Reyhaneh Jabbari, impiccata per aver ucciso il suo stupratore

Reyhaneh Jabbary viveva in Iran e aveva 26 anni;

a 26 anni una ragazza è piena di sogni da realizzare, carica di entusiasmo e voglia di vivere ma  Reyhaneh Jabbari  è stata uccisa dalla legge del suo paese, è stata impiccata perché reagì a un tentativo di stupro uccidendo il suo aggressore.  

Abbiamo sentito tanto parlare di lei. Il mondo intero si è mobilitato per cercare di evitare una sentenza ingiusta e salvarla!

Ma la legge del taglione e l’essere una donna che non vuole sottostare alle angherie  è più potente di qualsiasi mobilitazione, petizione o richiesta di grazia, e così, Reyhaneh, è stata giustiziata nel carcere di Teheran dov’era rinchiusa.

Reyhaneh era stata arrestata nel 2007, quando aveva 19 anni, per l’omicidio di Morteza Abdolali Sarbandi. La ragazza era stata condannata a morte dopo un processo viziato da irregolarità secondo quanto denunciato da Amnesty International. La ragazza ammise di aver accoltellato l’uomo, ma per difendersi da un’aggressione sessuale. Il tribunale non tenne però conto delle sue parole e per Reyhaneh arrivò la condanna a morte. Il perdono della famiglia della vittima avrebbe salvato la ragazza, ma per farlo il figlio dell’uomo ucciso aveva chiesto che Reyhaneh negasse di aver subito un tentativo di stupro. Lei si è sempre rifiutata di farlo perché credeva nella giustizia.

L’esecuzione è avvenuta sabato 25 ottobre con il figlio dello stupratore ucciso nelle vesti di boia a dare il calcio alla sedia sulla quale la ragazza attendeva l’atroce, barbara e ingiusta morte per impiccagione.

In questi giorni sta circolando in rete il suo testamento, ovvero un audio messaggio che aveva registrato il 1 Aprile dopo aver saputo della sua condanna a morte. Leggiamolo:

“Cara Shole,

oggi ho appreso che è arrivato il mio turno di affrontare la Qisas (la legge del taglione del regime ndr). Mi sento ferita, perché non mi avevi detto che sono arrivata all’ultima pagina del libro della mia vita. Non pensi che dovrei saperlo? Non sai quanto mi vergogno per la tua tristezza. Perché non mi hai dato la possibilità di baciare la tua mano e quella di papà?

Il mondo mi ha permesso di vivere fino a 19 anni. Quella notte fatale avrei dovuto essere uccisa. Il mio corpo sarebbe stato gettato in un qualche angolo della città e, dopo qualche giorno, la polizia ti avrebbe portata all’obitorio per identificare il mio cadavere, e avresti appreso anche che ero stata stuprata. L’assassino non sarebbe mai stato trovato poiché noi non godiamo della loro ricchezza e del loro potere. E poi avresti continuato la tua vita nel dolore e nella vergogna, e un paio di anni dopo saresti morta per questa sofferenza, e sarebbe finita così.

Ma a causa di quel colpo maledetto la storia è cambiata. Il mio corpo non è stato gettato via, ma nella fossa della prigione di Evin e nelle sue celle di isolamento e ora in questo carcere-tomba di Shahr-e Ray. Ma non vacillare di fronte al destino e non ti lamentare. Sai bene che la morte non è la fine della vita.

Mi hai insegnato che veniamo al mondo per fare esperienza e per imparare una lezione, e che ogni nascita porta con sé una responsabilità. Ho imparato che a volte bisogna combattere. Mi ricordo quando mi dicesti che l’uomo che conduceva la vettura aveva protestato contro l’uomo che mi stava frustando, ma quest’ultimo ha colpito l’altro con la frusta sulla testa e sul volto, causandone alla fine la morte. Sei stata tu a insegnarmi che bisogna perseverare, anche fino alla morte, per i valori.

Ci hai insegnato andando a scuola ad essere delle signore di fronte alle liti e alle lamentele. Ti ricordi quanto hai influenzato il modo in cui ci comportiamo? La tua esperienza però è sbagliata. Quando l’incidente è avvenuto, le cose che avevo imparato non mi sono servite. Quando sono apparsa in corte, agli occhi della gente sembravo un’assassina a sangue freddo e una criminale senza scrupoli. Non ho versato lacrime, non ho supplicato nessuno.  Non ho cercato di piangere fino a perdere la testa, perché confidavo nella legge.

