1 dicembre: giornata contro l’aids

L’aids è una malattia infettiva che si trasmette attraverso rapporti sessuali non protetti, trasfusioni di sangue contaminato o con aghi ipodermici o anche tramite trasmissione verticale, cioè quella tra madre e bambino durante una gravidanza. Più precisamente è il virus Hiw che viene trasmesso.

La ricerca genetica indica che l’hiw abbia avuto origine in Africa centro-occidentale. Anche se i trattamenti per l’HIV/AIDS possono rallentare o arrestare il decorso della malattia, non vi è cura conosciuta o vaccinicontro l’HIV. Il trattamento antiretrovirale riduce sia i morti che le nuove infezioni, ma questi farmaci sono costosi e non sono disponibili in tutti i paesi. A causa della difficoltà nel trattamento delle infezioni da HIV, la prevenzione è un obiettivo chiave per il controllo dell’AIDS.

Testimonianza di una donna con l’aids

Alessandra Cerioli, il cuore caldo da donna emiliana e una vita di alti e bassi, ha 54 anni e da quasi 30 convive con l’Aids. Femminista convinta e donna libera, negli anni ’80 gira il mondo, si ferma per tre anni in Brasile, ha due amori importanti e, tra questi, anche storie occasionali. Nel 1986 Alessandra rimane incinta e proprio gli esami al terzo mese di gravidanza le rivelano di essere sieropositiva. Probabilmente il contagio risale a un paio di anni prima. Inizia un periodo irto di difficoltà, depressione, malessere fisico e psicologico. Con la fine degli anni Novanta avviene una svolta; l’avvento delle terapie antiretrovirali, nel 1996, determina l’immediato crollo delle diagnosi di Aids e della mortalità, restituendo alle persone con Hiv un’aspettativa di vita paragonabile a quella della popolazione generale. Intanto Alessandra incontra un nuovo compagno, anche lui sieropositivo e come lei attivista, e si moltiplicano gli impegni, perché sono ancora tante le questioni irrisolte sull’Hiv: i figli, le coppie siero-discordanti, il lavoro, l’autorganizzazione, i pregiudizi da combattere. Oggi, con Lila, Alessandra, si batte per una causa che non è solo sua: sono circa 100.000 le persone che sanno di avere l’Hiv in Italia. L’88,6% di loro ha una età compresa tra i 25 e i 59 anni e l’84,3 % sono uomini. La buona notizia, oggi, è che il loro stato di salute è prevalentemente buono, infatti il 41,4% di loro sono asintomatiche e solo il 25% ha sviluppato l’Aids (*). Ecco cosa ci ha detto Alessandra, in occasione di un appuntamento importante come quello del primo dicembre. Alessandra, ci racconta qualcosa della sua storia e di come è diventata Presidente di Lila? Sono arrivata alla Lila nel 1996 chiedendo aiuto e informazioni sui farmaci antiretrovirali che avevo iniziato ad assumere. Erano terapie complesse con tanti effetti collaterali: avevo bisogno di un confronto con altre persone sieropositive nella mia stessa condizione. Ma soprattutto sentivo il bisogno di un supporto psicologico: sapevo di essere sieropositiva dal 1986, fino ad allora bene o male me l’ero sempre cavata da sola e con il solo supporto del mio compagno e della mia famiglia, ma nel ‘95 la mia situazione fisica peggiorò e mi ritrovai in AIDS. Da quel momento, pensando mi rimanesse poco da vivere, entrai in uno stato depressivo. Fu allora che contattai la Lila di Bologna e tutto ebbe inizio.

Da quasi 30 anni convive con l’Aids; esistono ancora pregiudizi verso i sieropositivi e gli ammalati? Le persone con Hiv sono discriminate sulla base dell’ignoranza rispetto alle modalità di trasmissione del virus: si pensa che le persone con Hiv siano una minaccia per la salute altrui. Ma anche l’ignoranza rispetto alla qualità e alle aspettative di vita o di chi pensa che una persona con Hiv sia una persona malata e poco produttiva. Poi c’è il pregiudizio rispetto agli stili di vita di chi ha contratto il virus, si associa sempre l’Hiv a comportamenti colpevoli o deviati, ignorando che l’infezione da Hiv si propaga per via sessuale e riguarda tutte le persone che hanno rapporti sessuali non protetti, a prescindere da genere e orientamenti sessuali. Ci sono mai state occasioni in cui si è sentita discriminata per questo? In passato sono stata penalizzata in ambito sanitario: i medici e gli infermieri, sapendo che avevo l’Hiv, hanno usato metodi di protezione esagerati. Adesso, per fortuna, è tanto che non mi capita più. Recentemente, però, mi sono sentita rifiutata in un paio di relazioni sentimentali a causa della mia malattia: ha prevalso la paura irrazionale di essere contagiati sessualmente, nonostante l’uso del profilattico e nonostante io assuma la terapia antiretrovirale, che rende improbabile la trasmissione del virus anche in assenza di protezione. Sono esperienze spiacevoli e dolorose. Com’è cambiata la sua vita dal momento in cui ha scoperto di essere sieropositiva? Ovviamente questa scoperta è coincisa con un cambio radicale della mia vita, che si è ripetuto più volte. Il primo cambiamento è avvenuto al momento della diagnosi nell’86: ero incinta di 4 mesi e desideravo tanto un bambino. Al tempo si sapeva poco di questo virus; non sapevo nemmeno se sarei sopravvissuta, e così ho deciso di abortire. Ci parlava anche di un periodo di depressione… Sì, nel 1995, quando dopo l’ennesima polmonite sono entrata in AIDS, ero certa che mancasse poco alla mia morte e ho meditato anche il suicidio, avevo paura. Poi, per fortuna, nel 1996 è stata disponibile la prima terapia antivirale efficace, e ho capito che sarei sopravvissuta.

(Fonti: IO donna, Wikipedia)

 

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