28 giugno 1989: Gisella Orrù stuprata e uccisa

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Era bella come spesso lo sono le ragazze della sua età. Forse è proprio dietro la sua bellezza che si nasconde il mistero di Gisella Orrù. Aveva appena sedici anni, tutti vissuti a Carbonia, in Sardegna, fino a quando verrà trovata morta nell’estate del 1989. Dal ritrovamento del suo cadavere lei sarà “la ragazza del pozzo”.

«Un vecchio caso», dicono con un pizzico di rassegnazione gli investigatori, riportando indietro nel tempo la memoria. In fondo come dargli torto. Si tratta di un caso di cui non c’è traccia dentro ai computer. «Macchine da scrivere e bloc notes», questure, caserme e commissariati di tutta Italia sono muniti di questi strumenti, in quegli anni. Figuriamoci in quelle del profondo Sulcis!
Per saperne di più del “caso Orrù” bisogna spulciare nei faldoni impolverati, custoditi dentro gli armadi di una caserma dei carabinieri e in quelli dei magistrati.
Pochi anni fa qualcuno ha soffiato sulle copertine, li ha ripuliti e li ha nuovamente aperti. Troppe domande erano rimaste senza risposte.
Poi ci ha pensato il padre della ragazza, Gisello, a bussare alle porte di “Chi l’ha visto?”.
Troppi sospetti che oscurano la verità, quella che è stata in fretta e furia sancita come tale, ma che però non rende giustizia a quegli occhi scuri come gli scogli che fissano da una foto in bianconero. La stessa che nei giorni della scomparsa era sui cruscotti delle gazzelle e delle pantere, impegnate nella ricerca di quello che all’inizio di questa triste storia venne battezzata come «allontanamento volontario».

Il giallo di Gisella Orrù scivolò via tra i discorsi fatti in spiaggia sotto l’ombrellone e dentro le voci della sera. Nelle bocche degli uomini e donne di questa terra, quando dopo cena cercano un po’ di refrigerio, seduti con le sedie della cucina, davanti all’uscio di casa, sul marciapiede.
Nei paesi si usa così. E Carbonia in fondo è un grosso paese, circondato da altri paesini. È luglio e fa molto caldo in Sardegna. «Un’estate perfetta», la definiscono i turisti che incominciano a scendere dai traghetti per affollare, tra meno di un mese, le spiagge di quest’isola incantata.
In un giorno in cui il sole sembra battere più forte del solito, dentro un pozzo collegato ad una condotta idrica, nelle campagne di una frazione, San Giovanni Suergiu, viene ritrovato il cadavere di Gisella Orrù, scomparsa da casa da dieci giorni.
Prima del ritrovamento, il 29 giugno, due telefonate erano arrivate alla nonna paterna e a quella materna di “Gise”. Una voce femminile aveva cercato di calmare gli animi tormentati delle due donne: «Gisella verrà in vacanza con me per un paio di giorni». A nonna Gina, dove la sedicenne vive dopo la separazione dei suoi, quella voce continua a dire di non preoccuparsi, anche se la nipote non torna a casa non c’è da temere. Alla nonna materna, che abita nella vicina Iglesias, un’altra telefonata al femminile chiede se «Gisella è già arrivata in città».
Pochi giorni e arriva la quarta telefonata. Stavolta il telefono che squilla è quello dei carabinieri. Qualcuno dice al brigadiere che c’è un cadavere nel pozzetto di San Giovanni.
Poi attacca, senza dare tempo al militare di fare domande.
Così viene ritrovato il corpo senza vita della Orrù. Raccolto dai sommozzatori dei Vigili del Fuoco. Nuda. Al collo una catenina d’oro, al polso un orologio. Elementi che torneranno utili per il riconoscimento di quel volto bellissimo, come racconta chi era sul posto. Un volto senza quel sorriso, appena abbozzato, che si vede nella foto in bianconero.