Ma sono stata incriminata per indifferenza di fronte ad un crimine. Vedi, non ho ucciso mai nemmeno le zanzare e gettavo fuori gli scarafaggi prendendoli per le antenne. Ora sono colpevole di omicidio premeditato. Il mio trattamento degli animali è stato interpretato come un comportamento da ragazzo e il giudice non si è nemmeno preoccupato di considerate il fatto che, al tempo dell’incidente, avevo le unghie lunghe e laccate.

Quanto ero ottimista ad aspettarmi giustizia dai giudici! Il giudice non ha mai nemmeno menzionato che le mie mani non sono dure come quelle di un atleta o un pugile. E questo paese che tu mi hai insegnata ad amare non mi ha mai voluta, e nessuno mi ha appoggiata anche sotto i colpi dell’uomo che mi interrogava e piangevo e sentivo le parole più volgari. Quando ho rimosso da me stessa l’ultimo segno di bellezza, rasandomi i capelli, sono stata premiata con 11 giorni di isolamento.

Cara Shole, non piangere per quello che senti. Il primo giorno che nell’ufficio della polizia un agente anziano e non sposato mi ha colpita per via delle mie unghie, ho capito che la bellezza non è fatta per questi tempi.  La bellezza dell’aspetto, la bellezza dei pensieri e dei desideri, la bella calligrafia, la bellezza degli occhi e di una visione, e persino la bellezza di una voce piacevole.

Mia cara madre, il mio modo di pensare è cambiato e tu non sei responsabile. Le mie parole sono senza fine e le darò a qualcuno in modo che quando sarò impiccata senza la tua presenza e senza che io lo sappia, ti verranno consegnate. Ti lascio queste parole come eredità.

Comunque, prima della mia morte, voglio qualcosa da te e ti chiedo di realizzare questa richiesta con tutte le tue forze e tutti i tuoi mezzi. Infatti, è la sola cosa che voglio dal mondo, da questo paese e da te. So che hai bisogno di tempo per questo. Per questo ti dirò questa parte del mio testamento per prima. Per favore non piangere e ascolta. Voglio che tu vada in tribunale e presenti la mia richiesta. Non posso scrivere questa lettera dall’interno della prigione con l’approvazione delle autorità, perciò ancora una volta dovrai soffrire per causa mia.  È la sola cosa per cui, anche se tu dovessi supplicarli, non mi arrabbierei – anche se ti ho detto molte volte di non supplicarli per salvarmi dalla forca.

Mia buona madre, cara Shole, più cara a me della mia stessa vita, non voglio marcire sottoterra. Non voglio che i miei occhi o il mio cuore giovane diventino polvere. Supplicali perché subito dopo la mia impiccagione, il mio cuore, i reni, gli occhi, le ossa e qualunque altra cosa possa essere trapiantata venga sottratta al mio corpo e donata a qualcuno che ne ha bisogno. Non voglio che sappiano il mio nome, che mi comprino un bouquet di fiori e nemmeno che preghino per me. Ti dico dal profondo del cuore che non voglio che ci sia una tomba dove tu andrai a piangere e soffrire.  Non voglio che tu indossi abiti scuri per me. Fai del tuo meglio per dimenticare i miei giorni difficili. Lascia che il vento mi porti via.

Il mondo non ci ama. Non voleva il mio destino. E adesso sto cedendo e sto abbracciando la morte. Perché nel tribunale di Dio incriminerò gli ispettori, l’ispettore Shamlou, il giudice, i giudici della Corte suprema che mi hanno colpita quando ero sveglia e non hanno smesso di abusare di me. Nel tribunale del creatore accuserò il dottor  Farvandi, e Qassem Shabani e tutti coloro che per ignoranza o menzogna mi hanno tradita e hanno calpestato i miei diritti.

Cara Shole dal cuore d’oro, nell’altro mondo siamo io e te gli accusatori e loro sono gli imputati. Vediamo quel che vuole Dio. Io avrei voluto abbracciarti fino alla morte. Ti voglio bene.

Reyhaneh”

Ecco una sua lettera tratta da la 27esimaora

“Io, Reyahaneh, ho ventisei anni, sono in galera della città di Rey, in un salone con temperatura zero.

