; persecuzioni; bullismo; danni fisici (pestaggi, torture, omicidi). Può essere palese, come nel caso di un assalto fisico o della minaccia tramite armi, e può essere velata come nel caso della pressione sociale.

Violenza di genere: si riferisce alla violenza che ha come bersaglio individui o gruppi sulla base del loro genere. La violenza contro le donne è violenza di genere. E’ una manifestazione delle relazioni di potere diseguali fra uomini e donne ed è storicamente uno dei cruciali meccanismi sociali tramite cui le donne sono forzate a posizioni subordinate agli uomini.

La violenza contro le donne include: stupri e aggressioni sessuali, violenza domestica, molestie sessuali, stalking, sfruttamento sessuale e traffico a scopo di sfruttamento sessuale, discriminazione in ambito familiare, lavorativo, sociale, economico e politico.

Ma anche le donne sono violente! Sì, però ciò non ha niente a che fare con tutto quello che vi ho spiegato fin qui. Rileggete il paragrafo precedente. Io sto parlando di una pandemia globale per cui una donna su tre, durante la sua vita, sarà picchiata, stuprata (il 99% virgola qualcosa degli stupratori sono uomini) o subirà altri tipi di abusi: con percentuali che toccano in alcuni paesi il 70% della popolazione femminile. Il fatto che la vostra conoscente Ermelinda abbia fatto un occhio nero al suo fidanzato non ci permette di scopare la questione sotto il tappeto dicendo che “tanto sia maschi sia femmine sono violenti”.

Sia maschi sia femmine possono esserlo: ma la violenza di genere è commessa con prevalenza schiacciante da uomini, motivati da legittimazione sociale, vendetta, competizione, senso di possesso, che la dirigono su donne e bambine/i – comprese le loro mogli/compagne e i loro figli.

Ora che ci siamo messi d’accordo sui termini, entriamo nello specifico. Realizzare un buon lavoro riportando accadimenti che riguardano la violenza di genere significa cercare di capire la realtà in cui le donne che la subiscono e gli uomini che la agiscono si muovono. Fare un po’ di ricerca prima di mettersi alla tastiera è vivamente consigliato: potrebbe aiutarvi a vedere i punti di intersezione dove la violenza si manifesta in tutti i livelli della società, e fare luce sulle norme sociali, le attitudini e gli attori coinvolti nella creazione di una cultura della violenza.

Innanzitutto, dovete essere consapevoli che la violenza di genere interessa l’intero ciclo della vita di una donna. La violenza di genere è un problema strutturale nella maggioranza delle società umane presenti sul pianeta anche se vi sono differenze nelle forme in cui si manifesta: alcune si danno in specifici scenari culturali, come la violenza diretta alle vedove, quella relativa alla “dote”, i delitti d’onore, le mutilazioni genitali, l’infanticidio femminile e l’aborto selettivo dei feti femminili.

A ogni punto della propria esistenza, da neonata ad anziana, una donna può essere soggetta a violenza domestica, aggressioni sessuali, molestie, stupri. Inoltre, coloro che infliggono violenza sulle donne sono molteplici quanto sono molteplici le opportunità di abuso: possono essere mariti, partner, fidanzati (o ex tutto questo), familiari, persone di fiducia, persone di potere, superiori e colleghi, insegnanti, amici, estranei.

Spesso le donne devono confrontarsi con schemi di violenza interdipendenti e cumulativi, perché la violenza fisica, la violenza economica e la violenza emotiva si rinforzano l’una con l’altra. La presenza della violenza nelle loro vite è non solo un limite permanente all’autostima e alla fiducia in se stesse delle donne, ma influenza negativamente la loro mobilità e il loro accesso alle risorse, così come le loro attività sociali, economiche e politiche. La violenza di genere ha impatto intergenerazionale: la maggior parte di ciò che bambini e bambine sanno della violenza e la loro propensione a farne uso o meno vengono largamente da ciò che genitori e parenti dicono/mostrano loro al proposito. L’altra parte della loro conoscenza in materia, crescendo, la derivano dai costumi sociali vigenti nei gruppi (nazione, città) e sottogruppi (scuola, amici, compagni) di cui fanno parte. Tali costumi sono basati ampiamente sulla stereotipizzazione di genere: in cui caratteristiche e ruoli sono assegnati in modo arbitrario a seconda del sesso di appartenenza. Gli stereotipi sono sia descrittivi (i membri di un genere sono percepiti come aventi tutti le medesime caratteristiche nonostante le differenze individuali) sia prescrittivi (poiché disegnano i parametri per i comportamenti che una società considera “accettabili”). Gli stereotipi di genere sono spesso usati come sistema per degradare e discriminare le donne, il che apre le porte a ogni altro tipo di violenza. Contrastarli e abolirli è essenziale per raggiungere l’eguaglianza di genere – che significa uguale visibilità, uguale accesso a opportunità e risorse, uguale responsabilità, uguale partecipazione di ambo i sessi in tutte le sfere della vita, privata e pubblica. “Raggiungere l’eguaglianza di genere è centrale per la protezione dei diritti umani, il funzionamento della democrazia, il rispetto della legge e lo sviluppo economico.” (Consiglio d’Europa – Gender Equality Strategy 2014-2017 – Combattere gli stereotipi di genere e il sessismo nei media).

Adesso avete il quadro generale e, si spera, una motivazione per cambiare lo stile dei vostri reportage. Cosa non dovreste fare, in particolare, ve lo elenco di seguito.

