Discorso di fine anno

Post del 31 dicembre 2015

Ci pensate? Quasi settant’anni di storia repubblicana e quasi settanta discorsi di fine anno tenuti da uomini sulla settantina. O giù di lì. Mi è venuto in mente stamattina a colazione, davanti alla mia fetta di panettone. Tutto regolare: questa è La Tradizione!

Uso della parola che neanche la giustificazione a scuola, grazie alla quale ci si smarca da una riflessione presumibilmente problematica.

Cosa vorrei dire? Cosa vorrei dimostrare? Nulla di nuovo sotto questo cielo. Difatti, anche la voce di Wikipedia mi ricorda quanto sia importante – ma che dico fondamentale – La Tradizione per noi italiani/e. Alla voce Messaggio di fine anno c’è scritto:

discorso con il quale capi di Stato, sovrani e presidenti si rivolgono al proprio popolo fornendo un consuntivo dei traguardi politici, sociali ed economici raggiunti nell’anno solare, terminando in genere coi propositi per l’anno successivo.

Capi, sovrani, presidenti. Maschile plurale. E che sarà mai! In fondo è giusto che la carica più alta dello Stato (13 sono gli uomini che contiamo dal 1948 ad oggi) faccia il suo monologo a reti unificate in cui ci racconta la sua storia sull’andamento dell’anno appena trascorso, facendoci dono della sua visione delle cose, con il solito linguaggio “truccato”.

Prima di deliziarvi col mio commiato, a modo mio, vorrei citare il mio ultimo predecessore, Giorgio Napolitano. Nel suo ultimo discorso alla Nazione del 31 Dicembre 2014 così scriveva in alcuni passaggi per voi accuratamente selezionati:

Il messaggio augurale di fine d’anno che ormai dal 2006 rivolgo a tutti gli italiani, presenterà questa volta qualche tratto speciale e un po’ diverso rispetto al passato. Innanzitutto perché le mie riflessioni avranno per destinatario anche chi presto mi succederà nelle funzioni di Presidente della Repubblica. (…)

Vorrei piuttosto ragionare con voi su come stiamo vivendo questo momento in quanto generalità dei cittadini, uniti dall’essere italiani. Credo sia diffuso e dominante l’assillo per le condizioni della nostra economia, per l’arretramento dell’attività produttiva e dei consumi, per il calo del reddito nazionale e del reddito delle famiglie, per l’emergere di gravi fenomeni di degrado ambientale, e soprattutto – questione chiave – per il dilagare della disoccupazione giovanile e per la perdita di posti di lavoro. (…)

Non può, non deve essere questo l’atteggiamento diffuso nella nostra comunità nazionale. Occorre ritrovare le fonti della coesione, della forza, della volontà collettiva che ci hanno permesso di superare le prove più dure in vista della formazione del nostro Stato nazionale unitario e poi del superamento delle sue crisi più acute e drammatiche. (…)

Ho fatto del mio meglio in questi lunghi e travagliati anni della mia Presidenza per rappresentare e rafforzare l’unità nazionale, per sanare le ferite che aveva subito, per ridarle l’evidenza che aveva perduto : se vi sia in qualche modo riuscito, toccherà dirlo a quanti vorranno con obbiettività e insieme con spirito critico analizzare il mio operato. Di strada comunque ne abbiamo percorsa, nella direzione che indicai in Parlamento dopo aver giurato da Presidente il 15 maggio 2006. (…)

Sì, dobbiamo bonificare il sottosuolo marcio e corrosivo della nostra società. E bisogna farlo insieme, società civile, Stato, forze politiche senza eccezione alcuna. Solo riacquisendo intangibili valori morali la politica potrà riguadagnare e vedere riconosciuta la sua funzione decisiva.

A seguire del consuntivo, i ringraziamenti speciali che vede in cima ben due donne eccellenti (accipicchiolina!):

Rendiamo omaggio a italiani esemplari. Come la brillante scienziata, Fabiola Gianotti, eletta all’unanimità direttore generale del Centro europeo per la Ricerca Nucleare a Ginevra. O come l’astronauta Samantha Cristoforetti che ci parla semplicemente, con modestia e professionalità, della ricerca scientifica in corso nello spazio. Siamo orgogliosi di questi italiani campioni di cultura e di solidarietà. (…)

in ultima istanza i saluti finali,

Resterò vicino al cimento e agli sforzi dell’Italia e degli italiani, con infinita gratitudine per quel che ho ricevuto in questi quasi nove anni (…)

Non è più tempo per un deconstructing serio e puntuale, mi affido alla grammatica e al linguaggio che – per chi ha occhi per leggere – basta e avanza. Menzionare due scienziate di questo calibro con quattro parole ed una grammatica a casaccio, non mi sembra possa farci tanto onore.