Non riesco a dimenticare la faccia e la voce di una donna.

Qualche tempo fa, mi sono svegliata alle grida di una donna prigioniera: la stavano portando all’impiccagione. Questa donna aveva un figlio, che ancora allattava e per questo motivo avevano posticipato la sua esecuzione per farle finire il latte. Non avendo trovato nessuno che accettasse la responsabilità del figlio, hanno trovato come unica soluzione quella di mandare il bambino all’orfanotrofio. Il giudice cancelliere aveva terminato la procedura e le grida erano quelle della donna, che non voleva consegnare il suo bambino. La donna era disperata, l’ho vista seduta al centro del cortile. Altre donne attorno a lei dicevano parole di consolazione, ma era come se lei non sentisse e non vedesse. Non so se ogni donna a cui viene tolto il proprio figlio pianga così, gridi così. Di nuovo ho sentito quel dolore alla schiena come quando mi torturavano. Sono andata con un bicchiere d’acqua per alleviare la sua sete. Non ho detto nulla, non riuscivo a dire qualcosa. Non potevo conoscere la profondità del dolore di una madre che ha perso il proprio figlio. In passato avevo visto tante donne con i loro figli di due o tre anni, che venivano portati via e affidati a un familiare o a un orfanotrofio, ma questo era diverso: il bambino era un lattante e la madre sarebbe stata giustiziata. In quei giorni in cui lei stava perdendo il latte, sentivo le sue grida e i suoi lamenti. Era il mio primo incontro con una donna prigioniera che era anche una mamma, l’avevo conosciuta il giorno in cui Taiebh mi aveva presentato in cortile.

Quel giorno non pensavo che sarei restata lontano da casa più di sei anni, non pensavo che nel settimo inverno lontano da casa mi sarei seduta sul letto a raccontare tutto quello che mi era accaduto.

Io, Reyahaneh, quando avevo diciannove anni, timorosa per il futuro, nel primo incontro con donne prigioniere, ho saputo che ogni prigioniera ha il permesso di  chiamare la sua famiglia soltanto tre minuti al giorno. Era una domenica e avevo tanta ansia, mi chiedevo: “Conosceranno la mia voce, che cosa mi diranno?” Con le mani che tremavano ho fatto il numero. “Pronto” era mia madre. Soltanto ho potuto dire ciao, nessuna altra parola è uscita dalla mia bocca. Nel silenzio assoluto le lacrime come una pioggia bagnavano la mia faccia. “Sì, sei tu, Reyahaneh? Amore della mamma, come stai?” e poi un singhiozzo. Io piangevo sommessamente e lei con la voce alta parlava piangendo. Ho chiuso gli occhi e mi sono immaginata nelle sue braccia, come quando da bambina restavo lontana da lei per alcuni giorni e la riabbracciavo di nuovo forte. Non avrei voluto staccarmi più da lei, ma un’altra donna insensibile, che era in fila per il suo turno al telefono, mi ha battuto sulla spalla e mi ha tirato fuori dalle braccia di mia madre e mi ha riportata nel cortile di Ewin. “Mamma di nuovo ti chiamo, dopo domani puoi venire a visitarmi ?”Tutto il mio corpo per l’emozione e allegria tremava. Sono tornata incamera e mi sono buttata sul mio letto.

Taiebh nonostante fosse stanca del lavoro mi consigliava su come potevo ambientarmi nel nuovo posto. Poi ha detto: “Speriamo che la sua anima sia felice in un altro mondo, a prescindere dalle colpe che ha commesso.” Per me Taiebh era come un angelo, mandato da Dio per tranquillizzare la mia anima. Io l’ascoltavo in silenzio e lei parlava, parlava, parlava. Il giorno dopo sono andata in un posto detto centro culturale. C’erano tanti corsi che le donne potevano frequentare: imparavano, ma le loro opere erano usate gratuitamente. Io mi sono iscritta in due corsi: un corso per imparare a fare i pupazzi e un altro per lavorare con il legno. Se non fossi stata in prigione mi sarei immaginata seduta per ore a tagliare modelli, cucire e consegnare. Ma qualsiasi cosa facessi mi riempiva le ore e potevo tornare in camera stanca, così mi addormentavo e dimenticavo. Qualche sera mi svegliava Taiebh con un bicchiere in mano dicendo: “Stai avendo incubi, ormai tutto è finito,  tranquillizzati, prendi l’acqua e dormi.” E io, tutta in sudore, con il cuore che mi batteva e le mani che tremavano, mi sdraiavo.