Cominciamo dalle immagini. Usatene di appropriate al contesto: per esempio l’esterno dell’edificio o la strada ove è avvenuta la specifica violenza, o se l’articolo riguarda una riflessione più generale usate qualcosa di questo tipo (il cartello dice “Insieme mettiamo fine a tutta la violenza sessuale e di genere”):

Cioè, cercate di convogliare CRONACA e RESISTENZA ALLA VIOLENZA.

Smettete di usare immagini di repertorio con modelle truccate da malmenate: moltissime donne hanno subito violenza o assistito ad azioni violente, sappiamo già com’è avere gli occhi neri e non abbiamo bisogno di simili illustrazioni-memento:

Smettete di usare raffigurazioni che enfatizzano le azioni della vittima (una donna che beve in un locale, una donna sola per strada ecc.) suggerendo che ha provocato la violenza agendo in quel determinato modo e quindi la sua colpevolezza.

E soprattutto, smettete di scrivere queste cose:

La ragazza ha confessato di essere stata assalita sessualmente.

NO, la ragazza non sta chiedendo perdono per i propri peccati, sta riportando, denunciando, raccontando, rendendo nota un’aggressione che ha subito. Aver subito un assalto sessuale non la rende colpevole di NULLA, per cui non trattatela come tale. Termini come “confessa”, “ammette” ecc. riscrivono la storia di un atto di violenza come piccante pettegolezzo sessuale.

Il suo errore è stato…

NO, non ne ha fatti. Le donne non hanno il dovere di comportarsi in determinati modi per “prevenire la violenza”: la violenza contro le donne accade in ogni dannato contesto, dal più angelico (famiglia, amici, parrocchia) al più satanico (rave party con dress-code gotico vampiresco). E nessuno dei metodi suggeriti – fa’ questo e non far quello – ha un impatto sulla riduzione della violenza, che dipende da chi decide di agirla. Per cui come lei era vestita, dove si trovava e a che ora, se era in compagnia o meno, se lo aveva lasciato / voleva lasciarlo, ecc., non costituiscono responsabilità per l’aggressione: la responsabilità dell’atto violento è sempre e solo dell’aggressore.

Filiberto Trullallà (il perpetratore) era stressato dai rumori del campetto di ping-pong vicino a casa sua, era disoccupato da tre mesi, è un membro stimatissimo del Coro degli Alpini, tutti lo definiscono marito e padre esemplare (dopo che ha appena sterminato la famiglia), è una persona schiva e tranquilla e certamente non un violento (dopo che, ripeto, ha appena sterminato la famiglia), era disperato perché la donna aveva ottenuto un ordine di allontanamento (per le percosse sistematiche a lei e ai bambini), era lacerato dalla relazione con le due donne: da un lato la noiosa consuetudine del matrimonio e dall’altro l’ardente avventura con la giovane collega…

  1. Siete giornalisti, non gli avvocati dell’uomo che ha commesso l’aggressione o l’omicidio. Con frasi come quelle riportate sopra, oltre a far piombare voi stessi e la vostra professione in un abisso di ridicolaggine, agite da complici/conniventi della cultura della violenza. Evitate di fantasticare e di trovargli le giustificazioni più assurde. Evitate di concentrarvi solo su quel che dicono di lui i suoi parenti o i suoi amici.

Avrebbe fatto del sesso non consensuale con la minorenne. Le ha toccato le parti intime. L’atto sessuale è stato forzato.

  1. Non mettete zucchero sopra lo stupro e le molestie sessuali, chiamate le cose con il loro nome oppure state tentando di renderle meno gravi, agli occhi del lettore, di quel che sono. Provate così: Avrebbe violato la minorenne. Le ha toccato i genitali. Si è trattato di uno stupro. Non usate eufemismi per ingentilire gli avvenimenti: lo stupro e gli assalti non sono del buon sesso solo un po’ forzato, sono violenze e come tali devono essere rigettate, punto e basta.

Lo stupro di Clotilde. Resterà segnata per sempre. Una donna rovinata. Ha perso la sua bellezza.

NO e poi NO, lo stupro non è l’intera identità della sopravvissuta Clotilde. Non è uno degli oggetti che le appartiene. Non è il marchio di possesso del criminale che l’ha assalita e che in questi fraseggi scompare, e con lui scompare la sua responsabilità. Piuttosto: Clotilde, che è stata violata dall’ex partner… Aver subito violenza, qualsiasi tipo di violenza, non implica che chi ne è stata vittima è “macchiata”, “rovinata” e così via: suggerirlo o dirlo esplicitamente significa solo implicare che quella donna è ora “inutilizzabile” da parte di altri uomini. E’ un’altra spintarella incoraggiante alla cultura della violenza, una di quelle spintarelle che a volte buttano noi donne giù dal quarto piano. NON FATELO. Se dovete sottolineare qualcosa, sottolineate il coraggio e la resistenza delle sopravvissute.

Per finire: se continuate a riportare solo il bollettino della polizia, le opinioni del legale dell’accusato e dei suoi familiari, il parere del famoso psicologo esperto di attacchi di panico e quello dell’attricetta saltata sul palcoscenico dell’attivismo antiviolenza due giorni fa, il vostro lavoro sta andando nella direzione sbagliata. Le voci delle vittime e quelle delle donne che da decenni le sostengono (case per non subire violenza, collettivi femministi) dovrebbero essere ascoltate. Se non altro, fornirebbero a voi e ai lettori quella prospettiva che ora manca del tutto. Maria G. Di Rienzo”

(Fonte: lunanuvola.wordpress.com)

 

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