24 novembre 2009: Lea Garofalo uccisa e bruciata. Verrà ritrovata dopo tre anni

Lea e sua figlia Denise

“Mi fermo solo per recuperare una somma di denaro che quell’uomo mi deve. In così poco tempo non riuscirà a organizzare il mio omicidio” disse alla sua avvocata prima di prendere il treno per Milano ma si sbagliava. Le indagini non sono riuscite ad accertare con esattezza né il momento né il luogo in cui è stata uccisa, ma di certo in un terreno nella frazione di San Fruttuoso a Monza.

Si sbagliava, sebbene la ‘ndrangheta Lea la conoscesse bene. Suo padre era stato ammazzato quando lei aveva nove mesi. Suo fratello Floriano Garofalo, prima di essere anche lui assassinato nel 2005, da Petilia Policastro muoveva i fili dello spaccio a Milano in zona Baiamonti-Montello, insieme alla cosca di Cosco Trovato. Gli uomini e le donne della famiglia Cosco sbrigavano il lavoro sporco, tagliavano la droga sotto gli occhi di Lea. Che aveva fatto la “fuitina” a 13 anni con il ragazzo di cui si era innamorata proprio per dimenticare la Calabria e abbracciare un mondo nuovo a Milano, fatto di regole diverse e senza strade imbrattate di sangue. Invece qui si era ritrovata in un ambiente identico, con i picciotti della ‘ndrangheta che si ammazzavano tra loro, nello stabile di via Montello 6 di proprietà della Fondazione Policlinico occupato abusivamente da famiglie calabresi che campavano con la droga.

Aveva avuto la sua bambina a 17 anni e mezzo, Lea. E anche per lei, come per altre donne nate e cresciute nel ventre delle mafie, la maternità ha innescato un corto circuito. La sociologa Renate Siebert  nel suo Mafia e quotidianità scrive che il mafioso non si fida delle donne perché in ogni donna c’è una madre. E la madre Lea Garofalo desidera per la sua Denise un avvenire fatto di scelte libere e non di ineluttabili destini graffiati dall’obbedienza e dalla morte intorno. Così, quando Carlo Cosco viene arrestato nel 1996 per traffico di droga, lei lo lascia. Parte con la figlia, alla quale sempre risparmierà i colloqui in carcere con il padre.

Nel 2002 denuncia i loschi affari del suo uomo e diventa testimone di giustizia. Non collaboratrice, come erroneamente è stata indicata: l’unico reato che ha commesso è stato dare uno schiaffo a una ragazza che aveva offeso la sua Denise, e che l’ha poi denunciata per lesioni. La prima udienza si teneva a Firenze il 20 novembre del 2009: è stato quel giorno che la sua avvocata Enza Rando ha tentato di trattenerla dall’andare a Milano. Ma Lea era povera, sofferente, disorientata. Carlo Cosco le doveva dei soldi. Li avrebbe presi e, con Denise, si sarebbe messa nelle mani dell’associazione Libera per ricominciare altrove. Le telecamere di corso Sempione a Milano la filmano la sera del 24 novembre 2009. Denise sale in auto con il padre, che vuole portarla a trovare gli zii. Madre e figlia devono ricongiungersi più tardi per prendere un treno, ma quando Denise torna in corso Sempione, di fronte al bar Marilù, Lea non c’è. E mai arriverà.

Quel giorno, mentre la figlia era con il padre, Lea fu torturata per ore e poi bruciata. Il suo corpo carbonizzato fu ritrovato dopo 3 anni, il 21 novembre 2012, in un campo della Brianza. Gli oggetti ritrovati accanto al corpo determinarono il riconoscimento.

Nel marzo 2012, i 6 indagati tra cui l’ex marito della donna e l’ex fidanzato della figlia sono stati condannati all’ergastolo per omicidio e occultamento di cadavere.

Ora c’è Denise, che vive in un luogo segreto sotto scorta.

(Fonti: il sole 24 ore, la 27esimaora)

 

Aggiornamento 9 marzo 2011: a Petita Policastro, il paese natio di Lea, è stato sfregiato il monumento in sua memoria. Lo ha scoperto il sindaco quando si è recato al cimitero per deporre un fiore proprio accanto al monumento in questione.

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