29-30 settembre-1 ottobre 1975: il massacro del circeo

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Non so perché, ma la notizia della ragazzina stuprata a Roma mi ha riportato alla mente una storia orribile, orribilissima. Quella del massacro del Circeo.

Sono trascorsi 40 anni da allora, eppure sembra ieri. Perché anche se a quell’epoca lo stupro era considerato reato contro la morale, le donne venivano stuprate lo stesso; perché anche se lo stalking non c’era all’epoca, le donne venivano perseguitate lo stesso; perché anche se non c’era una legge contro il femminicidio, le donne morivano lo stesso per mano di spietati assassini. Quindi, come vedete, non è cambiato proprio niente da allora. Nel 75 una ragazza morì, e un’altra sopravvisse perché si finse morta. Entrambe, però, furono stuprate. E tutto questo accadde perché i “bravi” ragazzi non furono fermati quando qualche anno prima dei fatti del Circeo, stuprarono una ragazza. Pubblico un piccolo stralcio dal libro di Federica Sciarelli 3 bravi ragazzi:

“Lo avevo detto al giudice: se non li fermate, va a finire che ammazzano qualcuno Ma non mi ha creduto. Li ha lasciati andare, neanche un giorno di galera. Quando ho letto del massacro del Circeo mi ha preso un colpo, era successo proprio quello che pensavo, hanno finito per ammazzare. Sono passati trent’anni ma me lo ricordo come fosse ieri quel giorno, quel giorno maledetto. Ero ferma davanti al portone della mia amica, pioveva a dirotto e non rispondeva nessuno al citofono. Si sono avvicinati con la macchina e hanno detto che mi avrebbero dato un passaggio a casa. Al processo Izzo rideva, ci guardava e rideva, faceva le smorfie. Io avevo solo sedici anni, un corpo da bambina e una testa da bambina, non come oggi che le ragazze a quindici anni sembrano già donne. Il giudice disse che dovevo dimostrarlo che ero vergine e non come dicevano loro che andavo con tutti. Mi mandò da un dottore che mi mise a gambe larghe per vedere se mi ero inventata tutto. Mi veniva da vomitare, diventai rossa dalla vergogna e dalla rabbia, ero terrorizzata ma non trovai la forza di dirgli «no», «No», «No!». Dopo la visita ginecologica mi rivestii in fretta, mi sentivo come una ladra. Il dottore scriveva ma non disse niente. In tribunale, poi, furono lette quelle poche righe.”

Veniamo ora al massacro del Circeo: Rosaria Lopez (19 anni, barista) e Donatella Colasanti (17 anni, studentessa), residenti nel popolare quartiere romano della Montagnola provenivano da famiglie modeste ed erano da tutti descritte come due ragazze assolutamente normali, tranquille e serene, appassionate di fotoromanzi all’epoca popolari tra le adolescenti. L’incontro con Guido ed Izzo avvenne pochi giorni prima tramite un amico dei due – risultato poi estraneo al massacro – incontrato all’uscita da un cinema, cui seguì l’invito a trascorrere un pomeriggio con amici (rivelatisi poi Izzo e Guido) al bar del famoso Fungo all’EUR. Qui i tre giovani erano stati accolti con simpatia dalla Colasanti e dalla Lopez, dato il loro habitus garbato ed il comportamento irreprensibile.

In seguito a questo primo appuntamento, innocuo e gradevole, Izzo e Guido avevano proposto a Donatella e Rosaria, e ad un’altra amica, che all’ultimo non si unì alla comitiva, di incontrarsi di lì a qualche giorno per “una festa a casa di un amico” a Lavinio, frazione di Anzio. Una volta giunte a destinazione intorno alle sei e venti di sera, i giovani iniziarono a chiacchierare ed ascoltare musica, poi, all’improvviso, tutto si trasformò in un incubo, come dalle parole della Colasanti:

« Verso le sei e venti, ci trovavamo tutti e quattro nel giardino della villa quando, improvvisamente, uno di loro tirò fuori la pistola. Cominciarono a dirci che appartenevano alla banda dei Marsigliesi e che Jacques, il loro capo, aveva dato l’ordine di prenderci in quanto voleva due ragazze. »

Per più di un giorno ed una notte le due ragazze furono violentate, seviziate e massacrate. I tre esternarono un odio sia misogino che di censo, con tanto di recriminazioni ideologiche contro le donne ed il ceto meno abbiente, a due ragazze semplici, mai interessatesi di politica. Guido ritornava a Roma per non mancare la cena con i propri familiari per poi ripartire per il Circeo e riunirsi ai suoi amici aguzzini. Entrambe vennero drogate. Rosaria Lopez fu portata nel bagno di sopra della villa, picchiata ed annegata nella vasca da bagno.

Dopo i tre tentarono di strangolare con una cintura la Colasanti e la colpirono selvaggiamente. In un momento di disattenzione dei due aguzzini, Donatella riuscì a raggiungere un telefono e cercò di chiedere aiuto ma fu scoperta e colpita con una spranga di ferro e, crollata a terra, risolse di fingersi morta, ingannando gli aguzzini. Credendole entrambe morte i tre le rinchiusero nel bagagliaio di una Fiat 127 bianca intestata al padre di Gianni Guido, Raffaele. La Colasanti riferì che, durante il viaggio di ritorno, i ragazzi ridevano allegramente ed ascoltavano musica, ripetendo “Zitti che a bordo ci sono due morte” e ” Come dormono bene queste“. Dopo esser arrivati vicino a casa di Guido decisero di andare a cenare in un ristorante (e in quella sede vennero alle mani con un paio di giovani militanti comunisti incrociati per caso). Lasciarono la Fiat 127 con le due ragazze che credevano morte in via Pola, nel quartiere “Trieste”, probabilmente intenzionati a disfarsi dei cadaveri più tardi.

