Amnesty vuole depenalizzare la prostituzione: pro, contro, dive e sex worker

Amnesty International ha proposto la depenalizzazione della prostituzione. Una proposta contenuta in una bozza di documento che trovate tradotta in italiano su Abbatto i Muri.

Il problema è che, nelle bagarre virtuali o meno sul tema, si è fatta spesso una grande confusione su cosa sia realmente accaduto e quali conseguenze potrebbe avere la decisione di Amnesty. E i toni, soprattutto delle abolizioniste, sono stati spesso talmente accorati da sembrare combattere una battaglia personale, non politica, lasciando poco spazio a una comunicazione chiara sugli eventi. Cerchiamo quindi di fare un po’ di ordine.

Amnesty International ha preso una decisione controversa e ha votato per la decriminalizzazione del “x work” e della prostituzione, nonché dell’acquisto di prestazioni sessuali. Più di 500 delegati da tutto il mondo hanno espresso la loro opinione al 32° International Council Meeting (ICM), a Dublino e la risoluzione ha stabilito che Amnesty

adotterà una politica che cerchi la massima protezione dei diritti umani delle/dei sex workers, attraverso misure che includono la depenalizzazione del sex work stesso.

L’assemblea comprendeva individui e gruppi molto diversi comprese lavoratrici del sesso, ex prostitute, organizzazioni abolizioniste, femministe e altre rappresentanti della lotta per i diritti delle donne. Questa è la prima delle informazioni rintracciabili solo sulla stampa straniera, mentre in Italia si è preferito riportare la notizia in termini di uno scontro culturale in atto, tra abolizioniste che vogliono proteggere le donne e cattive femministe che vogliono la decriminalizzazione.

Secondo l’assemblea che ha preso questa decisione,

la depenalizzazione è la migliore via per difendere i diritti umani delle e dei sex worker.

Sahil Shetty, segretario generale di Amnesty International ha infatti dichiarato:

I/le sex worker sono uno dei gruppi più marginalizzati al mondo che in molti casi si scontra con il rischio costante di discriminazione, violenze e abusi.

E proprio per questo da molte lavoratrici del sesso viene la richiesta di depenalizzare il loro lavoro, così da poter togliersi di dosso – almeno in teoria – lo stigma sociale che accompagna la loro professione, ma soprattutto così da rendere – sempre in teoria – più semplice denunciare sfruttamento e violenze, abusi e soprusi a cui una persona additata lei per prima per il proprio mestiere criminale” mai avrebbe potuto ribellarsi.

Secondo alcune donne, femministe, giornaliste e politiche, la proposta di Amnesty peggiora le condizioni delle prostitute invece di migliorarle. Perché depenalizzando la prostituzione e tutte le attività legate all’ acquisto o alla vendita di sesso consensuale tra adulti, favorirebbe invece papponi e sfruttatori.

Jessica Neuwirth, avvocata internazionale dei diritti umani, scrive sul The Guardian

non tutte le donne che si prostituiscono sono vittime del traffico di esseri umani, ma tutte le donne vittime di traffico sessuale sono vendute nella prostituzione. Amnesty legalizza l’industria in toto, senza fare distinzioni tra le donne che si prostituiscono e coloro che invece guadagnano dal loro sfruttamento.

La Svezia ha imposto una distinzione legale tra coloro che sono portate nell’industria del sesso dalla povertà e dalla discriminaizone e coloro che comprano sesso come un esercizio di potere e privilegio. Quel modello criminalizza solo coloro che comprano sesso e offre invece supporto a coloro che sono comprate. Questo metodo mira a decriminalizzare le donne prostituite senza legittimizzare gli uomini che le pagano.

Nel libri Paid For, Rachel Moran racconta la sua esperienza nel mercato del sesso, descrivendo i tre tipi di uomini che gestiscono la prostituzione: quelli che credono che le donne che comprano non abbiano sentimenti umani, quelli che sann che le donne hanno un’umanità ma scelgono di ignorarla e quelli che fanno derivare il proprio piacere sessuale dall’annientare l’umanità delle donne che pagano. Amnesty vuole davvero difendere il diritto di questi uomini?

A leggere per bene la bozza di Amnesty in realtà verrebbe da rispondere subito che no, nessuno vuole proteggere il diritto di questi uomini di sfruttare donne schiave di una tratta di esseri umani. Sul documento infatti si sostiene solo il diritto al sesso e alle prestazioni sessuali come non criminalizzabile di per sé:

Amnesty International crede che cercare, comprare, vendere e sollecitare sesso a pagamento siano atti protetti dall’interferenza dello Stato finché non vi sia coercizione, minaccia o violenza associata a tali atti. Delle restrizioni legittime possono essere imposte sulla pratica del sex work se si attengono alla legislazione internazionale per i diritti umani (cioè, sono per un obiettivo legittimo, idonee a soddisfare tale scopo, proporzionate e non discriminatorie).

