9 maggio 1997: l’omicidio di Marta Russo

Marta Russo, 22 anni, fu gravemente ferita da un colpo di pistola mentre era all’università il 9 maggio 1997; morì 5 giorni dopo in ospedale.

La mattina del 9 maggio 1997,alle ore 11:42 circa, Marta Russo studentessa di giurisprudenza,fu raggiunta alla testa da un proiettile calibro 22non scamiciato e composto da solo piombo, mentre insieme all’amica Jolanda Ricci percorreva un vialetto all’interno della Città Universitaria tra le facoltà di Scienze Statistiche, Scienze Politiche e Giurisprudenza. Il proiettile penetrò alla nuca, dietro l’orecchio sinistro, spezzandosi in undici frammenti che causarono danni irreversibili. I testimoni parlarono di un colpo attutito come sparato da un’arma col silenziatore, identificata in una carabina o una pistola(come verrà detto nel processo). La ragazza fu trasportata al vicino ospedale Umberto I, dove arrivò in coma; il 13 maggio i medici constatarono la morte cerebrale e il 14 maggio venne staccata la spina ai macchinari che la tenevano in vita. I genitori e la sorella decisero di donarne gli organi, seguendo un desiderio espresso anni prima da Marta.

La particolarità del luogo del delitto, la coincidenza con gli anniversari delle morti di Aldo moro( 9 maggio 1978 e di Giorgiana Masi(studentessa vittima di proiettile vagante durante una manifestazione a Roma il 12 maggio 1977 e di altre personalità legate alla politica degli anni 70, alla clamorosa vittoria della destra nelle elezioni delle rappresentanze studentesche tenute nei giorni precedenti all’omicidio, resero plausibile la tesi dell’agguato terroristico-politico, ipotesi abbandonata perché né Marta Russo né Jolanda Ricci appartenevano a movimenti, se si escludeva la teoria dello scambio di persona per un certo periodo tenuta in considerazione.. C’erano state comunque minacce ventilate di terrorismo nei giorni precedenti e seguenti, anche con informative di sismi e Sisde dal terrorismo rosso (risultato poi presente in alcuni ambienti della Sapienza) e nero, al separatismo, fino al terrorismo islamista che cominciava una campagna di attentati nel mondo e aveva nel mirino Roma e il Giubileo del 2000. Per questi motivi, numerosi docenti, spesso con incarichi politici, avevano la scorta e le guardie di sicurezza, e da tempo il commissariato più vicino era situato proprio all’interno della città universitaria. Un’altra pista seguita da subito fu quella della criminalità organizzata, ma senza particolare insistenza.

Le indagini iniziali, anche se brevi, furono ad ampio spettro e scandagliarono il passato di Marta, dei suoi familiari, dell’amica Jolanda e di altri testimoni come alcuni dipendenti che si stavano recando a prendere la paga mensile. Nel vialetto erano presenti, oltre alla vittima e all’amica, alcuni dipendenti dell’università e delle suddette imprese, alcuni studenti e qualche docente.. Inoltre a una cinquantina di metri stazionavano alcuni studenti rifugiati di origine iraniana che stavano distribuendo materiale contro il regime degli ayatollah.. Vennero vagliati subito possibili moventi personali o legati a scandali del mondo universitario e dell’ateneo romano (riemersi in anni seguenti) nel caso in cui la vittima avesse visto cose “scomode” e volesse denunciarle, ma non ci furono prove o indizi in questo senso.

Si indagò anche sul passato del padre di Jolanda, Renato Ricci, funzionario del ministero della giustizia, responsabile degli appalti nel Dipartimento per l’Amministrazione penitenziaria (Dap) e già vicedirettore del carcere di Rebibbia. Il padre di Jolanda aveva dichiarato di aver ricevuto alcune telefonate anonime,, con minacce dirette proprio alla ragazza Ma anche questa pista venne presto abbandonata.

Dopo varie sentenze, tra condanne e un annullamento, nel 2003 furono condannati in via definitiva, sulla base di 2 testimonianze molto contestate emerse in primo grado (quelle di una dottoranda, figlia del deputato e docente Nicolò Lipari e soprattutto di un’impiegata dell’ateneo), e di alcuni rilievi scientifici non univoci e talvolta dubbii, 2 assistenti universitari di filosofia del diritto:: Giovanni Scattone per omicidio colposo aggravato e Salvatore Ferraro per favoreggiamento, i quali si sono sempre professati innocenti. Nella prima sentenza si specifica che Scattone avrebbe esploso un colpo per errore maneggiando una pistola per motivi ignoti, ma senza sapere di avere in mano una pistola carica e Ferraro lo avrebbe coperto, tacendo e portando via l’arma. Il terzo indagato, Francesco Liparota, all’epoca usciere e laureando, venne assolto dall’accusa di favoreggiamento dalla cassazione lo stesso anno, tramite annullamento senza rinvio. Altri indagati per favoreggiamento, come il prof. Bruno Romano, furono assolti in primo grado.

Benché ufficialmente risolto, il caso Marta Russo ha finito comunque per diventare uno dei misteri della cronaca nera italiana.

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