Così ci dipingono. Così ci raccontano. E mai come in questo caso possiamo farci niente. Oppure no?

Comici, satiri, blogger si sono cimentati in discorsi di capodanno ipotetici.

E le donne? Ci sta bene essere menzionate così? Menzionate e basta?

Così, ho pensato ad un sogno eretico. Uno di quei sogni da ragazzaccia irriverente. Sì, irriverente. Penso che mi piacerebbe staccare la spina al microfono del Presidente della Repubblica italiana per questo ultimo dell’anno togliendogli la parola a reti unificate per una volta, una volta sola. Per vedere l’effetto che fa. Per sentire al posto loro le parole di una donna qualunque, visto che di Presidenti donna neanche l’ombra. Tanto più che ci sarebbe il problema di come appellarle. Femminile? Maschile? Questioni troppo sottili per un paese con altri problemi.

Ne sa qualcosa la Presidente Boldrini.

Ed è qui che entro in scena io, donna qualunque, precaria disoccupata idealista, studentessa antisessista, femminista irriverente, difenditrice della grammatica italiana, sprezzante rompicoglioni, acerrima nemica dei pressapochismi logico-linguistici.

E se facessimo per un anno al contrario?

Pensate a quale sussulto vivrebbero buona parte degli italiani maschi a sentire il discorso di fine anno coniugato interamente al femminile/neutrale a ricordargli che in fondo è giusto così per loro che sono solo il 49% della popolazione. Per quest’anno possono cassare. E ascoltare senza generalismi e generalità che non siamo solo un popolo, una nazione unita (o presunta tale), ma una comunità per la maggior parte costituita da donne e da tante persone differenti; da tante identità fatte di molteplici sfumature, perfino di pelle. Aventi appartenenze religiose, orientamenti sessuali, provenienti da famiglie e culture diverse tante quante sono i colori.

Pensate se domani sera a quella voce maschile singolare resa plurale che deglutisce il femminile solo per comodità si sostituisse quella di una donna qualunque come me, e dicesse alla nazione:

Carissime italiane tutte, in ogni parte dello stivale vi troviate auspico che il mio augurio sincero per un sereno 2016 alle porte possa raggiungervi in qualsiasi luogo, attimo o momento della vostra vita vi troviate. Buon anno a tutte e a ciascuna. Nella speranza che questa serata possa avere la forma del dialogo e della sorellanza tra le vostre care, le vostre amicizie o con chiunque abbiate deciso di trascorrerlo, mi accingo a ringraziarvi. Grazie per la cura e la pazienza con cui da anni portate avanti – con impegno, sacrificio e dedizione – i vostri lavori; a casa, a lavoro, nel volontariato, nell’associazionismo, nelle comunità d’appartenenza, nei luoghi per voi sacri o cari contribuendo così in maniera fondamentale alla coesione sociale e all’unità nazionale. Grazie per gli sforzi e la professionalità profuse sempre, nonostante le difficoltà nella conciliazione lavoro-casa-famiglia, la perdita di diritti fondamentali, un salario spesso inadeguato, contratti miseri e orde di ricatti continui riuscendo a guardare spesso oltre. Oltre la scarsa considerazione sociale che del vostro operato ha l’opinione pubblica generalista, il governo, le forze politiche. Oltre lo scarso lustro di cui gode il vostro lavoro non-retribuito in casa, con le persone anziane  e la prole di cui però giovano tutte le Istituzioni compreso l’intero welfare nazionale. Grazie per non offendervi mai troppo se della vostra immagine diamo spesso questo profilo dismorfico di santa e puttana insieme, focolare della famiglia tradizionale senza troppo insistere sulle questioni dei diritti LGBTQI o altre identità di donna.