A questo punto bisogna ricostruire le ultime ore della giovane. Intanto arriva l’ennesima telefonata, sempre ai carabinieri e sempre una voce femminile che racconta che Gisella, la sera della sua scomparsa, era salita su di una Fiat 126 bianca. Erano le 21, ricorda bene l’anonima. Alla guida della vettura, aggiunge, c’era Salvatore Pirosu.
Chi è Pirosu? Un caro amico di famiglia, un vicino di cui fidarsi. Al punto che Gisella lo chiama affettuosamente “zio”. É lui che nonna Gina si rivolge quando la nipote non è ancora tornata a casa. È lui che l’aiuta a cercarla per tutta Carbonia la stessa sera.
L’autopsia conferma che la ragazza è stata assassinata: prima colpita al capo e poi trafitta con un oggetto appuntito. Un ferro da maglia o uno “schironi”, come si chiama in sardo una sorta di spiedo. Sono compatibili con le ferite. Ma è presto per le certezze. L’unica è che è «stata colpita al cuore».
Non solo. Il medico legale afferma che Gisella prima di essere assassinata è stata violentata.
Dunque il movente potrebbe essere a sfondo sessuale e guarda caso Pirosu sul suo “curriculum” ha dei precedenti. Lo zio viene messo sotto torchio. Deve parlare. L’interrogatorio dura ore e ore. Poi finalmente Salvatore ammette qualcosa. È vero: ha fatto salire Gisella sulla sua 126. Lui doveva fare da tramite tra la ragazza e un uomo che voleva conoscerla.
Quell’uomo è Licurgo Floris. Pregiudicato. Nulla di clamoroso, per carità. Qualche furtarello, possesso e spaccio di droga. Reati minori, insomma, un criminale da due soldi.

«A.D.R», a domanda risponde. Pirosu parla con i magistrati e racconta che è stato Licurgo ad ammazzare Gisella. Secondo lo “zio” insieme a lui e a Floris, quella sera, c’erano altre due persone: Giampaolo Pintus, detto “Titino”, tossicodipendente, e Gianna Pau.
La donna è conosciuta nella zona con il nome d’arte Janette. Fa la vita.
Non è bella Janette. Nonostante il soprannome non ha nulla di francese o parigino. È di statura bassa, anche se cerca di nasconderlo indossando scarpe con tacchi. Trucco pesante sul volto per travisare, inutilmente, i difetti di una pelle consumata dall’abuso di eroina. La Pau non è affatto leggiadra o sensuale, come invece sempre il soprannome farebbe pensare. Janette batte tra Sant’Antioco e Carbonia. I suoi clienti sono i camionisti e i pastori.

Anche Titino Pintus è conosciuto. A Carbonia tutti sanno della sua dipendenza. I suoi amici più stretti sono i “compagni di buco”: la Pau e il Floris.
Pirosu continua a parlare agli inquirenti. Ripercorre gli ultimi istanti di “Gise”. La ragazza e i tre avrebbero raggiunto un boschetto, avvolto dall’oscurità della notte, a riparo da occhi indiscreti. Lui si sarebbe subito dato da fare con la Pau, mentre Pintus, Floris e Gisella si sarebbero inoltrati nelle sterpaglie per una “cosa a tre”. Sempre secondo il Pirosu, la giovane avrebbe cambiato idea e sarebbe scappata nuda, inseguita dai due uomini, anche loro senza vestiti.
Gisella Orrù urla. «No, con lui no» oppure «no lì no». Nessuno può sentirla. Pirosu assiste alla scena, mentre si riabbottona la patta dei pantaloni. Scende dell’auto, ma non vede nulla. Le grida della ragazza non si sentono più. «Si sarà calmata». Solo silenzio e il canto in frequenza dei grilli e il muto rumore dei piedi nudi di Pintus e Floris. I due stanno trasportando Gisella verso la macchina. Il corpo, ormai senza vita, viene sistemato nel bagagliaio della 126. Poi il cadavere sarà abbandonato nel pozzetto di San Giovanni Suergiu. Otto chilometri dal bosco.
«Una tragedia», con queste parole conclude il racconto Pirosu, mentre si copre la faccia con le mani.