Due giorni dopo il mio ingresso nel reparto comune, un martedì, mi sono svegliata prima della preghiera mattutina e mi sono immaginata la mia famiglia. La felicità d’incontrare la mia famiglia mi riempiva il cuore e mi dava gioia. Le ragazze della stanza mi hanno detto: “Meno male, finalmente vediamo il tuo sorriso.” Qualche ora dopo hanno annunciato all’altoparlante il mio nome insieme a quello di altre persone. Ci siamo messe in fila, siamo saliti in una macchina e dopo un bel po’ di strada siamo arrivati a un palazzo. Abbiamo salito le scale e siamo entrate da una porta piccola in una sala. C’erano delle finestre con doppio vetro, coperte da tende color verde. Ogni finestrina era chiamata cabina, la cabina numero 36 era la mia cabina. Cabina che per alcuni mesi sarà il luogo d’incontro con i miei cari. Mi sono seduta sulla sedia e c’erano altre due persone guardiane della polizia e un’altra prigioniera addetta alla sorveglianza camminavano avanti e indietro come accade nelle scuole elementari per controllo. Di solito la sorvegliante prigioniera indossava un chador color nero, perché il chador delle detenute era color blu scuro con il simbolo del tribunale in rilievo. Altre avevano il chador come il mio blu-scuro con fiorellini bianchi, il bordo era sfilato. Questo tipo di chador con fiorellini bianchi non c’era per tutte le detenute, perché le donne erano molto numerose.

Schiacciando un bottone la tenda verde come una tapparella andava su e io ho visto dall’altra parte del vetro le quattro facce. Gli occhi delle mie sorelle erano rossi dal pianto, gli occhi dei miei erano pieni di angoscia, ma la loro faccia era sorridente, di un sorriso pieno di tristezza. Dopo il saluto il papà mi ha chiesto: “Come è stato tutto quello che ti è successo?” e subito la mamma mi ha chiesto. “Quest’uomo che lavoro faceva?” e papà : “Dove ti hanno interrogato?”  mamma : “Perché non ti ho visto più?” Papà… ormai mi girava la testa e l’interrogatorio ancora non era finito. Mia sorella, che aveva capito le mie difficoltà in quel momento toglie il telefono e dice: Ora noi vogliamo solo parlare con te e recuperare il tempo in cui eravamo lontane.” Le facce dei miei erano scontente, ma ci siamo messi d’accordo per raccontare la storia in un altro incontro. Le mie due sorelle hanno riempito la finestra e hanno cominciato a parlare come nei tempi in cui tutte e tre ci trovavamo insieme per la nostra riunione di sorelle, parlavamo di tutto e all’improvviso le risate scoppiavano come le bombe. Quei momenti quanto erano lontani! Come se fossero passati dieci anni da quella allegria di ragazzine. Mi hanno detto di tutto e di tutto quello che è passato a casa, ma al posto di un riso chiassoso riempiva lo spazio un sommesso singhiozzo infinito. Ad un certo punto la tendina verde ha cominciato a venire giù e anche le nostre teste scendevano per vederci fino all’ultimo momento possibile. Tutto finito è cominciava l’attesa per la settimana seguente.

I rumori mi davano meno fastidio e in più avevo trovato la biblioteca. Da piccola avevo sete di lettura che mi saziava l’abbonamento alla biblioteca, ora potevo di nuovo saziarla. Qualche giorno dopo l’offerta di lavoro mi ha cambiato la vita, perché lavorare portava a dei vantaggi: telefonate più lunghe e visita in presenza. Per questo non ho esitato nell’accettare il lavoro. Lavoravo anche dopo la fine della giornata con il buio, perché la mia energia era infinita. La sera fino a mezzanotte leggevo libri: storie autobiografiche o storie di vita di personaggi famosi scritte da altri. Il martedì seguente avevo la visita in presenza. Siamo saliti dalle scale e dopo siamo entrati in corridoio e abbiamo sceso tantissime scale a chiocciola. Io ero solita immaginare la topografia interna de palazzi, ma Evin era un posto inimmaginabile: tutto era diverso da come lo avevo pensato. Volare con l’immaginazione ti aiuta a rendere più sicuro il tuo cammino e ad evitare di  confonderti mentalmente, ma Evin è un palazzo con mille giri e con infiniti discese e salite, che ti tolgono sicurezze e ti aumentano l’ agitazione. Forse l’architetto aveva ideato un disegno del genere per prigionieri particolari, che erano là prima della rivoluzione, il cammino era stato studiato per confondere i prigionieri. I corridoi inutili e i muri ricoperti di marmo bianco e nero ancora aumentavano l’agitazione.