Eppure la lettura della proposta è molto più pessimista e alle posizioni abolizioniste si sono aggiunte anche molte note attrici di Hollywood, schierate contro la decisione di Amnesty. Da Meryl Streep a Kate Winslet, da Carey Mulligan a Lena Dunham in molte infatti hanno sottoscritto il testo della Coalition Against Trafficking in Women (Coalizione contro la tratta delle donne, Catw) sostenendo che la prostituzione è di per sé una causa e una conseguenza della diseguaglianza di genere.

La proposta di Amnesty ha avuto molti detrattori certo, ma anche molte sostenitrici. Soprattutto lavoratrici del sesso, cioè la prima categoria interessata a questa novità. In risposta alla potente voce delle VIP hollywoodiane schierate contro la depenalizzazione ad esempio si è levata Molly Smithpseudonimo di una prostituta e attivista con Sex Worker Open University che scrive sempre sul The Guardian

Gli oppositori di Amnesty si rifanno al modello svedese, adottato in diversi paesi e descritto come progressivo e addirittura femminista. In realtà criminalizzare coloro che pagano per i nostri servizi fa sì che noi lavoratrici del sesso abbiamo meno clienti, e ci sentiamo obbligate ad accettare anche quegli uomini che in altre situazioni ci saremmo sentite capaci di mandare via, quelli che sembrano ubriachi, aggressivi o che hanno una reputazione violenta.

Dando priorità allo sradicamento dell’industria del sesso, queste leggi inoltre danno potere ai poliziotti di aggredire, arrestare e deportare le sex worker migranti. Questo è quello che Amnesty ha trovato indagando sul modello svedese. In Norvegia la polizia ha un’attitudine molto violenta contro le donne che vendono sesso e le lavoratrici che denunciano violenza sono loro stesse in pericolo perché hanno attirato l’attenzione della polizia. Come una delle sex worker ha detto a Amnesty:Molte delle mie più care amiche sono lavoratrici del sesso. La mia militanza politica è legata all’attivismo sui temi della prostituzione, e da giovane ho lavorato in un settore legale dell’industria del sesso. La campagna di Amnesty International per la depenalizzazione della prostituzione è un’azione importante e positiva. Che si tratti del Bronx o della Cambogia, la polizia impiega la violenza contro le lavoratrici del sesso e contro le vittime del racket della prostituzione. Stupra, deruba, picchia, ricatta, arresta le lavoratrici del sesso e le vittime del racket della prostituzione. La depenalizzazione è un passo importante per porre fine a tutto questo.

Senza dubbio Lena Dunham crede che la petizione che ha firmato chieda la criminalizzazione solo dei clienti e degli sfruttatori, non delle lavoratrici. Questo modello, chiamato svedese, è però tutt’altro che una buona cosa. Ostacola ogni tentativo da parte delle lavoratrici del sesso di controllare le loro condizioni di lavoro. Favorisce la loro discriminazione, l’impoverimento, lo sfratto dalle loro case, e le rende passibili dell’accusa di «sfruttamento» quando scelgono di lavorare insieme per sentirsi più protette. Soprattutto, comporta spesso l’intervento di poliziotti corrotti e violenti nella vita di donne che sono già state vittime di violenza.

La scelta di Amnesty è coraggiosa e non piacerà a tutte. Ma a quanto pare piace alle donne che lavorano nel mercato del sesso. E questo dovrebbe essere un passo in avanti.

Credendo che la mercificazione del sesso, così come la mercificazione del lavoro e del sapere, sia un aspetto deteriore del sistema di sussistenza cui siamo tutte destinate mi piacerebbe aver letto più contributi sulla prostituzione nell’ottica di migliorare la vita delle sex worker e rendere più forte la lotta alla tratta di esseri umani e allo sfruttamento delle donne. Tuttavia non capisco come sia possibile ancora sostenere delle tesi abolizioniste, negando l’esistenza di donne e gruppi di donne che rivendicano altro nel mercato del sesso.

Proliferano opinioni di generica condanna della prostituzione come madre di tutti i mali, tanto simili a quelli che spopolano contro la droga quanto – a mio avviso – inutili. Un generico no allo sfruttamento sessuale, mentre lo sfruttamento capitalista di qualsiasi altro corpo, lavoro e essere umano va bene. I toni di queste levate di scudi tradiscono quasi un’ansia di chiudere la questione, di salvare tutte le prostitute, di non ipotizzare nemmeno la scelta di prostituirsi, ma silenziare il tutto con una buona dose di paternalismo. Le donne “libere” sanno cosa è giusto per le ignoranti, illetterate, sventurate, sfruttate prostitute. Questo, di fatti, trapela dalle attrici di Hollywood come da tante opinioniste nostrane. Le donne “libere” sono minacciate da quelle schiave, perché segno della discriminazione patriarcale, perché insinuano gli uomini “liberi”, perché evidenziano le contraddizioni del mercato. Questo trapela poi da tante voci più vicine.

La verità è che un numero molto alto di donne che si prostituiscono lo fanno contro la loro volontà. E per queste va continuata a combattere la tratta, lo sfruttamento e gli sfruttatori.

Di Laura

(Fonte: NarrAzioni Differenti)

 

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