Donatella Colasanti, sopravvissuta per miracolo e in preda a choc, approfittò dell’assenza dei ragazzi per richiamare l’attenzione gridando e venendo udita da un metronotte, in servizio, alle h. 22:50 [2]. Subito dopo la volante Cigno dei Carabinieri fece partire un messaggio-radio cifrato: “Cigno, cigno… c’è un gatto che miagola dentro una 127 in viale Pola…”.

Izzo e Guido furono arrestati entro poche ore (è nota una foto d’archivio in cui Izzo esibisce spavaldamente le manette ai polsi, sorridendo), Ghira, grazie a una soffiata, non sarà mai catturato, anche se il mattino dopo i Carabinieri scoprirono la madre ed il fratello del giovane nei pressi dell’abitazione del Circeo, sospettando che Andrea li avesse avvertiti e avesse chiesto aiuto per far sparire eventuali tracce. Alcuni mesi dopo, Ghira scrisse agli amici Izzo e Guido in carcere, assicurando loro che sarebbero usciti presto “per buona condotta” e minacciando di uccidere la Colasanti, perché non testimoniasse contro di loro. La Colasanti fu ricoverata in ospedale con ferite gravi e frattura del naso, guaribili in più di trenta giorni, e gravissimi danni psicologici da cui non si riprese mai completamente.

Il 29 luglio 1976 arrivò la sentenza in primo grado, ergastolo per Gianni Guido e Angelo Izzo, ergastolo in contumacia per Andrea Ghira. I giudici non concessero alcuna attenuante. Ghira fuggì in Spagna e si arruolò nel Tercio (Legione spagnola, da cui venne espulso per abuso di stupefacenti nel 1994) con il falso nome di Massimo Testa de Andres. Ghira sarebbe morto di overdose nel 1994 e sarebbe stato sepolto nel cimitero di Melilla, enclave spagnola in Africa, sotto falso nome.

Nel dicembre 2005 il suo cadavere fu ufficialmente identificato mediante esame del dna. I familiari delle vittime hanno tuttavia contestato le conclusioni della perizia, sostenendo che le ossa sarebbero quelle di un parente di Ghira. Esiste d’altra parte una foto del 95, scattata dai carabinieri a Roma, che ritrae un uomo camminare in una zona periferica della città: l’analisi dell’immagine al computer ha confermato che si trattava di Andrea Ghira. Nel corso degli anni suoi avvistamenti sono stati segnalati in Brasile, Kenya, Sudafrica e nel popolare quartiere romano di Tor Pignattaraa.

Nella loro cella nel carcere di Latina, Izzo e Guido avevano appeso un grosso striscione formato stadio, ove campeggiava la scritta “Corso Trieste 1972 – La Vecchia Guardia””. Nel gennaio 1977 presero in ostaggio una guardia carceraria e tentarono di evadere dal carcere, senza successo. La sentenza viene modificata in appello il 28 ottobre 1980, per Gianni Guido. La condanna gli viene ridotta a trenta anni dopo la dichiarazione di pentimento e la accettazione da parte della famiglia della ragazza uccisa di un risarcimento. Gianni Guido riuscì in seguito ad evadere dal carcere di San Gimignano nel gennaio dell’81. Fuggì a Buenos Aires dove però venne riconosciuto ed arrestato poco più di due anni dopo. In attesa dell’estradizione, nell’aprile 1985, riuscì ancora a fuggire ma nel giugno del 1994, fu di nuovo catturatoa Panama, dove si era rifatto una vita come commerciante di autovetture, ed estradato in Italia.

Nel novembre del 2004, nonostante la condanna pendente, i giudici del tribunale di sorveglianza di Palermo decidono di concedere a Izzo la semilibertà. Il criminale comincia a beneficiarne a partire dal 27 dicembre e ne approfitta presto per fare nuove vittime, Maria Carmela Linciano(49 anni) e Valentina Maiorano(14 anni), rispettivamente moglie e figlia di un pentito della Sacra Corona Unita che Izzo conobbe in carcere. Il 28 aprile del 2005 le due donne sono state legate e soffocate (è stato accertato, dopo vari esami autoptici, che la ragazza non ha subito violenza sessuale) e infine sepolte nel cortile di una villetta a Mirabello Sannitico in provincia di Campobasso, nella disponibilità della famiglia di Guido Palladino, segretario della associazione “Città futura””. Questo nuovo fatto di sangue ha scatenato roventi polemiche sulla giustizia. Il 12 gennaio 2007 Izzo è stato condannato all’ergastolo per questo crimine, condanna confermata anche in appello.

Il 30 dicembre 2005, a 30 anni dai fatti, Donatella Colasanti morì per un tumore al seno; non aveva superato completamente il trauma provocato dalle violenze subite.

 

Aggiornamento 15 gennaio 2016: la procura di Roma ha disposto la riesumazione del corpo di Andrea Ghira, sepolto in Spagna precisamente a Melilla con il nome di Maximo Testa. Verrà effettuata l’autopsia per stabilire se quel corpo appartiene davvero al massacratore o meno.

(Fonte: Wikipedia)

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