Dopo le scale c’era una porta dove c’era un guardiano, che era in piedi sulla soglia, noi in fila ci avvicinavamo per mettere il timbro sul palmo della mano. Aperta la porta c’era un salone di circa trecento metri con tavole e sedie di plastica colorata, come quelli che si vedono nei vecchi negozi che vendono a basso prezzo. Di nuovo ho incontrato i quattro visi della mia famiglia che dentro erano pieni di tristezza, ma che avevano il sorriso sulle labbra. Ci siamo abbracciati e io ho sussurrato a mio padre: “Dammi un pezzo di carta e penna”. Ha tirato fuori una penna dalla tasca della sua camicia e me l’ha data. Per avere il pezzo di carta si è fatto aiutare dal guardiano del salone. Il guardiano ha tolto un foglio da un quaderno in cui scriveva i nomi delle persone e lo ha dato a papà. Ho scritto su quella carta per quale motivo mi sono addossata la colpa di aver comprato il coltello. Con la penna mi sono macchiata il polpastrello poi ho messo la firma: il mio nome e cognome sigillato con il polpastrello. L’ho piegato e dato a mio papà dicendo di nasconderlo fino all’uscita. Poi ci siamo seduti e abbiamo cominciato a parlare e a ogni secondo mi baciavano. Il profumo della famiglia mi ha estasiato e mi ha riportato a quei giorni in cui ero spensierata e allegra. Il godimento di questo momento si è raddoppiato quando mi hanno dato un fermaglio per i capelli di nascosto.

Questa prima visita in presenza mi ha talmente riempita di energia che negli anni successivi ho accettato di lavorare per parecchi turni faticosi pur di ottenere la visita in presenza. Poter toccare e abbracciare le persone più care della mia vita, che non mi hanno mai lasciato sola, mi dava talmente energia da non sentire la fatica del mio lavoro, che era simile a quello di una schiava. Con il passare del tempo sempre ho conosciuto di più l’ambiente e sempre mi sono ambientata di più.

Un pomeriggio amaro la stessa Fakhteh, quella persona che come un uccellino era entrata nella mia cella d’isolamento e con le sue parole mi aveva riaperto la speranza (aveva detto di aver visto i miei genitori che versavano soldi per me, quindi Samlù mentiva sul fatto che i miei mi avessero abbandonato), quella persona bella la mattina era stata portata in tribunale. Ora in cortile era in piedi triste. L’unico mio ricordo di lei era di quando parlavamo nella cella d’isolamento. Ci hanno detto a tutte che potevamo andare a salutarla. L’ho abbracciata e lei si è tirata in dietro gemendo per il dolore. L’ho guardata allibita. Mi ha detto. “Scusami, ma la mia schiena è piena di ferite. La mattina sono andata in tribunale per essere frustata” e io per la prima volta ho pensato: “Perché la frustano se deve morire, se anche le frustate sono necessarie, perché non prima? Per esempio un anno fa, un mese fa, proprio ora che domani consegneranno il suo cadavere alla sua famiglia. Povera famiglia, che cosa vedrà? Un corpo viola pieno di ferite e forse gli occhi fuori dall’orbita. E se avesse un figlio? L’ultima immagine di questo cadavere come sarà?”

Ho preso questa decisione di non abbracciare nessuno in carcere, perché sotto quella faccia tranquilla e triste, sotto la maglietta che ha addosso, c’è un corpo i pezzi. Un corpo ferito dalle frustate di un uomo arrabbiato, che forse in quel momento dell’esecuzione vede in quella donna sua sorella o sua figlia e vendica il suo risentimento sulla schiena e le spalle della condannata. Fakhteh è andata via e tutte noi con gli occhi di pianto siamo tornate nelle nostre celle. Sempre prima dell’esecuzione nel pomeriggio portano la prigioniera nella cella d’isolamento, perché dal momento dell’annuncio dell’esecuzione la responsabilità della vita della prigioniera è dei guardiani di turno. Se la prigioniera si suicida o si ferisce non possono impiccarla. A qualcuna di queste condannate a morte viene dato il permesso dal direttore della prigione di trascorrere l’ultima notte con un’ amica.