Ma ci sono troppe lacune. Nella testimonianza del “pentito” manca una parte. Infatti il medico legale dice che prima di subire violenze e morire Gisella aveva mangiato. Carne e patate. E aveva bevuto molto. Alcolici.
Poi Pirosu non dice dove sono finiti gli abiti di Gisella e non sa rispondere quando gli viene fatto notare che non c’è traccia di sabbia sul corpo o sotto le unghie della giovane, nonostante il boschetto sia in realtà una pineta di una spiaggia di pescatori, a Matzaccara.
Infine come è stata uccisa? Con quale arma? E dov’è finita?

Domande che rimangono senza risposte, con cui però si va al processo. Gianna “Janette” Pau viene assolta. Assolto anche Gimpaolo “Titino” Pintus. Entrambi hanno un alibi. La Pau era al Sert di Cagliari a ritirare la sua dose di metadone, mentre Pintus era in città con degli amici.
Per insufficienza di prove assolto anche Floris. L’unico condannato è il Pirosu. Lo zio è l’assassino, dicono i giudici.
Nel ’91 però il secondo grado ribalta la sentenza di primo. Licurgo Floris viene condannato a 30 anni per l’omicidio e Pirosu a 25 anni come suo complice.
Licurgo continuerà a proclamarsi innocente fino al 2008, quando verrà ritrovato morto nella sua cella. «Suicidio» dice un referto, mentre qualcuno parla di morte anomala.
Il pentito Pirosu scompare nel nulla: era affidato ad una casa famiglia ad Iglesias. Una mattina esce, ma non rientrerà mai più.
Intanto un altro protagonista della vicenda, “Titino”, è morto, ucciso dall’Aids.

Un caso chiuso, dicevo all’inizio, anche se in tanti da queste parti sono convinti che le cose non siano andate come è stato raccontato. Anzi. C’è il sospetto che le indagini non siano state così attente e che dietro l’omicidio ci sia ben altro.

A Carbonia in quegli anni c’era un giro particolare legato alla prostituzione minorile. I ben informati dicono che alcune studentesse la mattina “tagliano”, o come si dice da queste parti, “fanno vela” da scuola per andare a “lavorare” nelle città vicine: Iglesias e Cagliari.
Pare che dietro ci fosse la malavita organizzata. In fondo la mafia qui ha messo le radici, visto che alcuni boss vennero mandati al confino proprio a Carbonia.
Mafia. Una rarità in Sardegna dove chi delinque è individualista. Più bandito che picciotto.
Qui c’è il racket e si paga il pizzo come a Palermo o Napoli. Un’altra anomalia per i paesi del Sulcis, che si assomigliano tutti quanti tra di loro, con quei tetti rettangolari, dei cubi di cemento. Una lunga muraglia a difesa del sole cocente estivo.
Carbonia è diversa anche in questo. Lei è figlia dell’architettura mussoliniana. Non è bellissima, ma neppure anonima e chiunque la scambierebbe per Latina.

Proprio a Carbonia si nasconderebbe ancora la verità. Gisella era conosciuta da tutti per la sua bellezza. Aveva intorno a sè uno sciame di pretendenti. E si dice che piacesse ad uno di quelli che in città contavano molto, in quel periodo. Qualcuno disposto a pagare bene per una sedicenne bella come Gisella.
«Politico» è una parola che rimbalza spesso. E non solo nei bar o sotto gli ombrelloni.

Gisella quel qualcuno l’avrebbe incontrato. Una cena, una festa. Tanti complimenti per quegli occhi scuri. Mani che l’accarezzano. Il rifiuto o un gioco erotico finito male. Poi un punteruolo le trafigge il cuore e la morte che arriva veloce e vigliacca.
A questo punto Gisella non è più quella magnifica ragazza da desiderare, ma solo un piccolo fagotto di cui liberarsi al più presto.
Magari con l’aiuto di chi aveva portato la giovane vittima a casa dell’assassino.

(Fonte: Nuova Società)

 

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