“Ho raccontato il mio stupro ma ho ricevuto solo censure e critiche”

Dopo stupro

Questa è la foto che Amber Amour, attivista 27enne della campagna “Stop Rape, Educate” ha pubblicato su Instagram oltre un mese fa per denunciare di essere stata stuprata. Era accompagnata da un messaggio in cui la ragazza spiegava di aver accettato di fare la doccia con un amico ubriaco in un ostello a Cape Town, in Sudafrica: quando è entrata in bagno, lui l’ha violentata. L’attivista ha ricevuto lettere di solidarietà ma anche molti insulti e  accuse di essersela cercata. Pubblichiamo con il suo consenso un articolo che ha scritto in inglese sull’huffington Post.

 

L’altro ieri Amber Amour ha denunciato che Instagram aveva rimosso (per due volte) la foto qui sopra (insieme alla didascalia che raccontava la violenza subita): la notizia è rimbalzata su diversi siti di informazione. Poi ieri notte le è arrivata una lettera di scuse del sito di photo-sharing che spiegava che si era trattato di un errore. 

In quanto sopravvissuta a diverse violenze sessuali e in quanto attivista pacifista, mi vergogno ad ammettere che anche io all’inizio ho messo in dubbio la validità delle accuse contro Bill Cosby,  sentendole per la prima volta.  Ma quando sono stata stuprata a Cape Town, sei settimane fa, mentre lavoravo per la campagna umanitaria #StopRapeEducate, mi sono ricordata di quelle donne coraggiose e ho deciso di parlare.

Che cos’è che ci fa dubitare che le storie dei sopravvissuti agli stupri siano vere? Perché la gente ha tanta paura di affrontare questo argomento e queste conversazioni? C0s’è dello stupro che lo rende così “incredibile”?

Quasi ogni uomo o donna che racconta le violenze subite viene vittimizzato dai media, dagli amici e/o dai familiari. Pochi minuti dopo essere stata violentata, dopo che lo stupratore aveva lasciato la scena del crimine, io sono rimasta. Ho scattato una foto di me stessa sconvolta e ho documentato l’intera vicenda con dettagli precisi, dall’inizio alla fine. Allora avevo 20 mila followers su Instagram, sostenitori della mia campagna #StopRapeEducate. Non sapevo che cosa la polizia avrebbe detto o quale sarebbe stato il risultato finale, perciò ho deciso di dire ai miei followers quello che era successo, era la mia piccola forma di giustizia. Sarebbe stato incredibilmente ipocrita da parte mia restare in silenzio mentre guidavo un movimento che incoraggia i sopravvissuti a parlare.

Ho raccontato la storia del mio stupro con più dettagli possibile. Sapevo che avrebbe scioccato il mondo. Non mi interessava che cosa avrebbe detto la gente. Ho detto la verità, perché volevo trasmettere il messaggio che “non importa cosa faccia una persona, non c’è giustificazione per lo stupro”. Non tutti hanno recepito il messaggio, però. Migliaia di persone mi hanno risposto attaccandomi violentemente, dicendomi che sono disgustosa, una puttana, una bugiarda, una frode. Mi sono sentita subito nella stessa barca delle donne violentate da Bill Cosby: svergognate pubblicamente per il loro gesto di coraggio.

Che il sopravvissuto a uno stupro appaia sui media oppure no, il prezzo di difendere i tuoi diritti può essere devastante quanto la violenza stessa. Pensavo che il dolore sarebbe scomparso una volta finito lo stupro. Ma era solo l’inizio. Non ho mai capito perché il mondo sia così crudele con le persone che più di tutte le altre hanno bisogno di compassione: i sopravvissuti agli abusi. Anche io, che sono una attivista dei diritti umani e una femminista, sono stata colpevole di misoginia istintiva sentendo le notizie sul caso Cosby. Questo mi ha fatto capire che il patriarcato e la cultura dello stupro sono profondamente dentro ciascuno di noi, più di quanto non crediamo. Possiamo prendere le distanze dalla cultura dello stupro promuovendo una cultura del consenso. Anziché concentrarmi sul problema, mi sono spostata su un attivismo più basato sulle soluzioni, ed è così che è nato il movimento “Creating Consent Culture”. In una cultura del consenso, crediamo ciò che ci dicono i sopravvissuti allo stupro e li sosteniamo, chiediamo ai nostri partner se vogliono essere toccati o baciati e creiamo il mondo in cui sogniamo di vivere.

Non ho alcun dubbio che possiamo rendere questo mondo un posto migliore e sono pronta a lavorare per questo, ma non posso farlo da sola. Ogni persona deve fare la sua parte per creare una cultura del consenso. Dobbiamo insegnare il consenso a tutti, specialmente ai bambini, ai medici, agli avvocati, ai poliziotti in modo che il nostro sistema giudiziario possa meritarsi tale nome. Se volete creare una cultura del consenso, iniziate appoggiando i sopravvissuti agli abusi senza condizioni. Aiutateli a sentirsi meglio. Ascoltateli. Credete a quello che vi dicono. Aiutateli a trasformare il dolore in potere, in modo che tutti possiamo vivere delle vite migliori.

(Fonte: La 27esimaora)

 

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