Il giorno dopo l’addetto alla sveglia non riusciva a svegliare Fakhteh. Di solito nel giorno dell’impiccagione le compagne di stanza, di tutte le stanze del reparto fanno una preghiera per l’anima della condannata. Ma dopo qualche giorno tutto ritorna normale: non è accaduto nulla, quella persona non è mai stata lì. Io, Reyahaneh, a diciannove anni ho conosciuto una parte oscura e nascosta della società: la vita di donne appartenenti a vari strati della società, ho imparato che la vita passa e che ogni momento è diverso dal momento precedente e che tutte le cose di continuo passano. L’ambiente abbastanza tranquillo nelle stanze mi ha allontanato da ricordi della cella d’isolamento e degli interrogatori e ho imparato a vivere la mia vita pur in quella situazione.

Avevano aperto una palestra nella prigione e io ogni tanto andavo là. In palestra ho potuto conoscere prigioniere di altre stanze e di altri reparti. Hedjeh, una ragazza che avevano consegnato a Taiebeh, ha cambiato l’umore della stanza. Vedendo Hedjeh e sentendo la sua storia ho capito che anche la vita di famiglia può cambiare una persona. Aveva la mia stessa età ed era molto bella. I suoi erano separati. Quando aveva tredici o quattordici anni l’hanno arrestata e portata al carcere minorile. Purtroppo non aveva potuto adattarsi alla situazione del carcere e aveva reagito con la violenza. Forse si illudeva di cambiare l’ambiente con la violenza, ma non è stato così. Una decisione irragionevole, presa da persone irragionevoli, l’ha trasferita dal carcere minorile a quello per adulti. Povera ragazzina per scarsa esperienza finisce per dipendere dalle persone che la circondano e lei, piena di energia e facilmente irritabile, se è provocata, reagisce perciò in ogni litigio che succede c’entra anche lei, si provoca delle lesioni, infierendo su se stessa… Le persone che con quella decisione sbagliata l’hanno trasferita al carcere degli adulti, in realtà le hanno consegnato le chiavi della sua morte. Quando all’interno del carcere nascevano litigi e risse lei era sempre coinvolta e la mandavano alla cella d’isolamento. Nel carcere succede un omicidio, si decide di trasferire Hedjeh a Evin.

Quando l’ho conosciuta tutte e due avevamo diciannove anni. Lei aveva potuto rimanere viva dal suo ultimo tentativo di suicidio, ma aveva il corpo e l’anima confuse. L’hanno accettata ad Evin sperando che si potesse calmare e, passata l’adolescenza, potesse dimenticare la brutta esperienza della sua vita, forse avrebbe potuto trovare una via giusta per il suo futuro, ma… Purtroppo nell’anno 1388 la mandarono di nuovo alla prigione della città di Rajac. Poco dopo abbiamo sentito la notizia che aveva preso tante pastiglie ponendo fine alla sua vita.

Io, Reyahaneh, ho ventisei anni e porto a mio carico un cumulo di dolore e sofferenza, per liberarmi di questo peso scrivo queste parole e le consegno ad un’amica: lei ha l’incarico di dare queste lettere al vento della libertà, perché possano volare dappertutto. Voglio, prima del mio viaggio ad una dimensione eterna, far vedere a tutti quello che ho visto e che ho vissuto. Se non uso parole grammaticalmente appropriate e non mi esprimo con cura è per la forte emozione e la fretta che ho di raccontare.

Il reparto femminile della prigione di Evin era composto da più sezioni, ogni sezione si suddivideva in due altre sottosezioni: una sopra e una sotto. La sezione prima era specifica per prigioniere con accuse di droga. La sezione seconda, nella sottosezione di sopra, era specifica per le accusate di truffa ed estorsione. La sottosezione di sotto era specifica per le accusate di omicidio e rapina a mano armata. La terza sezione era riservata alle ragazze sotto i ventun anni, qualsiasi fosse la loro accusa. La sottosezione sotto della terza sezione era specifica per quelle che lavoravano.

