La storia di uno stupro non riconosciuto

“Ciao, sono Paola e avrei una storia da raccontare. La storia di uno stupro non riconosciuto perché io ero consenziente.

Febbraio. Io, ventenne fuorisede fresca di compleanno, aspetto alla stazione un uomo, un ragazzo: sette anni di differenza, duecento km di differenza, una vita di differenza, un unico legame virtuale che ci teneva avvinghiati come l’edera alle pareti porose delle case in campagna.

“L’amore, l’amore quello vero non lo trovi a vent’anni” mi hanno sempre ripetuto, e non c’ho mai credevo perché fino in fondo speravo di trovare qualcuno complementare a me, diversa da quell’omologata massa, le cui passioni, sapori, idee non avevano un cuore in cui dividersi e radicare come gerbere rosse.

Ed ecco che devo tornare un po’ indietro, di otto mesi: giugno. La maturanda in preda a spastici sogni di lontana beatitudine dalle pareti di casa inizia a intessere un rapporto definito da molti “irreale”, “rischioso”, “che-tanto-si-sa-come-va-a-finire” con un ragazzo che da casa sua distava poco meno di settecento km. La prima mossa la fece lui, con un savoir-faire da poeta: il pezzettino del puzzle ha trovato il suo complementare.

“è da sempre che lavoro sull’idea che hai di me” gli avrei voluto urlare mentre mi costringeva a umilianti rapporti orali, mentre mi diceva che ero davvero una bambina, una buona a nulla, mentre mi umiliava per il mio peso il giorno del mio compleanno “Mi piacciono quelle esili”. Avrei dovuto dirgli di fermarsi quando mi ha messo le mani addosso su un letto che era stato pagato da lui, come tutto del resto: km di benzina, cene, libri e una camera d’albergo. “Un ritaglio del mondo per noi due soli”. L’avrei capito presto che quel ritaglio era il ritaglio della sua voglia di stupro, dell’eccitazione che lo ha portato a generare un amore bastardo, non riconosciuto come tale, e quindi umiliato in tutte le sue forme di sogno – il mio.

Io ero consenziente nel fare l’amore con lui, nel generare un godimento e un piacere che equivale alla commistione di due corpi che dopo mesi finalmente possono leccare uno il sudore sulla pelle dell’altro, scoprirne una salinità diversa, e magari sì, non piacersi. Ma non avevo detto di SI a lui che tenta di soffocarmi con un cuscino, non avevo detto di SI a lui che mi sale a cavalcioni sul petto e tenta di ficcarmelo in bocca, che mi schiaffeggia, e che non fa altro che penetrarmi. Io facevo finta di godere, facevo finta che tutto fosse irreale, che lui era stanco, era fatto così, che comunque era mio. Invece no: dopo una settimana adieu, nessuna promessa e solo un immenso vuoto durato mesi e mesi, che si è trasformato in dolore, rabbia, angoscia, paranoia, depressione.

“Il diavolo quando prego scompare, tu invece non scompari mai”, ma la mia voglia di vivere e di lottare contro quello squarcio è così forte da farlo annegare – anche se sa tornare a galla, soprattutto nel fare l’amore con qualcun altro. Lì, la mia paura di non essere all’altezza si ripresenta puntuale trascinandosi dietro km di lacrime.

È tutta una storia di kilometri, diversi tra loro, ed io nel mio bagaglio ho un solo pensiero: perché la mia storia non è considerata Stupro? Perché ero innamorata? Perché gli ho detto di si sempre? Perché si sa che le relazioni che nascono su facebook portano a queste cose? Perché lo stupro è frutto di un pezzo di merda ignorante e incolto, e non di un onesto lavoratore/studente di buona famiglia? Perché non mi ha preso di notte da sola e mi ha trascinato su un prato? Perché? “How can I forget this?”

Grazie, un abraccio a te che la leggerai. Paola”

(Fonte: abbattoimuri.wordpress.com)

 

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