A partire da ciò mi sento innanzitutto di incoraggiare tutte le professioniste della cura e dell’accoglienza di tutte le appartenenze religiose, sessuali, culturali: colf, badanti, puericultrici, infermiere, ostetriche, assistenti sociali, psicologhe dell’infanzia, spazzine, operatrici sanitarie e scolastiche, segretarie, centraliniste inbound. Nella consapevolezza di aver dimenticato qualche ruolo di medesima importanza, altresì motore di questo paese la cui ripresa economica ha faticato e faticherà anche nel prossimo semestre economico a dispetto di tutte le previsioni ufficiali. Questo a causa dei soliti potenti, camaleontiche salamandre di turno che detengono soldi, potere, prestigio dominando le dinamiche di potere, corrompendo tutte a loro piacimento, godendo nell’affamare sempre più, i più deboli e disertando i tavoli di discussione in cui si definiscono contrattualità e diritti delle cittadine oneste e dove, un tempo, albergava quella roba chiamata Democrazia. Da Presidente posso fare poco. E quel poco che posso fare non è comunque considerabile abbastanza, in termini politici.

Poche parole perciò di consuntivo sull’anno appena trascorso, quello col tasso di disoccupazione giovanile più alto d’Europa, mai registrato dal nostro paese negli ultimi venticinque anni. Sono certa che vi siate rese ormai conto che non c’è nessuna “crisi” indotta dal mercato americano a partire dal 2009, ma che la crisi qui la cavalchiamo sulla vostra pelle e sulle vostre spalle da almeno due decenni se non di più (dati a casaccio, come da tre decenni fanno i media italiani tutti). Il lavoro del “mondo di sotto” di voi donne, quasi il 52% della popolazione nazionale, silenzioso, generoso, non contava niente prima nell’agenda politica italiana figuriamoci ora dove bisogna assicurare la tenuta delle Banche e del mercato immobiliare che se crolla son mazzi. Non è un caso infatti che tutte le professioni legate alla cura e alla responsabilità di gestione della salute come dell’istruzione pubblica abbiano registrato un incremento sensibile della presenza femminile; i dati della facoltà di Medicina della prima Università romana ci parlano di una progressiva presenza delle donne nelle professioni mediche, che si attesterà attorno al 70% nei prossimi cinque anni. Più donne, meno salario. É chiaro che nel 2016 punteremo tutto su quella brillante tecnica di marketing chiamata pink-washing: farvi credere che siete importanti ci fa risparmiare sulla spesa pubblica e l’efficentamento del personale; una donna motivata e contenta lavora per tre. Nel frattempo ridurremo esenzioni e taglieremo in prevenzione a danno dei vostri corpi, donne, sempre più infertili. Uno scenario che può apparire terrificante solo all’apparenza; in compenso apriremo nuove cattedrali nel deserto: centri residenziali nel nulla per nuovi centri commerciali e cliniche di bellezza perché si sa, la cellulite è una malattia. Non un semplice inestetismo causato da decenni di mala alimentazione e poco, pochissimo esercizio fisico. Più povere, più dequalificate ma sinceramente più belle.

Sappiamo quanto questo possa non interessare a buona parte di voi; le più laureate del paese e con i migliori voti non si vendono per qualche trattamento ringiovanente. Aspirano ad altro nella vita. Aspirano ad una posizione sociale e lavorativa che però dopo la prima gravidanza troveranno il modo di sfilarvi, demansionandovi e mettendovi vicino alla macchinetta del caffè. Fanno finta che esistete persino nei discorsi e pur di non menzionarvi – come ogni mio predecessore ha fatto – vi ricoprono di onoreficenze al maschile; rettore, dottore, direttore, architetto, avvocato etc. Alcune di voi sono pure soddisfatte ed orgogliose di questo. Che dire… siete meravigliose. E ricordate, per il 2016 alle porte le dinamiche patriarcarli in atto non si dimenticheranno di voi; vi sedurranno per mettervi contro in competizioni ridicole. Al massimo per un posto da precaria odontoiatra o ingegnera in una società che assume con contratti di tre mesi chiedendovi pure il resto; forse di farvi guardare il culo tutte le mattine dal capo nell’altra stanza che stila la classifica delle più “

bone”, mentre voi fate il lavoro anche per il collega della scrivania affianco. Se credete che stia esagerando o generalizzando in maniera qualunquista, care italiane tutte, non potrete certo lamentarvi proprio  adesso, di questo mio discorso. Dopo 70 anni in cui uomini con la barba bianca non vi hanno neanche contemplate, non potrete certo venire a fare recriminazioni a me che sono una donna proprio come voi?

Che questo nuovo anno possa liberarvi dal timore di rivendicare per voi stesse e chi vi sta accanto, diritti e considerazione che vi spettano, osando di volere in prima persona la parola nel rispetto della grammatica italiana.

Felice anno nuovo al popolo italiano.

La Presidente Effe

Al prossimo anno.

Di Fiammetta

(Fonte: filosofia maschia.wordpress.com)

 

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