Donne e pubblicità, la svolta che non c’è

L’analisi è tranchant, senza appello:

«Prende corpo una narrazione neocubista della donna che sembra omaggiare il punto di vista vouyeristico caro a quella corrente di sottobosco del cinema italiano che godette di una discreta fortuna ai tempi della leva obbligatoria».

A supporto della tesi un’analisi empirica sul contenuto degli slogan pubblicitari. Che racconta come le donne siano sessualmente più disponibili rispetto agli uomini secondo un rapporto di 12 a 1. In altri termini: per ogni 100 campagne con donne protagoniste (o co-protagoniste) 12,9 le rappresentano sessualmente disponibili. Per gli uomini la percentuale scende all’1.

Benvenuti nella disparità di genere. Teorizzata dalle agenzie pubblicitarie. Supportata dai centri media. Definitivamente amplificata da tv, giornali e settimanali. L’indagine porta la firma di Art Directors Club Italiano, università Alma Mater e Nielsen Italia. La sensazione è che da settembre 2008 ad oggi sia cambiato poco o nulla.

Dal giorno in cui il Parlamento europeo ha approvato con 504 voti favorevoli la proposta di abolire la pubblicità sessista e degradante per le donne. Già di per sé quel voto sembrò una sconfitta culturale. Come se servisse un legislatore per normare ciò che la società non riesce di sua sponte: superare gli stereotipi di genere. Profondamente radicati. Sedimentati nell’immaginario collettivo.

Come le “grechine”. L’indagine la usa come immagine per testimoniare come la donna viene rappresentata dal mondo ammiccante della pubblicità: le grechine erano quelle decorazioni con cui le maestre di scuola elementare invitavano le bambine a incorniciare e ornare i loro scritti, i loro disegni, i loro quaderni. In altri termini una grechina è una bellezza decorativa che riempie un vuoto, solitamente di idee, con le proprie grazie.

(elaborazione Art Directors Club Italiano, università Alma Mater e Nielsen Italia)

La ricerca aggiunge anche un altro tema interessante: lo stato di alterazione della coscienza che provoca un prodotto pubblicizzato sulla donna. Come se fosse maggiormente incline al potere taumaturgico del consumo. Anche qui la prova di commutazione non regge: se ci fosse un uomo che effetto gli farebbe un prodotto di largo consumo? Opposto. L’uomo governa meglio le proprie emozioni? Ci sono prove di evidenza scientifica?

(Fonte: La 27esimaora)

 

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