Dopo due mesi della mia detenzione in quel reparto i capi della prigione hanno deciso di consegnare la responsabilità del supermercato, che era sotto il controllo di Sciahla Giahed, a un’altra persona. Anch’io mi sono iscritta. Dopo una settimana ho ricevuto la risposta: dovevo versare i soldi come caparra di garanzia sul conto del responsabile del supermercato, a cui dovevo fare la richiesta per ordinare la spesa. Lavorare al supermercato era un lavoro molto faticoso, lì potevo conoscere molte donne prigioniere. Là non si scambiavano direttamente i soldi, ma tutto si pagava con carta prepagata, da cui ogni volta si sottraeva la cifra spesa. Di solito il vendere e il pagare illegalmente tra detenute avveniva attraverso le carte telefoniche. Ad esempio se una prigioniera comprava un foulard da un’altra prigioniera al posto di pagare in denaro pagavano con la carta telefonica. Il valore di ogni carta telefonica era di 2000 toman e la carta veniva pagata al supermercato. Frutta e alcune verdure arrivavano al supermercato ogni due settimane e qualche volta ancor più raramente. Ad ogni persona non si vendeva più di un kilogrammo di frutta. Non esisteva assolutamente pagamento posticipato.

Dopo che hanno fatto la riunione del consiglio mi hanno dato il permesso di lavoro e mi hanno consigliato il supermercato della prima sezione. La maggior parte delle donne di questa sezione avevano già precedenti penali. Alcune di loro vivevano come se fossero state in famiglia: madre, figlia e anche nonna. Tante di loro dicevano di essere residenti della zona Klak-Sefid, che significa la terra bianca. Dopo la distruzione della zona tutti erano stati arrestati e vivevano in galera come in famiglia. L’amicizia tra i gruppi piccoli permetteva loro di proteggersi da gruppi grandi, perché ogni piccolo litigio poteva in pochi secondi trasformarsi in un’enorme rissa. Mi avevano fatta tanta paura per le difficoltà del reparto. Il primo giorno lavorativo ho cominciato con tante cautele. Piano piano ho creato delle regole per il pubblico così hanno imparato a far la fila e a comportarsi civilmente e loro erano contente di evitare i litigi, le risse, senza scambiarsi imprecazioni. Qui ho imparato che non si può giudicare la gente soltanto dal suo aspetto, senza conoscerla profondamente. Venivano al supermercato delle donne il cui aspetto violento mi faceva paura, ma quando cominciavano a raccontarmi la loro storia si capiva come l’ambiente e le situazione della vita le avevano fatte finire lì. Alcune si mascheravano da persone violente per difendersi dall’ambiente, altre erano realmente molto violente, ma sono riuscita a mettermi d’accordo con quasi tutte.

Io, Reyahaneh a diciannove anni ho conosciuto le prigioniere e le loro storie e sono arrivata a capire come il destino possa cambiare a seconda dell’ambiente in cui vivi. Ho saputo che alcune vanno per delle strade sbagliate non per volontà, ma perché obbligate. Ho capito anche come nelle situazioni più difficili una scintilla potesse accendere l’allegria e trasmettere energia positiva. Ho deciso di organizzare un compleanno per una prigioniera il cui nome non è importante, lei poteva esser qualsiasi di quelle prigioniere e anche me stessa. Ho fatto girare la voce: alcune facevano cartoline di auguri, altre sistemavano piccoli pensieri, alcune cercavano di trovare delle pentole che servissero da strumenti musicali. Con tante piccole torte confezionate e farcite al mascarpone, pezzi di frutta sciroppata e noci e…colpo finale uno strato di mascarpone, sembrava una grande torta. Le poche persone arrivate da altre sezioni hanno pensato che quella torta fosse fatta dal pasticcere. Dopo questa prima volta, molte altre volte abbiamo ripetuto la festa. Queste feste alleggerivano la situazione, ma poi prima o poi tornava la tristezza.

In questo periodo hanno giustiziato una donna di nome Zahra. La donna aveva ucciso il marito e aveva tre figlie (che avrebbero potuto perdonarla evitandole l’impiccagione) queste, per le calunnie sulla madre dette loro dal giudice, non l’hanno salvata dalla forca, ed erano adolescenti che avrebbero avuto tanto bisogno della guida materna. Era l’autunno 1386 Zahra stava lavorando a maglia per una delle sue ragazze quando è stata impiccata e la maglia è rimasta incompiuta.”

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